I 7 re di Roma – Anco Marzio

Anco_Marzio

Illustrazione di Davide Lorenzon

Anco Marzio (678-616 a.C.)

I sette re romani che, sfruttando una falla nel Limbo, erano tornati in carne e ossa a Roma, già dopo qualche ora si erano divisi. I primi quattro, dopo una ressa somigliante alla lontana alla battaglia tra Orazi e Curiazi, si erano dati alla fuga. Toccò a Numa Pompilio dare notizia a Romolo, l’ultimo disceso in terra in ordine di tempo, delle intenzioni dei tre re Tarquinii.
“…Si erano offerti volontari per andare in avanscoperta sul Campidoglio”.
“Gli etruschi hanno fatto gruppo e presa un’iniziativa unanime? Beh, mi rincuora alquanto”.
“Me ne rallegro, poiché avremo bisogno di cuori audaci e pronti, quando verrà il momento”.
“Il momento…”
“Il momento. Esatto, sì”.
“Ma che momento e momento! Se non avete uno straccio di strategia, vendicatori dei miei calzari! Scendiamo subito da questo trabiccolo, recuperiamo Tullo e rechiamoci di corsa anche noi in Campidoglio, a togliere di mano a quegli incompetenti litigiosi le redini dell’operazione!”
Romolo, notata l’ugual disposizione del carro che li precedeva, approfittò della fermata del mezzo in prossimità della stazione Ostiense e balzò in terra, tenendosi il polso offeso con la mano sana.
“Permettimi, o Romolo, di suggerirti l’apposizione di un’adeguata fasciatura, acciocché non ti ritrovi nuovamente soccombente nel corso della prossima battaglia”.
“Tu credi, Numa?”

Fu in quel frangente che Anco Marzio (il sabino, quarto re di Roma, nipote di Numa Pompilio e padre adottivo del proprio successore, Lucio Tarquinio Prisco), pur conscio della promessa fatta all’accolita dei re tornati dal Limbo allo scopo di vendicare la città, si guardò attorno furtivo e compì alcuni audaci balzi in direzione del cartello che indicava la città di Ostia come destinazione del treno di cui veniva annunciata la partenza dalle trombe parlanti poste alla sommità del porticato.
Del re, in breve, non restò alcuna traccia.
“Eccovi qui, come al solito in ritardo”. Esordì Tullo con le mani sui fianchi, sorprendendo alle spalle i due rimasti alla fermata, intenti ad avvolgere polso e mano sinistra di Romolo con una benda ricavata dalla maglietta dello stesso.
Romolo lo mandò a terra con una testata.
“Sembra che stia per piovere”, fu il commento di Numa.
“Sembra anche a me. Tu che ne dici, Tullo?”
“Va bene, me la sono meritata”, rispose il re controllando l’integrità del setto nasale. “Se avete finito con le vostre cure femminee, vi suggerirei di prendere in considerazione la dipartita di Anco Marzio in direzione di quella colonia che pare gli stia più a cuore di Roma stessa”.
“Allora è un vizio!”
“Stavolta non si corre appresso a nessuno. Chi c’è, c’è, andiamo a ripristinare l’uso della Rupe Tarpea”.
“Sagge parole”, aggiunse Tullo che, appena tornato in piedi, si lanciò a peso morto contro il parabrezza di un taxi, costringendolo a inchiodare all’istante.

