Le 7 virtù: Temperanza

Illustrazione di Davide Lorenzon

Illustrazione di Davide Lorenzon

Ispirato a una storia vera

Milano, 1975
Era seduta su una panchina e lui stava sdraiato con la testa sulle sue ginocchia. Aveva come al solito quella bella espressione divertita che a lei piaceva tanto. Si sentiva un po’ innamorata di lui, forse per quella sua aria di libertà. Era un uomo libero, e lei di uomini liberi non ne aveva visti mai. Uomini che si prendevano delle libertà sì, ma quella era un’altra cosa. Milano in quegli anni era attraversata da brividi di rivolta e cambiamento, quasi tutti i giorni c’erano manifestazioni per le strade. Ma quei ragazzini che urlavano libertà libertà a lei non sembrava che fossero davvero liberi. Invece lui lo capivi che non aveva catene, pesi addosso, perché era sereno. Era gentile anche, e diceva con allegria sempre quello che pensava. Lei invece i suoi pensieri li teneva per sé, non perché fosse timida, ma certe volte le sembrava impossibile persino immaginarle le parole per dire quello che sentiva. Lui però rendeva tutto molto più facile con quei suoi modi aperti. Quando suonava il sassofono era così sensuale, guardandolo lei aveva fantasticato su quelle dita che premevano delicatamente i piattelli, su quelle labbra morbide che soffiavano nell’imboccatura, rabbrividendo sognava di sentire i suoi sospiri vicino all’orecchio, il suo fiato tiepido sul collo. E ora le stava in grembo, che sfacciato. Non sapeva dove mettere le mani, se gli avesse accarezzato i lunghi capelli biondi qualcuno avrebbe potuto vederla e, in ogni caso, quella posizione era già sconveniente. Sospirò, non ne era capace, non sapeva farlo. Non appena vagheggiava di fuggire con lui i volti dolcissimi delle sue due bambine la riportavano alla ragione. “Scusa, ma così non va bene, ci potrebbero vedere” spiegò. Lui si tirò su e sorridendo si scusò “Lo sai che per me le panchine sono come un letto”. E già, era facile per un uomo, girare il mondo col suo sax, suonare qua e là e magari dormire sulle panchine. Lei era nata donna e queste cose non le poteva fare. “Beato te, che vai e vieni e sei padrone della tua vita”. “Anche tu puoi esserlo Ida, se lo vuoi”. Lei si alzò, che se gli fosse rimasta vicina ancora un po’ avrebbe potuto abbandonare tutto e seguirlo in capo al mondo. “Io non sono fatta per i colpi di testa. Tu sei meraviglioso e io sono contenta già solo per averti incontrato. Lo sai che ti abbraccerei anche su questa panchina. Ma il mio piacere non è tutto. Io sono madre. E moglie”. Un po’ afflitta aggiunse “Sono una donna onesta”. Lui fece una strana risatina chioccia che stonava sul suo bel viso, e un’ombra di dispiacere attraversò i suoi purissimi occhi azzurri “E tuo marito è onesto come te?”. Era una cattiveria, sia verso di lei che verso suo marito, che in fondo era anche un amico per quell’americano spilungone. Ma lei comprese che doveva veramente desiderarla moltissimo per arrivare a tanta bassezza. Questo la intenerì “Lui sa sempre come farmi ridere” rispose. “Stasera per cena vi preparo il risotto con lo zafferano, una ricetta antica della nostra città, sentirai che buono, io sono bravissima in cucina, sei fortunato”.
Lui si chiamava Bill, aveva trentasette anni e da qualche settimana suonava nell’orchestra jazz di suo marito. Lei ne aveva ventinove ed era una signora sposata con figli. La minigonna, tanto di moda in quel periodo, preferiva non mettersela. Suo marito la manteneva a casa perché era un avvocato che guadagnava bene. Per hobby, insieme ad alcuni amici, aveva messo su un’orchestra jazz che pian piano era diventata abbastanza conosciuta in città. Erano bravi, li chiamavano a suonare in vari locali, addirittura anche al Capolinea, che proprio quell’anno si era anche ingrandito inglobando un albero nella nuova sala per evitare di abbatterlo. Bill si era unito a loro perché contava di restare in Italia ancora per qualche mese e quello, per lei, fu un tempo bellissimo. Anche solo vederlo ogni tanto la faceva sentire viva e piena di energia. Ma si teneva sempre al sicuro dalla troppa vicinanza, temeva di cedere, però sapere di averlo lì, che respirava la sua stessa aria era una sensazione indescrivibile. Che fosse felicità?
“Temo che non riuscirò a dimenticarti. Come faremo?” le disse Bill con finta allegria un giorno di fine novembre. Doveva partire e lei sentiva una tenaglia gigante stringerle il petto. “Ida posso scriverti delle lettere?”. “Io non sono brava a scrivere, non ho studiato lo sai”. Le lacrime le spuntarono dagli occhi anche se non voleva. Lui per la prima volta la abbracciò e quel momento restò impresso nei loro corpi per sempre.

