Me too – Mitteleuropa

mitteleuropa

Illustrazione di Arianna Farricella

2008, provincia di Trento
Serata quieta nella mia casa di single trentenne, mi preparo una cenetta solitaria ascoltando un po’ di musica. Il telefono squilla e rispondo. La voce ansimante di mio padre mi dice:
«Vieni qui, vieni qui altrimenti ammazzo tua madre, non ne posso più, io l’ammazzo, vieni qui subito.»
L’angoscia mi assale in un attimo, non gli chiedo cosa è successo, so già che mio padre è un violento, uno che alza le mani, che si accende di collera in un attimo, sempre in preda all’ira. Gli dico solo di stare calmo:
«Arrivo subito, aspettami, non fare niente.»
Riattacco la cornetta in preda all’ansia. Mio padre è veramente fuori di sé, il respiro mozzato dal furore, la fatica nell’emettere parole trattenute, la ragione perduta nella rabbia. Dev’essere successo qualcosa di grave, di solito si sfoga subito picchiando mia madre, quando abitavo con loro picchiava anche me. Ma non l’avevo mai sentito fare minacce di morte, può veramente capitare qualcosa di molto brutto questa sera. Il pensiero mi mette in allarme e capisco che la mia presenza potrebbe non essere sufficiente, meglio non andare da sola, potrei non riuscire ad aiutare mia madre, potrei diventare io stessa vittima della sua violenza. È meglio chiamare mio fratello, mio padre lui non l’ha mai picchiato, è un maschio, di lui ha rispetto. Gli telefono e gli spiego:
«… vieni anche tu ti prego, non ho il coraggio di andare da sola.»
Salgo in macchina. Per raggiungere casa dei miei ci vogliono solo cinque minuti, altrettanti ne servono a mio fratello, abitiamo tutti nello stesso paese. Quando arrivo sotto casa loro spengo il motore e controllo le auto intorno, mio fratello c’è già. Non sarei entrata in casa dei miei senza di lui. Mi accorgo di avere veramente paura ma suono il campanello, salgo. Mia madre apre la porta che dà direttamente sulla grande sala da pranzo. Non sta piangendo, sorprendentemente sembra stare bene e richiude la porta dietro di me. Mio fratello è in piedi accanto a lei, dev’essere appena arrivato. In fondo alla stanza mio padre è seduto sul divano e mi guarda con la faccia stravolta, mi accorgo che tutti e tre stanno zitti e mi guardano. Dopo un attimo di silenzio mio padre punta il dito verso di me e grida:
«È colpa tua!»
Io trasecolo. Sbigottita cerco rapidamente nella mente le mie colpe.
«Sì, è colpa tua – continua urlando mio padre – che ci dai tutte queste preoccupazioni, tua madre non fa altro che parlare di questo tutto il giorno, tutti i giorni, e io non ne posso più, NO-NNE-PO-SSO-PIÙ. È una cantilena, una litania continua, non la smette mai, adesso basta, BASTAAAA!!!»
Mio padre butta fuori queste parole tutte d’un fiato, ansante di furore, ma restando seduto sul divano. Noi tre siamo ancora in piedi tra la porta d’ingresso e quella della cucina. Io mi volto stupita verso mia madre, cosa mai la preoccupa così tanto della mia vita da ossessionarla e farla diventare un’insopportabile tortura per mio padre? Io ho il classico “posto fisso” da quando avevo 23 anni, mi mantengo da sola, vivo da sola e non ho mai chiesto soldi ai miei, non mi drogo, sono sana, ho amici normali con i quali faccio cose normali come andare al cinema o a mangiare una pizza, ho l’hobby del teatro e recito in una compagnia amatoriale, non ho figli, non sono sposata e ho avuto qualche fidanzato, anche se non ho ancora trovato quello giusto. Cosa mai rende mia madre così tenace nel volersi preoccupare per me?
«Sì! – dice lei – tuo fratello ci ha detto che stai pensando di vendere il tuo appartamento per trasferirti in città.»
Io mi volto verso mio fratello, ha dieci anni più di me, gli avevo detto in confidenza che stavo cominciando a cercare una casa nella vicina città, perché era lì che avevo il lavoro e gli amici, perché ero stanca del quotidiano pendolarismo. Lo avevo però pregato di non dire niente ai nostri genitori fino a che non avessi trovato qualcosa di interessante, cercare casa può richiedere moltissimo tempo. Ma lui a quanto pare ha tradito la mia fiducia. E questo è il risultato, proprio ciò che volevo evitare. Cerco di tranquillizzare mia madre:
«Ma perché ti preoccupi, non è ancora detto che succeda, devo prima trovare un appartamento che sia bello come quello che mi avete comprato voi. Se temi che venda questo per comprarne uno che vale di meno, che sbagli investimento, stai tranquilla, non compro niente se non piace anche a voi.»
Mia madre mi guarda con palese disgusto:
«Cosa credi, di menarci tutti per il naso? Credi che siamo tutti stupidi? Abbiamo capito benissimo cosa sta succedendo. Ti stai facendo abbindolare da questo Lorenzo che frequenti adesso.»
«Mamma, Lorenzo e io stiamo insieme da più di un anno…»
«E cosa cambia? Lui sta con te solo per sfruttarti, non certo perché ti ama.»
«E tu come fai a dirlo, non lo conosci, non l’hai mai visto.»
