Tabarin

(Tempo di lettura: 7 min.)

Candida, ma non in senso buono. I suoi genitori avevano deciso di chiamarla così perché si erano conosciuti a una recita amatoriale del Candido di Voltaire ma, si sa, Candido non brilla certo per intelligenza e, quando alle medie le avevano detto che era adatta al liceo, aveva creduto di poter scampare al destino del suo nome. Ma poi l’avevano bocciata due volte e così aveva messo da parte le illusioni. All’università non c’era andata, aveva preferito trovarsi un lavoro. La madre l’avrebbe voluta segretaria ma lei non ci si poteva vedere a fare salamelecchi al capo tutto il giorno, vestirsi carina e sbattere gli occhioni trascrivendo lettere e compilando fatture. Meglio i vecchi. Quelli malati che non si alzano più dal letto, col catetere, la deviazione rettale, meglio le piaghe puzzolenti da medicare. Tanto a lei non dava fastidio.

 
Afra, figlia del fascismo. Doveva essere stata molto bella da giovane ma ormai delle passate glorie le era rimasta solo la grazia della voce e la fissazione per l’igiene delle orecchie. Se ne stava tutto il giorno a letto perché… Candida non lo sapeva. Non era compito suo occuparsi delle malattie di quei vecchi, lei era quella che arrivava a casa e sapeva cambiargli le lenzuola e lavarli completamente senza farli alzare e senza bagnare il materasso, svuotava la sacca della pipì o della cacca, disinfettava le piaghe da decubito. Afra però l’aveva colpita in modo particolare, sembrava proprio un fiore appassito che se ne resta lì quasi felice a lasciarsi ancora sfiorare dal vento come fosse sempre primavera. Era proprio svanita, nel senso della mente, svaporata, puff. Candida le chiedeva di provare a girarsi e lei alzava le braccia con dolcezza offrendo le mani come stesse sfilando sul tappeto rosso delle dive, con un sorriso maliardo a tirare le rughe.
 
“Afra, mettiti sul fianco se no non riesco a lavarti, dai che ti aiuto io… che bel sorriso, sembri Wanda Osiris.”
“Devi dire Vanda Osiri, mia cara, è il suo nome italiano, il duce non vuole che si usino nomi stranieri.”
“Cara Afra, il duce non c’è più ormai, da un bel pezzo.”
“Il duce è così affascinante, che uomo intelligente e che maschio!”
“Eh, ma che brutta fine ha fatto, no?”
“Mi porti il mio vestito rosso?”
“Quale?”
“Quello con le perline, mi devo preparare per uscire.”
“E dove devi andare?”
“Questi non sono affari tuoi… comunque se lo vuoi sapere stasera Vittorio mi porta al tabarin.”
“Bello, e i tuoi figli dove li lasciavi quando uscivi?”
“Loro ormai sono grandi, quegli ingrati.”
“Ma dai che sono bravi, non vedi come pensano a te? Sei a casa tua, nella tua stanza, nel tuo letto, lo sai quanti vecchietti vorrebbero avere la tua fortuna, di solito i figli vi buttano in un ricovero e si dimenticano di voi.”
“Ma gli orecchini di rubino no, troppo rosso altrimenti, meglio quelli di perle, sono così eleganti. E poi quando mi trucchi gli occhi non esagerare come fai sempre, il viso va abbellito non mascherato! Ricordati di lavarmi bene le orecchie mia cara, anche dietro. Che poi se Vittorio mi annusa e mi bacia proprio in quell’angolino che gli piace tanto…”
“Afra, girati dall’altra parte ora.”
“Il mio bambino più piccolo ieri mi ha detto che non penso a lui, ha sentito quella canzone… come si chiama… balocchi e profumi! Si è messo a piangere, che tenera bestiolina. Diceva che sono una mamma cattiva perché penso solo a essere bella. Che discorsi per un bimbo piccolo eh? Ma io sono bella, mia cara, questo è un dono del Signore e io devo averne cura. Le scarpe color perla col tacco alto, tesoro, e naturalmente la pochette in tinta. Ho le braccia così lunghe.
“Eri proprio felice, vero?”
“Felice?”
“Sì, facevi le cose che ti piacevano, stavi bene nella tua vita, no?”
“Ero molto felice, sì. Mio marito era bellissimo e mi faceva vivere come una signora, i soldi non ci sono mai mancati e come piaceva alle donne! Quando la sera uscivamo e si metteva lo smoking con lo sparato plissè avevo un bel daffare a tenerle lontane, arrivavano come le mosche al miele. Ma lui era molto galante e quando era con me non le degnava neanche di uno sguardo.”
“Perché, se non c’eri le degnava?”
“Un uomo ha le sue esigenze mia cara e una donna le deve accettare.”
“Ah. E tu le hai accettate?”
“…”
“Afra, queste piaghe non sono belle, dopo dico a tuo figlio di avvisare il medico.”
“Io ero bella, ecco come ho fatto.”
“Come hai fatto a far cosa?”
“Ad accettare. Sì. Che mio marito andasse con le altre. Ma lui poi tornava sempre da me sai, e io mi tenevo, stavo attenta a mangiare poco e ad avere sempre i capelli in ordine. Poi mi pettini per bene, che quando ci si alza dal letto… Il mio Vittorio l’ho mandato nell’altra stanza a dormire perché non voglio che mi veda in queste condizioni, questa casa è tanto grande e i nostri due figli possono anche dormire insieme. Non sai quanto mi desidera, non sai quante scuse devo inventare per fermare i suoi ardori. Ma stasera sarò una dea col mio vestito rosso. E tu stai attenta al rossetto, sbagli sempre la tonalità, devi guardare l’abito e cercare il rosso uguale uguale. Lo so che non ho una bocca carnosa come quella della Vanda ma il rosso mi aiuterà, il rosso aiuta sempre.”
“Dici che dovrei provare anche io un rossetto fuoco?”
“Che c’entra, tu non devi mica uscire stasera.”
 
