Viva la vida

cacucci_coverFrida Kahlo era una pittrice messicana. Ma avrebbe voluto essere un medico. Era una bella ragazza di diciotto anni su un autobus con il suo ragazzo quando l’autobus si accartocciò su di lei, sbriciolandola. Era il 1925 e la sua colonna vertebrale si ruppe in tre punti, si ruppe un femore, alcune costole e il collo, la gamba sinistra in undici punti, l’osso pelvico in tre punti, la spalla sinistra lussata, il piede destro schiacciato, un corrimano le entrò da un fianco e le uscì dalla vagina. Durante la sua vita subì trentatrè operazioni chirurgiche e l’amputazione prima di alcune dita del piede destro, poi, qualche anno prima di morire, di tutta la gamba destra ormai in cancrena.

Non è possibile prescindere da questo incipit se si vuole comprendere o raccontare Frida Kahlo. Perché non divenne medico, bensì pittrice, a causa di questo incidente. Perché non sposò quel ragazzo di cui era innamorata – al quale dedicò e regalò un quadro che lui conservò gelosamente fino alla morte – sposò invece il pittore Diego Rivera. La pittura e il legame con Diego Rivera potrebbero da soli rendere conto della sua intera esistenza.

Pino Cacucci pubblica nel 2010 questo libro che racconta Frida Kahlo attraverso un monologo pronunciato da lei stessa. Frida dice di essere nata nella pioggia, corteggiata per tutta la vita dalla Pelona, la morte, che la sfiorerà continuamente senza avere il coraggio di prenderla, spaventata dalla sua terribile volontà di vivere.

«Molte volte sono stata sigillata dentro bare di ferro e di gesso, ma… io resistevo, ascoltavo il mio respiro e maledicevo il lerciume del mio corpo devastato. Ho imparato nella pioggia a sopravvivere: alla barbarie di una vita spezzata, a me stessa dolorante e, infine, a Diego.»

Sono molti i farmaci, compresa la morfina, che aiutano Frida a vivere nonostante il dolore fisico che costantemente prova. Ma a tenerla viva è la sua tenacia: “Una forza di volontà superiore, che la renderà stella intramontabile.” Il suo incredibile amore per la vita si esprime soprattutto attraverso l’amore per Diego Rivera, il quale della vitalità e della gioia di vivere è stato l’incarnazione. Fisicamente enorme, con le sue grandi mani prendeva tutto quello che lo rendeva felice, soprattutto le donne, che tradì sempre con altre donne, e sempre senza smettere di amarle.

«Diego è come la mia vita: un lento avvelenamento senza fine, tra gioie di sublime intensità e abissi di angosciosa disperazione. Eppure… amo la vita quanto amo Diego. E, a volte, confondo l’odio per questa vita d’inferno con l’odio per Diego che mi trascina all’inferno e poi mi aiuta a uscirne. Lui mi ha ridato la forza per superare l’angoscia e nell’angoscia mi ha risprofondato mille volte. Ma so che l’angoscia è dentro di me: Diego è solo la scintilla che la scatena. Ogni giorno, ogni notte… Ho amato Diego. L’ho odiato. È stato la causa e l’effetto. Il sole e la luna. Il giorno e la notte. Diego, la mia vita e la mia morte. La mia malattia, la mia guarigione. La mia coscienza. Il mio delirio. La linfa più dolce, il deserto più desolato. La mia arsura e la mia pioggia. La fede in me stessa e il disprezzo per come mi sono lasciata martoriare senza porre un limite.»

Negli spazi lasciati vuoti da Rivera, Frida Kahlo trova consolazione in altri amori, che mai la distoglieranno da quello assoluto per Diego. Fu legata per dieci anni al fotografo Nickolas Muray che le scattò dei ritratti bellissimi, compreso quello utilizzato da Feltrinelli per la copertina del libro di Cacucci. Ebbe una liaison anche con Tina Modotti (di cui ho già scritto qui e qui) non ponendo limiti a quello che di bello la vita poteva darle. Quando León Tročkij si stabilì a Città del Messico, esiliato dalla sua Russia ormai in mano a Stalin, si innamorò di Frida Kahlo.