«Io lo so, io le capisco certe cose. Figurati, uno che lavora nel cinema come lui cosa ci fa con una come te? Non sei nemmeno bella e in quel mondo le donne sono tutte belle, perciò come mai sta con te? Te lo dico io: per sfruttarti e rubarti quello che hai! Ora ti ha convinto a vendere la tua casa e tu ci caschi. Così poi ti convincerà a intestare tutto a lui. E vedrai che per seguirlo lascerai anche il tuo lavoro, perderai tutto, tutto. E quando avrà avuto quello che vuole ti butterà via e tu non avrai più niente. Tu finirai sotto i ponti, a battere, sì diventerai una puttana di strada!!!»
Incredula non mi capacito di quello che ho appena sentito.
«Ma cosa dici mamma, che delirio è questo? Non ho nessuna intenzione di intestare la mia casa a Lorenzo. Sotto i ponti a fare la puttana??? Perché pensi sempre cose orribili di me? Smettila, è una pazzia… sei impazzita?»
Mio fratello mi si avvicina silenzioso e mi dà un pugno sul lato sinistro della testa la quale, di rimbalzo, sbatte contro la porta. Mi tocco nel punto in cui mi ha colpito, mi sembra che il cervello emetta un brusio fortissimo e sento una fitta di dolore. Lo guardo allibita, non l’avevo mai visto alzare le mani. Lui mi assesta uno schiaffo pesante sulla faccia. Io mi copro il volto con le braccia e scappo verso il centro della stanza con la guancia in fiamme. Lui viene verso di me e, mentre si prepara a colpirmi ancora, mi accorgo che mia madre sta chiudendo a chiave la porta dell’ingresso per impedirmi di fuggire. Mio fratello inizia una scarica di colpi, mena botte sul mio torace, sulle spalle, la schiena… più tardi, a casa, vedrò i segni dei lividi, sono tutti in posti coperti da vestiti o capelli. Mentre mi colpisce finisco per terra. Sono quasi ai piedi di mio padre, che guarda la scena tenendo le braccia conserte, è immobile, non muove un muscolo, ha l’espressione di chi approvi quello che vede. Mi rialzo e cercando rifugio in cucina perdo una scarpa, mio fratello mi raggiunge anche lì e continua a picchiarmi fino a che, appagato, si ferma. Io piango, sono sconvolta.
«Ma siete impazziti tutti quanti? grido. Non vi rendete conto che questa è una follia?»  Mio padre, ormai freddo, mi dice:
«Tu non hai marito, dobbiamo ancora pensarci noi a te.»
Devo essere davvero stupida, perché non avrei mai indovinato che nella mia famiglia la pensassero così, mi hanno sempre criticata, questo sì, ma non mi ero mai accorta che la mia libertà fosse un tale problema per loro. Mio padre si alza dal divano e si accomoda al tavolo di marmo della sala. Mio fratello e mia madre lo raggiungono e si siedono insieme a lui, nessuno dedica un pensiero alla mia incolumità. Quello che segue è un processo, nel quale i tre giudici urlano a turno le mie colpe: quella di non essermi sposata con il mio primo fidanzato, il postino, con il quale sono stata per cinque anni e che era tanto un bravo ragazzo; quella di aver poi avuto altri tre fidanzati, il primo un matematico con la testa tra le nuvole senza né arte né parte, il secondo un ingegnere troppo giovane per me, il terzo un capellone proprietario di un negozio di fumetti. E ora uno che lavora nel cinema. Di male in peggio. Non sono seria. Non so tenermi un uomo. E non serve a niente che io, piangendo disperatamente, gridi che invece sono una persona stabile e affidabile, che vado al lavoro ogni santo giorno, che sono una donna normale, che nella mia vita non c’è niente che non va. Dammi le chiavi mamma, me ne voglio andare. No tu resti qui e ci ascolti! Fammi uscireeeeee…
Posso uscire finalmente solo dopo un’ora di processo, durante il quale mi vomitano addosso la loro frustrazione, durante il quale io sono colpevole di tutto. Esco, distrutta dalla quantità inaudita di violenza fisica e psicologica che ho subito. Monto in auto, torno a casa, parcheggio in garage, chiudo tutto con doppia mandata. Chiudo scuretti, porte, luci, spengo musica, televisore, radio, niente, buio e silenzio, e non soltanto quella sera, ma per molti mesi ancora. Il terrore di essere raggiunta anche solo da un loro sguardo, dalle loro parole, dall’orrore dei loro pensieri allucinati, dalla loro violenza, mi spinge a serrarmi, sbarrare tutto, chiudere ogni accesso, spegnere ogni rumore, in allerta, attenta intorno a me, anche se chiusa in casa. Tremo di paura all’idea che non abbiano ancora finito con me, tanta era la loro foga, tanta la spinta violenta contro di me a tutti costi, anche a costo di inventarsi un motivo inesistente per attaccarmi.
Non ho più parlato con mio fratello dopo quella sera. Sì, ho pensato di denunciare l’accaduto, l’aggressione, il sequestro, ma non l’ho fatto, è stata più forte la paura delle conseguenze, della vendetta, delle ulteriori ripercussioni, delle pressioni, dell’altra violenza che una denuncia avrebbe generato. Volevo solo mettere la parola fine.


