L’arte della gioia

GoliardaSapienza2Che parole usare per questo libro indispensabile? Goliarda Sapienza iniziò a scriverlo nel 1967 e ci mise dieci anni a terminarlo, ma fu rifiutato da tutti gli editori che lo lessero, perciò l’autrice non ebbe mai la soddisfazione di vederlo pubblicato. Nel 1998, a due anni dalla sua morte, Stampa Alternativa ne stampò poche copie. Ma fu solamente dopo aver ottenuto un grande successo in Francia che finalmente, nel 2008, anche Einaudi lo volle proporre al pubblico italiano. Oggi questo capolavoro è tradotto in molte lingue e viene letto in tutto il mondo.
Lascio la parola al critico Scarpa e all’autrice stessa.

“L’arte della gioia è qualcosa di più e di meno che un libro bello, è un libro memorabile”
“Un libro così non si scrive per correggere la propria vita, quanto per allargarla”
Domenico Scarpa

Da pag.134: Era mia intenzione fino a qualche minuto fa, di fronte al ricordo di una delle tappe d’obbligo che la vita ci impone: quella di essere abbandonati o di abbandonare, di tacere l’episodio dell’abbandono di C. Ma le sue parole si sono impadronite del diritto di vivere senza il permesso della mia intelligenza, come è sempre nelle “vicende di cuore”. Ma non preoccupatevi. Non starò a raccontarvi passo per passo la lotta che ognuno conosce per dimenticare. Soffrii esattamente come tutti. Ma l’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo l’amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato. Si poteva amare un uomo, una donna, un albero e forse anche un asino, come dice Shakespeare. Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole. Mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce…

Da pag. 167: Lei – E come dovevo amarti? In silenzio, lasciandomi adorare come una statua?
Lui – Ma l’amore è mistero, silenzio. In silenzio io ti veneravo. Mi bastava guardarti per essere felice giorni e giorni. Non avevo bisogno di parlare. L’amore è un miracolo, e come tale…
Lei – L’amore non è un miracolo, è un’arte, un mestiere, un esercizio della mente e dei sensi come un altro. Come suonare uno strumento, ballare, costruire un tavolo.

Da pag. 302: Oh, Modesta, mi insegni a essere felice! Perché lei ha scelto di essere felice. Quando ha detto: “I fatti c’entrano poco”, ho sentito che la sua serenità è stata un atto di volontà.

Da pag. 330: – Cosa posso fare se mi vergogno? Anche di essere al mondo, di essere viva, mi vergogno. Perché mi hanno messo al mondo, perché?
– Non ti basterebbe pensare che ti è capitato di essere al mondo per farmi più ricca, per darmi la gioia di tenerti fra le braccia? Non rispondi? A me questo pensiero è bastato in questi anni di galera. […]
– Vieni su con me, Modesta.
– No! Comincio a capirti. Tu mi vuoi su con te per piangere, per rifiutare la gioia di quei ragazzi. Tu aspiri a una cella vera, ma io ho fame!

Da pag. 456: Vent’anni per ricominciare tutto daccapo. La rivoluzione non c’è stata. E sarà molto se ci leveremo dai piedi i Savoia. Vent’anni di regime e ignoranza si pagano. Nel mio viaggio di ritorno attraverso tutta l’Italia ho sentito certi discorsi da rabbrividire. Mi sono fatta la convinzione che li pagheremo tutti questi anni, giorno per giorno, ora per ora.

Goliarda, Sapienza – L’arte della gioia, Einaudi 2008 (scritto dal 1967 al 1977)

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