Milano, 1984
Bill non tornò più e Ida perse ogni speranza di rivederlo. Ogni tanto arrivava una sua lettera, ogni tanto gli scriveva lei. Ma il tempo passava e tutto diventava sempre più irreale e lontano. Le piccole crescevano e tutto andava avanti normalmente. Fino al giorno in cui suo marito improvvisamente morì. Venne fuori che il conto corrente era inspiegabilmente vuoto. Com’era possibile? Non potevano aver speso tutto quello che aveva guadagnato: lui le dava ogni mese quanto bastava per la casa, le bambine e per togliersi qualche sfizio, il resto lo metteva in banca. Almeno così credeva lei. Invece si scoprì che gli piaceva scommettere sui cavalli e giocare a carte. Pianse moltissimo. Le mancava suo marito, inoltre l’aiuto dei parenti non poteva durare per sempre, lei non aveva mai lavorato. La figlia più grande avrebbe finito le superiori quell’estate e si sarebbe trovata un impiego, ma la piccola aveva solo quattordici anni. Facendosi forza, vincendo lo sconforto e il senso di smarrimento, decise che non poteva restare con le mani in mano. Se suo marito non aveva pensato al loro futuro lo avrebbe fatto lei. Fece appello alle sue poche risorse: era brava in cucina? ebbene avrebbe dato una mano in qualche trattoria! Una rinomata rosticceria cittadina la assunse per un periodo di prova che superò senza difficoltà, però la paga era veramente bassa perché lavorava solo la mattina. Non era sufficiente. L’occasione giusta si presentò una domenica, proprio all’uscita dalla messa. Il piazzale della chiesa era adibito a parcheggio a pagamento e il prete, conoscendo la sua situazione, le propose di fare la parcheggiatrice. Perché no, che male c’era. Non era mai stata vanitosa, non aveva mai aspirato ad essere qualcosa di più di ciò che la natura le aveva concesso. Sarebbe stata in vista su quel piazzale, tutti avrebbero capito che la signora moglie del signor avvocato non se la passava bene. Ma non le importava, era un lavoro onesto e dignitoso, era per le sue figlie. L’unica cosa che contava erano loro, nulla avrebbe potuto farla vergognare se serviva a dare un futuro alle ragazze.

New York, 2003
Il telefono squillò, era Martina. Mancavano poche settimane al parto, stava per dare alla luce la sua prima figlia e lei sarebbe diventata nonna. Peccato solo che fosse così lontana, si trovava a New York a seguito del marito, sarebbero restati lì per un anno, avrebbe dovuto pazientare molto prima di poter vedere il bel musetto della sua prima nipotina. “Ciao mamma come stai? Il mio pancione sta bene. È iniziato il conto alla rovescia e… pensavo… sai la baby sitter che verrà ad aiutarmi dopo che sarà nata la bambina? Non lo so, sarà la paura che mi sta prendendo ma, ecco… vorrei che ci fossi anche tu. Tu sai cosa fare con i bimbi. Insomma, lo so che ho già pianificato tutto ma… allattarla, cambiarla, capire perché piange… e se poi la baby sitter non andasse bene? Giovanni lavora tantissimo, a casa non c’è quasi mai. Sono preoccupata mamma”. “Ma no tesoro, vedrai che andrà tutto bene. Giovanni ti saprà stare vicino, è così bravo. E io, piccola mia, come vuoi che faccia? Non so neanche come si fa a prendere un aereo, chissà quanto costa. E poi alla mia età”. “Mammina ti scongiuro, ti pago io il viaggio, qui c’è una stanza per te. Non dirmi di no mamma, vieni da me, non è difficile vedrai. Elisabetta ti accompagnerà all’aeroporto e io ti verrò a prendere al tuo arrivo. Non dovrai fare altro che stare seduta in poltrona per qualche ora e sarai già qui da me. E poi non sei mica vecchia, hai solo cinquantasette anni. Mamma, ho veramente molta paura”.
E fu così che Ida sorvolò l’oceano Atlantico e sbarcò nella tentacolare metropoli. La piccola Emma nacque a maggio ed era un amore. Nonostante i timori della madre fu facile sia farla venire al mondo che gestirla, era incredibilmente buona.