Testo di una blogger
Illustrazione di Arianna Farricella
Progetto Me too

Annunci

32 pensieri su “Me too – Mitteleuropa

  1. Sono sconvolta…
    La violenza del padre è stata assorbita dalla moglie vittima e dal fratello che da sempre ha assistito. Ma invece che ribellarsi al capofamiglia attaccano la figlia, la sorella. È un racconto dell’orrore. È l’esempio di come la violenza generi altra violenza…
    Alla persona che ha condiviso la sua testimonianza vorrei mandare un gesto di affetto, di sostegno, ma anche di stima. Spero che ora si sia potuta allontanare da quel pozzo di odio.

    Piace a 2 people

    • Penso che tu abbia sintetizzato bene con le tue parole come la violenza sia trasmissibile di generazione in generazione, anche se questo non giustifica nessuno, sia ben chiaro. Mi unisco a te nel sostegno e soprattutto nella speranza che la protagonista sia riuscita ad affrancarsi dal ruolo di vittima sacrificale

      Piace a 1 persona

  2. Via, via, dalla pazza famiglia senza il minimo indugio. Non è per le botte, né per il “processo”, ma per il mancato riconoscimento della Persona in una figlia e sorella di trent’anni che questa donna se ne deve andare il più lontano possibile. Non esiste possibilità di trattativa, tanto meno di recupero degli affetti familiari, ne va della propria incolumità mentale.
    ml

    Piace a 4 people

    • Sì, è vero. Anche se non è facile, quando c’è la famiglia di mezzo, tagliare i fili e abbandonare i legami. Ma ci sono limiti alla violenza e alla sofferenza che possiamo sopportare. Mettere se stesse prima di tutto, chiudere con la madre, il padre, il fratello… mettersi in salvo da loro è sicuramente un passo difficilissimo e molto doloroso, che però a volte diventa necessario per sopravvivere.

      Mi piace

  3. Di tutte le storie MeToo che hai pubblicato finora, questa è, dal mio punto di vista, la peggiore. In linea con il commento di MassimoLegnani: qui non è solo questione di violenza, di donna-oggetto sessuale. Qui è l’annichilimento della donna in quanto tale (il tutto corredato da violenza) – e mi conferma, sempre più, che la famiglia è troppo spesso la Madre di tutte le oppressioni

    Piace a 3 people

  4. Ciao! Entro in punta di piedi per un abbraccio.
    Conosco questa storia, purtroppo.
    Non perché la vivo io personalmente ma perché faccio volontariato in una comunità protetta da tanti anni.
    Voglio essere vicina ai bambini.
    È la mia missione di vita,
    Lo sento. Lo so.
    Il coraggio di non avere paura in queste situazioni manca, ma è proprio quello che si deve cercare e volere a tutti i costi ❤

    Piace a 1 persona

  5. Terrore allo stato puro. Quando chi ti ama ti fa una violenza così immensa, quando il tuo mondo crolla, il tuo cuscino di protezione, la tua famiglia, deflagra colpendoti così duramente. Sconvolge. Sconvolge pensare che qualcuno ti consideri una proprietà da battere. Sono annichilita. Un grande abbraccio alla blogger

    Piace a 1 persona

  6. Una madre che subisce la violenza del marito ripaga sua figlia con una violenza ancora più grande. Parte tutto da lei, preoccupata dall’indipendenza della figlia, una ragazza autonoma con una vita propria. È lei che si scaglia contro la figlia e aizza il fratello, che in quanto uomo gode di autorità e prestigio agli occhi dei genitori. Mi fanno orrore questa donna e questa famiglia. Spero che la ragazza non ceda a questo ricatto e continui per la sua strada… lasciandoli dove stanno.

    Piace a 1 persona

  7. Quella che avrebbe potuto essere un’alleata, la madre, è invece complice attiva. Ci sono due vittime. Anche se una madre dovrebbe avere la responsabilità della sicurezza della figlia. Come svegliarla dalla sua di paura e forse dalla gelosia della libertà di una figlia che, ogni volta che la vedi, ti ricorda che è più coraggiosa di te. È il percorso più duro quello della libertà e abbraccio la figlia. La perdita, il tradimento, continuano a fare male anche dopo che i lividi se ne sono andati.

    Piace a 1 persona

      • Sono totalmente d’accordo. È il pensiero che mi ha accompagnato nella lettura: andare via, non è possibile perdonare. L’unico perdono possibile è quello per se stessi, per volersi ancora più bene.

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...