La lunga attesa dell’angelo

Come si fa a recensire un libro così vasto e profondo? Dire che è emozionante sembra banale. Che è colto quasi un insulto. Racconta la vita del pittore Tintoretto, vissuto a Venezia in pieno 1500. Uomo, maschio, artista, superbo, prepotente, dominato dal proprio talento, tutto veniva dopo la sua arte, tutto. Così ancorato al suo mondo, al suo studio da non spostarsi mai da Venezia. Così attaccato alla propria libertà (libero di essere schiavo della pittura) da non riuscire mai a farsi allettare dalle pur ghiotte proposte di ospitalità in corti di nobili e regnanti. Già il suo carattere sarebbe bastato, ma la sua rivalità con Tiziano, contemporaneo e veneziano, gli rendono la vita ancora più difficile.

Ma che sto facendo, un riassunto del romanzo? Chi se ne importa di sapere in che modo la Mazzucco sceglie di descrivere Tintoretto, soprattutto chi se ne importa se il Tintoretto della Mazzucco è davvero rispondente al vero. Il fatto è che se mi dimentico che il protagonista è davvero esistito, se smetto di preoccuparmi di quanto possano essere documentati i fatti narrati, ecco che allora mi ritrovo tra le mani un romanzo gigantesco. Smarriamo noi stessi nella lettura di queste lunghe pagine, perché ci dissolviamo dentro ogni singolo personaggio raccontato, in ciascuno qualcosa di noi, spezzettati, frantumati ci accorgiamo di essere l’insieme di tutte quelle donne e anche di quegli uomini che Tintoretto tiene legati a sé. Continuiamo la lettura come se stessimo inseguendo una mappa, abbiamo bisogno di sapere dove ci condurrà, che altro ci disvelerà di noi stessi. Abbiamo desiderato nostro padre. Siamo stati sacrificati proprio da chi amavamo di più. Abbiamo relegato in una zona oscura dentro di noi il nostro talento. Abbiamo perso l’anima nell’impatto scioccante con la vita. Abbiamo odiato tanto da trasformarci in deforme immagine di tortura. Abbiamo forzato il nostro spirito esile per adattarlo a fogge innaturali fino a ucciderlo. Abbiamo eseguito come bravi scolaretti l’ingiusta condanna che ci è stata inflitta. Abbiamo creduto di volare sulle ali di un angelo che non ha volato mai.

E poi le donne, tante donne in questo libro dedicato a un uomo. Le donne rovinate per evitare gravidanze indesiderate, le donne lasciate a morire da puttane sifilitiche, le donne prima generate e poi rinchiuse dietro sbarre di clausura. Le donne sposate e apprezzate solo per la loro dedizione, per la saggezza con la quale sanno consigliare, per la pazienza con la quale stanno ad aspettare, fino alla morte. Le donne, comprese e amate ma, pazienza, sacrificate. E un solo uomo a torreggiare su tutte, che tutte le può salvare “dì soltanto una parola”, un dio in terra che non ha scelto questo ruolo ma che ce l’ha, che non riesce a salvare nessuno, nemmeno se stesso.

E non è meno crudele il destino dei figli maschi, che anche loro senza amore son destinati a morire. A settantacinque anni risuona nell’anima di Tintoretto l’orrore dei gesti compiuti, delle scelte, delle omissioni, un suono lugubre che rimbomba nel tempo ormai vuoto di un vecchio senza più tempo. Come in preda a convulsioni la mente vomita, a getti improvvisi, ricordi indesiderati, le colpe del dolore, della vita perduta, della morte, dello spreco dei suoi figli.

Dei suoi figli, che si accorge di avere amato male, che ha sempre saputo di amare ma che ha lasciato avvizzire, scomparire, che ha accettato di perdere. E ora muore lui. Proviamo pena, orrore, comprensione, amore, disprezzo, riflettiamo che ci ha lasciato tanto e ci domandiamo se sacrificare i suoi figli, le sue donne, sia stato necessario.

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