Calava la sera sulla piccola mandria umana ammassata all’interno del vagone. Anco Marzio si ritrovò immobilizzato al centro di un capannello di persone che riversavano l’uno sull’altro i propri malumori, impiastricciandosi a vicenda di acredine e tensione. Ebbe così modo di constatare di persona la situazione in cui versava attualmente la prima colonia della Capitale, opera e vanto del proprio ingegno e prodroma delle successive espansioni.
“Annuncia, annuncia, ma questo ancora nun parte. Ostia Comune, ce vorebbe. Ostia se deve da stacca’ da Roma. Guarda come semo ridotti!”
“Giusto signora mia. L’altro giorno, un’ora e un quarto c’ho messo, pe’ ritorna’ a casa”.
Il re fu riportato indietro dal un potente flashback che stava vivendo: aria tiepida e frizzante al respiro; acqua salmastra; dune di sabbia nera, imponenti e granulose, poste di fronte ad alti ammassi di sale brillante e caldo; lagune ferme dalla superficie di madreperla, con lunghe lingue sabbiose a separarle appena dagli scontri di acque agitate, di fiume e di mare insieme; onde color antracite cariche di spuma e screziate di riflessi blu cobalto; uomini madidi di sudore; fatiche e battaglie; grida, strazio, lavoro e ancora fatiche immani.
Prese un gran respiro. Dopodiché non seppe trattenersi.
“Menti e lo sai, donna! Ostia per Roma è il fondamentale avamposto verso il mare. Senza controllo sul porto e sulle saline, la città sarebbe esposta ai saccheggi e al rischio di carestie, per l’impedimento alla conservazione dei cibi, gli ammanchi al bilancio per l’inesistenza delle tassazioni e per non saper cosa sostituire nel salario delle truppe. Per questo, lo saprai, il re… Anco Marzio… si aprì a gran forza un varco, al prezzo del sangue di Ficana, Politorum e Tellenae. I cui abitanti, va detto, non per vanto, furono generosamente inglobati tra le genti del Celio e dell’Aventino. Cosa ne sarebbe, poi, di Ostia, senza Roma? Sempre per le predette ragionevoli cagioni, ancor oggi godete della via Ostiense e della via Salaria nei vostri spostamenti. Per non parlare dei ponti! Con quale ardire insisti, com’è che ancora parli, donna?”
Anco accompagnò la chiosa con uno sguardo ampio, in cerca del consenso degli astanti.
“Innanzitutto a me nun me ce chiami né donna né buciarda, bello. Secondo poi, te devo da da’ ’sta notizia: er porto è ’n fiasco e le saline so’ chiuse da ’m ber pezzo. Ostia è preda de’ na banda de ladroni e li romani ce vanno solo pe’ fa kite o al più pe’ fasse ’na magnata. Fattene ’na ragione e pijatela ’n saccoccia”. Le frasi, gridate sotto il naso del re, furono accompagnate dallo sbattere forte tra loro di due dita ungulate e pictae, a rafforzare il concetto appena espresso. I pendolari erano tutti dalla parte dell’oratrice.

Ci era voluto un tempo considerevole per convincere Tullo Ostilio a lasciare il posto di guida di nuovo al tassinaro. Il quale non fremeva certo dalla voglia di restare alla mercé dei tre individui che lo avevano scaraventato fuori dal taxi, lasciandolo a osservare, atterrito, i tentativi di ciascuno di loro a turno di avviare il carro a pugni, strattoni al volante e al cambio e invocazioni oscene, espresse in latino arcaico.
La folla che si andava radunando si scambiava commenti dello stesso tenore:
“Cos’è oggi, il giorno dei pazzi? Non bastavano quegli altri tre che sono piombati nel mezzo della seduta comunale e si sono portati via la Sindaca?”
“Cose dell’altro mondo!”
Lo puoi ben dire, plebeo. Fu il soprassalto d’orgoglio di Numa Pompilio.