«E il Viejo León si è invaghito di me. La sua sembrava una passione vera. Vecchio pazzo. Mi scriveva lettere da far arrossire persino me, che ne ho viste e fatte di tutti i colori in questa pinche vida. Lo ammetto: ero lusingata, almeno all’inizio. León Tročkij, fondatore dell’Armata Rossa, il rivoluzionario di ferro, innamorato di me, la sciancata Frida Kahlo. Poi, a un certo punto, pieno di sé com’era, ha detto che voleva “portarmi via a Diego”. Portarmi via a … Diego?! E tu León… hai davvero creduto di avere un simile potere? Povero illuso. Tu non sai niente di me. Sono io che decido se voglio lasciarmi portare via. Deciderò io persino come e quando lasciarmi portare via la vita, figuriamoci se tu avresti mai potuto portarmi via a Diego!»

Frida e Diego erano indissolubilmente legati dall’amore e dall’arte. Ma anche una terza componente li univa saldamente: la politica. Frida Kahlo era stata attiva politicamente sin dai giorni della scuola, mentiva sulla sua data di nascita (quella vera era il 1907), diceva sempre di essere nata nel 1910 perché quello era l’anno della rivoluzione messicana, della quale lei si sentiva figlia. Diego Rivera fondò il Partito comunista messicano e non ripudiò mai la purezza degli ideali che lo avevano avvicinato al comunismo. Neanche quando divenne chiaro per lui che Stalin non poteva più rappresentare le idee della rivoluzione, neanche quando venne espulso dal suo stesso partito.

«Diego ha dedicato tutto se stesso alla politca. E ne ha ottenuto solo fango, invidie, carognate, pugnalate alle spalle. Dopo aver fondato il Partito comunista messicano, ha scelto Tročkij e ha ripudiato Stalin. Ma in fondo lui è sempre stato un anarchico. Con Tročkij fu una sorta di infatuazione. Mandò tutti all’inferno e si prodigò perché il governo messicano lo accogliesse come rifugiato. Il Partito lo ha espulso, accusandolo per giunta di collaborare con il “governo borghese”… Anzi, visto che il Partito lo aveva fondato lui, è stato Diego a espellersi da solo, con una pantomima che rendeva l’idea di quanto fosse tutto assurdo.
“Addì 3 ottobre 1929, davanti a questo Comitato centrale, io, Diego Rivera, segretario generale del Partito comunista messicano, accuso il pittore Diego Rivera di collaborare con il governo piccolo-borghese del Messico e di aver accettato l’incarico di affrescare la scalinata del Palazzo Nazionale di Città del Messico. Tale condotta va contro la linea politica del Comintern, e pertanto il segretario generale del Partito comunista, Diego Rivera, deve espellere dal Partito comunista il pittore Diego Rivera!
Il Partito comunista l’ho creato io, buffoni! E senza di me, potete tornare a pascolare le capre! Andate a farvi fottere, miserabili!”»

Diego Rivera riversò anche nella sua arte l’ideologia che aveva abbracciato. Fu il massimo esponente del muralismo messicano, i grandi affreschi all’esterno degli edifici avevano lo scopo di diffondere il messaggio rivoluzionario e di essere compresi e fruiti da chiunque. Anche oggi i writer e la street art fanno riferimento a questo originario comandamento, rifiutando di essere ingabbiati in musei e mostre private. Forse ricorderete che a Bologna, nel marzo del 2016, il muralista Blu cancellò tutti i suoi splendidi graffiti dalle facciate bolognesi per protesta contro l’iniziativa di Genus Bononiae, un’istituzione culturale presieduta dall’ex rettore Fabio Roversi Monaco, che aveva deciso di staccare dai muri le opere dei writer più quotati per esporli in una mostra sulla street art.

E proprio a Bologna in questi giorni è possibile visitare una mostra su Frida Kahlo che espone anche opere di Diego Rivera e altri importanti pittori di quel periodo.