Trascorsero insieme qualche mese nella gioia familiare, inebriate dall’amore per la nuova nata, poi un pomeriggio Ida disse a sua figlia “Martina, senti, ormai sei diventata bravissima con la bimba, poi lei ti lascia anche dormire tutta la notte, è proprio un angioletto… allora… ho pensato di assentarmi per qualche giorno. Ti volevo dire che io domani vado a Philadelphia col treno”.
Martina non era ben sicura di aver capito bene. L’idea di sua madre che da sola prendeva il treno per andare a visitare una città a due ore da lì era quanto di più assurdo potesse venirle in mente. In quei mesi non aveva mai manifestato il desiderio di starsene per i fatti suoi, mai deciso di fare neanche una passeggiata solitaria, tutto quello che aveva visto della città era stato ciò che lei stessa le aveva mostrato e, adesso, addirittura andare a Philadelphia?
“Cosa? Ma perché vuoi vedere Philadelphia?”.
“Figurati, non vado mica a fare la turista”.
Martina non ci si raccapezzava.
“Mamma, mi sembri reticente, non è che sei obbligata a rendermi conto di quello che fai ma… tu non sei mai andata neanche a teatro da sola, mi preoccupo per te”.
“Cara, ma non sarei da sola, vado a ritrovare un vecchio amico”.

Ida e Bill non si separarono mai più.


“7 Virtù” : testi di Trattodunione
Illustrazione di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

12 pensieri su “Le 7 virtù: Temperanza

  1. Pingback: Le 7 virtù | Tratto d'unione

    • un po’ dico: idem coem pendolante. sarebbe più nobile, la temperanza, se il cattolicesimo non gli avesse attaccato il senso di colpa (come disse abatantuono in una memorabile scena di marrakech express, in una sauna: “a noi ci ha rovinato il cristianesimo, intendo dire come cultura. una volta avevamo le terme, i massaggi. adesso che abbiamo? le pizzerie.”)

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      • Nel mio racconto non ci ho messo sensi di colpa cattolici, le scelte “temperanti” della protagonista sono dettate dalle sue priorità. Spesso l’intemperanza nasce dall’impulso del qui e ora, come non ci fosse un domani, come non ci fossero gli altri. Questa donna ha messo in fila ciò a cui teneva di più, semplicemente, e si è comportata di conseguenza. E comunque alla fine ha avuto tutto. E questa è anche una storia vera… 🙂

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  2. Bello.
    Il primo capitolo è quello che mi è piaciuto di più. Vuoi per come è confezionato (accidenti alla mia attenzione alla forma!), vuoi per la tensione emotiva (la rinuncia, la resistenza) che suscita, la poetica della scena, il dialogo che sostiene e costituisce il narrato. La sensualità. Mi hai fatto venire alla mente (complice l’ambientazione italo-americana): “Paura di volare” della Jong (piaciutissimo, lo lego alla prima parte del tuo racconto, complice anche il periodo storico dell’ambientazione) e – perdonami – “I ponti di Madison County” di Waller (per il finale e il chiudersi di cerchi e desideri mantenuti e alimentati per un’intera esistenza).
    Io credo nella temperanza. Nella forza che sottende, nella felicità che può recare. Penso alla castità… Sarà perché nella vita non sono stato temperante, forse, non abbastanza, e provo rimpianto.

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