“Bah. Se la tengano pure, la colonia, se è davvero malridotta come dicono. Che poi, a naso, direi che quei carri, per come sono conciati, per oggi almeno non vedranno la destinazione. Come vanno le cose, ragazzi?”
“Arrivi al momento giusto, Anco. Dov’eri finto? Il nostro suddito, qui, è ben felice di portarci dai Tarquinii. Sembra che stiano mettendo a ferro e fuoco il Campidoglio”.
L’uomo, un quarantenne calvo e barbuto, ben piazzato e saturo di gymnasium, preso per il bavero da Romolo e convinto dalla sua volontà semidivina, era tornato al volante e adesso annuiva sussiegosamente mentre, con mano tremante, cercava di indovinare la combinazione chiave-quadro che, in altri momenti, gli era stata quasi più familiare dei più piacevoli incastri lubrici dei quali si vantava di primeggiare in tutta Roma.
“Siamo sicuri che questo ce la fa? Sennò ci riprovo io, eh”. Gli alitò sull’orecchio Tullo, sporto verso di lui dal sedile posteriore.
“No!” Gridò strozzato il tassista, per il quale l’automezzo costituiva l’unica fonte di sostentamento per sé, per la propria famiglia, nonché per le periodiche incursioni nella lussuria.
L’auto partì in un sussulto, col motore che tossì per un bel pezzo, nel circumnavigare la piramide di Caio Cestio, quindi per tutta via Marmorata, fino alla svolta con l’immissione sul Lungotevere.
I re, stravaccati sui sedili, si godevano il panorama con un ineffabile sorriso stampato sul volto.
“Il Tevere, nostro padre… Ricordate voi i tempi in cui le genti di una sponda non potevano avere a che fare con quelle dell’altra, se non attraversando il limaccioso guado, al posto del quale il valoroso Anco eresse il ponte Sublicio?”
“Onore e vanto a te, Anco”, fece eco Tullo, con voce neutra, alle parole di Romolo.
“Vi ringrazio dell’inaspettato riconoscimento. D’altronde, i tempi erano maturi, vedete. Il popolo era di nuovo timoroso degli dei, era giunto il momento di tendersi la mano e rinunciare a inutili e defatiganti schermaglie tra fratelli”.
“Ti riconosco in pieno come mio nipote”, sorrise Numa.
“Difatti, ai piedi del Sublicio è sorto il Foro Boario, e voi sapete bene quale impulso abbia potuto dare all’Urbe come crocevia del commercio e all’incontro tra le diverse genti italiche qui residenti, cementandone i legami”.
“Vero, vero. Anche grazie a esso sono sempre più penetrati in noi i Tarquinii, da cui abbiamo tratto ottimi re”.
“Spocchiosi e depravati”. Puntualizzò Romolo a Numa.
“Ma ottimi regnanti”.
“Scusate, stavo parlando io. Tra poco potrebbe trovarsi in vista lo Scalo Tiberino. Quanti ricordi”, tentò di riprendere Anco.
Il sole era ormai sceso oltre i profili degli edifici, in lontananza si distinguevano ancora, contro il fondale bruno-rossastro del cielo, le moltitudini dei tetti, delle cupole, quelle dei campanili. Le chiome degli alberi spiccavano irregolari sulle alture. Il taxi filava zigzagando nel traffico, e l’intrico dei platani ai lati della strada lasciava intravedere le prime luminarie della sera.
Numa Pompilio si lasciò sfuggire:
“Per quanti guai possa passare adesso, è sempre davvero bella la nostra Roma”.
Gli altri annuirono in silenzio.
Ma mantenere il silenzio non ricadeva nelle loro facoltà. I timpani avevano preso a vibrare intensamente a tutti: in cielo si era levato uno stormo di elicotteri che, almeno in apparenza, condivideva la stessa meta con i re.
[Continua]
Leggi le puntate precenti: 
1  –  2  –  3


“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

Annunci

5 pensieri su “I 7 re di Roma – Anco Marzio

  1. Pingback: I 7 re di Roma – Tullo Ostilio | Tratto d'unione

    • Chissà che non sia, forse, anche questa bellezza “resistente” a causare il mantenimento del suo vistoso declino ai margini delle preoccupazioni dei cittadini. A depotenziarne i danni e impedire lo scatto d’orgoglio necessario per il suo rinnovamento. Comunque vada, è sempre bella Roma. E sempre più invivibile.

      Piace a 1 persona

  2. Pingback: I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco | Tratto d'unione

  3. Pingback: I 7 re di Roma – Servio Tullio | Tratto d'unione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...