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Il percorso espositivo inizia da Rivera, bambino prodigio già a tre anni, vissuto in Francia, cresciuto artisticamente con Picasso e gli altri grandi pittori della Parigi di inizio secolo, tornato in Messico nel 1910 per partecipare alla rivoluzione messicana, davvero un grande talento artistico. Insieme ad alcuni suoi quadri possiamo ammirare quelli di Tamayo, Zárraga, Izquierdo e Siqueiros (il quale, fedele a Stalin, guidò il commando che fallì il tentavo di assassinare Tročkij a Città del Messico nel maggio del 1940 – operazione che riuscì pochi mesi dopo a Ramón Mercader). Non aspettatevi una mostra di quadri naïf, la cui principale attrattiva sia la collocazione storica e geografica: i quadri esposti sono opere d’arte che nulla hanno da invidiare a quelli dei più famosi artisti europei di quel periodo e di diritto si collocano nel panorama della grande arte internazionale.

L’esposizione prosegue con una sezione dedicata esclusivamente a Frida Kahlo. Sono rimasta colpita dalle moltissime, stupende, fotografie che la ritraggono, sola o insieme a Diego Rivera, offrendo un’immagine di semplicità e naturalezza che mi ha permesso di sentirmi molto più vicina alla sua umanità. Mi sono emozionata guardando alcuni filmati che assomigliano ai filmini Super 8 che girava mio padre nelle occasioni di famiglia. Diego Rivera che porta un mazzolino di fiori a Frida nel giardino della Casa Azul, guardarli camminare, sorridere, parlare, come se non fossero lontanissime e mitologiche figure appartenenti a un passato così remoto da renderle irreali. Eccoli lì invece, proprio come noi, identici. Che impressione.

E poi i suoi quadri, il suo tocco magistrale ma soprattutto la sua visione, il suo mondo interiore, quasi solo autoritratti con dettagli del suo presente: in forma di code di scimmia che la cingono; in forma di abbracci materni di terra e donna; in forma di corpo dentro e fuori, organi e lacci, aborti e lacrime, per la sua sofferenza fisica, per quel desiderio di maternità che non riuscirà mai ad appagare; in forma di pensiero fisso, con Diego disegnato sulla fronte. Con la morte che, intimorita dalla sua seria determinazione, le gira intorno. Quadri intensi ed evocativi che stregarono André Breton, poeta e critico d’arte francesce, il quale li definì surrealisti, incassando però un giudizio negativo da parte della Kahlo che non riuscì a farsi piacere monsieur Breton: “Le sue teorizzazioni e la sua mania di stilare manifesti le sembravano pretenziose, inefficaci e noiose e la sua vanità, unita all’arroganza, la irritava.” (tratto da Frida, una biografia di Frida Kahlo, di Hayden Herrera).

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Foto di Nickolas Muray

Infine Vogue. Frida Kahlo divenne icona di stile grazie al suo particolare modo di vestire, di utilizzare i gioielli e acconciare i capelli. La pittrice era solita abbigliarsi ispirandosi al costume tradizionale tehuana, abito tipico di una particolare area del Messico, l’istmo di Tehuantepec. Questo tipo di abito permetteva alla pittrice di esprimere la sua mexicanidad e la sua creatività colorata, consentendole inoltre di dissimulare i busti che era costretta ad indossare nonché i suoi dolorosi difetti fisici. Nella mostra sono esposti abiti ispirati al suo stile creati da Ferré, Marras, Valentino e altri. Nel 1939 Vogue le dedicò una copertina, che però non viene presentata nella mostra e della quale non sono riuscita a trovare traccia in rete (forse la foto scelta per la cover della rivista inquadrava solo le mani della Kahlo, come al solito piene di anelli).

Frida Kahlo muore a soli quarantasette anni nel 1954, ufficialmente per embolia polmonare ma con sospetti di suicidio. Otto giorni prima di morire aveva ultimato il suo ultimo quadro intitolato Viva la vida, una scritta incisa nel cocomero, frutto che per la pittrice simboleggiava l’amore: una scorza dura e amara che contiene un cuore tenero e dolce. È da questo quadro che Pino Cacucci ha tratto il titolo per il suo libro su Frida Kahlo, un grido di battaglia e un testamento esistenziale che la rappresentano pienamente.

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20 pensieri su “Viva la vida

  1. Bellissimo post! Mi ha fatto piacere ripercorrere ancora una volta la vita di questa donna unica, che tanto ammiro. Sei riuscita a rendere i suoi tratti salienti e sono sicura che anche chi non la conosce, leggendo queste righe, ne sarà attratto. Complimenti!

