L’albero velenoso della fede

lalbero-velenoso-della-fede-1Quattro sorelle, una madre sottomessa, un padre predicatore, battista e invasato, che immola la propria vita alla causa di fare adepti alla sua fede. Trasloca le sue cinque donne dagli Stati Uniti al Congo, con la seria intenzione di redimere le nere anime della foresta tropicale battezzandole nelle acque infestate di coccodrilli del fiume Kwilu.

Barbara Kingsolver, autrice statunitense che ha scritto questo libro a 43 anni nel 1998, ha a cuore il tema della religione e delle sue ripercussioni sulla società. Anche il libro di cui ho scritto la settimana scorsa, La collina delle farfalle, sempre di questa scrittrice, toccava questo argomento.

Questo romanzo è ambientato tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, in quel periodo storico che oggi ricordiamo denso di grandi cambiamenti scientifici, politici e sociali: gli uomini cominciano a lanciare satelliti nello spazio e Gagarin compie il primo volo spaziale; si scopre il vaccino antipolio; si costruiscono il primo chip e il primo laser; diciassette colonie africane ottengono l’indipendenza, tra queste anche il Congo; Batista lascia Cuba e Castro entra a L’Avana; Kennedy viene eletto presidente degli Stati Uniti; i Beatles pubblicano il loro primo disco e nascono i videogiochi.

Ma le quattro giovani sorelle non lo sanno. Niente di tutto ciò colora le loro giornate. Vivono in uno sperduto e primitivo villaggio nella foresta, abitano una capanna priva di comodità, non godono di nessuna assistenza sanitaria e giocano cercando di evitare i morsi letali dei serpenti che infestano la zona.

Il conflitto tra la potenza della volontà maschile e la bene addestrata docilità femminile, caratteristiche definitivamente culturali, appare in questa storia in tutta la sua gravità. Assistiamo impotenti alla rovina della famiglia Prices, a fatica comprendiamo le ragioni di Orleanna che non riesce a ribellarsi, neanche quando il prezzo da pagare è la vita delle sue figlie.

Sullo sfondo il Congo e la sua dichiarazione di indipendenza. In primo piano il percorso interiore di un uomo che non riesce a incrociare nessuna delle linee che attraversano l’anima africana, un uomo molto bianco, che continua cocciutamente a cercare di applicare le regole e le misure del suo a un mondo totalmente diverso. Dappertutto i pensieri delle ragazzine, i loro desideri e la necessità di sopravvivere, non solo fisicamente, allo stravolgimento dei loro destini personali, a quello di una nazione crocevia di interessi internazionali talmente vasti da non essere visibili a occhio nudo. E come un sussurro, che ricama tutta la trama, la silenziosa voce di Orleanna.

La Kingsolver conosce il Congo personalmente per averci vissuto da bambina e riesce a portarci dentro i dettagli della lingua, dei commerci, delle usanze e della mentalità di una nazione misteriosa ai più, sceglie di raccontarcelo in un momento storico cruciale: nel 1960 Patrice Lumumba, non ancora trentacinquenne, vince le elezioni, diviene primo ministro e il 23 giugno di quell’anno pronuncia il “discorso dell’indipendenza”. La storia ci racconta che dopo soli tre mesi il suo mandato viene revocato dal presidente Kasa-Vubu e, dopo altri tre mesi, Lumumba viene giustiziato insieme a due suoi fedeli e la causa dell’indipendenza con loro.

Il peso di questa fase storica si abbatte sulle fragili vite dei protagonisti del romanzo, dirottandone per sempre le direzioni. La lettura di questo romanzo è avvincente, la psicologia dei personaggi è esplorata con grande empatia, riusciamo persino a provare pietà per il predicatore battista, l’intreccio è avventuroso e tiene incollati alle pagine, anche se quelli che per noi sono colpi di scena probabilmente per i nativi del villaggio sono problemi quotidiani. Cosa accadrà alle ragazze?

Il libro è stato candidato al Premio Pulitzer nel 1999 insieme a “Cloudsplitter” di Russell Banks e “Le ore” di Michael Cunningham, risultato poi vincitore.
Barbara Kingsolver si concentra spesso su temi come la biodiversità e l’interazione tra gli esseri umani e le loro comunità e ambienti. Ha ricevuto numerosi premi e nel 2000 ha istituito il Premio Kingsolver Bellwether a supporto della “letteratura di cambiamento sociale”.

Barbara Kingsolver – L’albero velenoso della fede, BEAT 2013 (prima pubblicazione 1998)

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7 pensieri su “L’albero velenoso della fede

  1. Bellissima recensione. Anche io come ammenicolidipensiero, metto in lista. Mi piace moltissimo la frase ” il percorso interiore di un uomo che non riesce a incrociare nessuna delle linee che attraversano l’anima africana, un uomo molto bianco, che continua cocciutamente a cercare di applicare le regole e le misure del suo a un mondo totalmente diverso”. Che è quello che capita sempre a chi pensa di imporre il proprio modo di pensare, di essere, di vivere in una terra che non è la propria.
    Grazie.

    N.B. Ottima la barra sotto, brava!

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  2. Pingback: Un libro sotto l’albero: Congo | Tratto d'unione

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