Candida accettava gli svarioni temporali della vecchia, le piaceva addentrarsi nei meandri dei suoi ricordi mescolati, le sembrava che qualche verità qua e là affiorasse in mezzo ai racconti di questa donna che oggi si inventava una vita senza difetti. Pensò al figlio che se la teneva in casa, un uomo benestante già avanti con gli anni, sposato e con figli ormai adulti, aveva gli stessi occhi tondi della madre e un’assurda leggerezza nei movimenti che lo rendeva un po’ ridicolo vista la stazza. Quando lui entrò nella stanza Candida lo salutò con cortesia e gli chiese di avvicinarsi al letto.
 
“Volevo farle vedere le piaghe da decubito di sua madre, mi sembrano peggiorate, penso sia meglio farle controllare da un medico.”
“Oh, non le voglio vedere, grazie. Mi fido di lei. Più tardi chiamerò il medico e lo farò venire. Lei comunque sta continuando a medicarle come sempre vero?”
“Certo, ma forse non basta più, oppure bisogna cambiare farmaco, non so.”
“Ciao mamma, come va? Ti piace farti massaggiare dalla Candida eh?”
“…”
“Mamma, come stai stamattina?”
“E come vuoi che stia? Si sta facendo tardi e a forza di perder tempo rischio di far arrabbiare tuo padre!”
“Mamma, il babbo è scomparso da tantissimo tempo, lo sai.”
“Ha detto che passerà a prendermi con l’Isotta Fraschini e non sopporta di aspettare. Tu sei proprio un egoista, ogni volta che mi faccio bella per uscire ti metti a frignare, vuoi che resti a casa con te e fai mille capricci. Ti ricordi il vestito dorato che mi hai strappato? Be’, quello non si è potuto aggiustare caro mio e non l’avevo mai indossato. Fosse per te dovrei sempre stare in casa a giocare con te e tuo fratello, piccoli ingrati.”
“Mamma, guarda che non siamo più bambini ormai.”
“Almeno tuo fratello ha smesso di piangere e ha capito come ci si comporta, sta in silenzio e mi saluta con un piccolo cenno del capo. Un vero signore fa così. Tu sei tutto smancerie e non stai mai fermo. E poi cos’è questa storia dei balocchi e profumi? Chi è stato a farti sentire quella canzone così poco adatta ai bambini? Vorrei proprio saperlo! Candida sei stata tu?”
“Mamma, lascia in pace Candida che non c’entra niente.”
“Vorrei proprio saperlo vorrei, è insopportabile che i figli abbiano tutte queste pretese.”
“Afra adesso mettiti di nuovo sulla schiena e tira su le ginocchia” disse Candida, poi rivolta al figlio “Devo lavarle le parti intime, se vuole può restare.”
“Preferisco di no, arrivederci. E grazie.”
 
“Afra, come sei severa con i tuoi figli, che poi quando sono piccoli non capiscono le esigenze di una donna adulta.”
“Anche mio marito è piccolo allora?”
“Afra che dici, sei arrabbiata?”
“Sì, sono stanca di farmi dire da tutti quello che devo fare. I figli mi comandano, il marito mi comanda. Se non sto attenta non avrò più tempo per me stessa. Ho bisogno di molte cure sai?”
“Se non lo so io Afra…”
“Volteggerò leggera stasera nella sala rotonda e quando lei arriverà, perché tanto arriverà lo so, se ne accorgerà!”
“Lei chi?”
“Vedrà che Vittorio è mio. Mio marito, padre dei miei figli. Sai, io sono ancora bellissima ma lei è pasto per i vermi ormai.”
“Afra… adesso non ti capisco.”
“È stato più facile del previsto convincere il questore, aveva una voglia di me che mi avrebbe dato tutto, ma io volevo solo quello che già era mio, Vittorio.”
“…”
“Gliel’ho chiesto mentre ce l’avevo dentro.”
“Dentro…” disse Candida un po’ sconcertata mentre la lavava proprio lì.
“Sì. In certi momenti gli uomini accettano tutto, gli cantavo la mia cosiddetta canzone, sai, certi guaiti che lo facevano letteralmente impazzire.”
“Ma chi, Vittorio o il questore?”
“Il questore. Non era brutto sai? Forse senza quei baffetti… Ma lui aveva le conoscenze giuste e quella donna era… una comunista! Ecco cos’era! Meritava di finire così.”
“Afra cos’hai fatto? Finire come?”
“Non erano tutti ebrei sai nei campi? C’era anche gente che non poteva vivere nella nostra nuova società. Erano tempi bellissimi quelli, eravamo felici, felici. E quando mi ha preso la mano e spinto delicatamente sulla schiena per scendere in pista, tutti gli uomini presenti mi guardavano ammirati ma lui, Vittorio, guardava lei. Per poco però. Presto quella sparì con accuse infamanti e non tornò mai più.”
“Afra, è spaventoso quello che dici.”
“Spaventoso? Sì, anche io mi sono spaventata quando mi hanno detto che Vittorio era stato deportato, l’aveva cercata così tanto che insospettì e attirò l’attenzione su di sé, aveva perso il senno e avevo un bel pararmi davanti a lui e sorridergli, era come impazzito, non riusciva più a vedermi, mi scacciava come fossi invisibile. Ma lo spavento poi passa sai cara? Quello che resta sei tu ed è importante potersi guardare allo specchio e piacersi.”

______________________
 

Questo racconto partecipa agli EDS (Esercizi Di Scrittura) proposti da La donna Camèl

EDS – Rosso come il peccato
Queste le regole:
– Un peccato
– Qualcosa di rosso
– Tre personaggi
– Qualche battuta di dialogo

Ecco gli altri blogger che hanno scritto racconti con queste stesse regole:
– Pendolante: La confessione e Generazioni

– Lillina: Iago
– Milano con gli occhiali: Biancaneve
– Angela: Pensiero stupendo – Trilogia
– Gabriele: Cave cave deus videt e Pesci bianchi, pesci rossi
– Gordon Comstock: Il peccato più grande

– Michela: Apple
– Kermit il rospo: Aspettando Geova
– Il pendolo: Il treno rivelatore
– Leuconoe: Sogno di un pomeriggio di mezz’autunno
– Singlemama: La messa della domenica

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19 pensieri su “Tabarin

  1. con il solito copia e incolla ti dico la parte che mi è piaciuta di più (ovvero vorrei aver scritto io)
    Afra però l'aveva colpita in modo particolare, sembrava proprio un fiore appassito che se ne resta lì quasi felice a lasciarsi ancora sfiorare dal vento come fosse sempre primavera. Era proprio svanita, nel senso della mente, svaporata, puff. Candida le chiedeva di provare a girarsi e lei alzava le braccia con dolcezza offrendo le mani come stesse sfilando sul tappeto rosso delle dive, con un sorriso maliardo a tirare le rughe.:

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  2. La donna Camèl, come di consueto, dopo la pubblicazione di tutti i racconti che hanno partecipato a questo esercizio di scrittura da lei ideato e proposto, tira le somme e scrive una recensione su ciascuno. Ecco il suo commento a questo racconto:
    “Con un ottimo senso del tempo narrativo Calikanto alterna presente e passato, ricordo e demenza senile, peccato tremendo e ingenua confessione. La dialettica del tempo affidata ai due personaggi, quella che è giovane adesso e quella che lo è stata, ti ha permesso di mostrare molto, raccontare il giusto e lasciar intendere il resto. Davvero un grande lavoro di costruzione narrativa.
    Accendi una candela e ringrazia per il talento”.

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