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  2. Conosco Frida e la sua storia e la sua arte, è una donna unica a cui mi ispiro nei momenti difficili. Ho una sua foto nella prima pagina del mio diario, riproduzioni dei suoi quadri, nel mio romanzo ci sono molteplici riferimenti ai suoi aforismi e alla sua vita.
    A diciannove anni ho avuto un incidente d’auto che mi ha costretta a letto per un paio di mesi con un collarino di acciaio che mi teneva il collo sollevato e tirato ventiquattr’ore su ventiquattro, lo ricordo ancora come un trauma dolorosissimo, non oso immaginare come sia sopravvivere a un incidente come quello di Frida. Nel museo di Mexico City a lei dedicato ho letto pezzi del suo diario che mi hanno aiutato a capire il suo dolore e il suo amore ossessivo per Diego Rivera, che proprio non riuscivo a spiegarmi. Un bruto brutto e vecchio che la tradiva continuamente senza vergogna… alla fine anche lei non era certo una santarellina… ma tornava sempre da lui.
    Non ho letto questo libro perché mi infastidisce l’idea che sia scritto in prima persona, so quanto internet sia pressapochista e mi è già capitato di vedere in giro frasi del libro attribuite a Frida, come se fossero suoi reali aforismi. Che rabbia! X_X

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    • È vero, la rete fagogita di tutto senza chiedersi niente. Ma Cacucci ha scritto questo testo con grande rispetto nonché grande competenza. Conosce il Messico perché ci ha vissuto, conosce inoltre la storia personale, artistica e politica di quel “gruppo” di artisti messicani, la studia da sempre, anche insieme ad altri grandi come lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II (Pino Cacucci ha scritto un libro anche su Tina Modotti che ho già recensito su questo blog). Questo monologo è stato pensato per una rappresentazione teatrale. Ti consiglio di dargli un’occhiata, perché coglie bene la dolcezza e la capacità di amare di Frida, ma anche la sua caparbietà e l’aggressività del suo carattere sofferente. Non è colpa dell’autore se internet si comporta così. Anzi, forse il fatto che frasi tratte dal suo libro siano state attribuite direttamente alla Kahlo dice quanto lui l’abbia capita davvero.

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  3. La storia di Frida (e Diego) è ormai di pubblico dominio perchè sembra essere uscita da Hollywood (infatti, paradossalmente il film Frida di qualche anno fa, sembra una creazione eccessiva ma invece è molto aderetne alla realtà bella e tormentata di questa artista dal carisma molto forte. Come scrivi, lei stessa è stata un’icona di stile – ma spontanea e mai costruita – ancora oggi attualissimo e sempre presente anche sulle passerelle. Ma la sua forza interiore, quella sua capacità di apprezzare la vita e goderne anche nelle condizioni disastrate in cui si trovava è forse stata la sua vera arma, se possibile anche maggiore della sua arte.

    Molto sinceramente, le sue opere non mi hanno mai colpito profondamente, forse perchè mi mettono sempre a disagio di fronte ad una crudezza di fondo che li avvicina a degli ex-voto biografici. Certo, alcuni degli autoritratti sono bellissimi e ne mostrano tutto il fascino.

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    • È vero, gli eccessi esistenziali del periodo in cui hanno vissuto la Kahlo, Rivera e gli altri si prestano bene a una rappresentazione melodrammatica hollywoodiana. Ho visto il film e il Messico sullo sfondo ravvivava ulteriormente le vicende della vita estrema di Frida Kahlo. Gli ideali politici, la libertà scandalosa, la sofferenza fisica, tutto era oltre il limite. Perché per poter vivere nonostante tutto, lei doveva superare le barriere che le imponevano le sue condizioni fisiche.
      Prima di vedere esposti i suoi quadri e quelli degli altri presenti nella mostra di Bologna, ammetto di essere stata affetta da un pregiudizio. Mi aspettavo una pittura naïf, quasi autodidatta, il cui vero valore e unico interesse risiedesse nel fatto di provenire da un paese decentrato rispetto alle produzioni artistiche dell’epoca, di testimoniare il tentativo messicano di entrare nei grandi circuiti. Ma mi sbagliavo, perché i pittori esposti sono davvero grandi artisti, sono rimasta stupita dalla loro bravura che niente ha da invidiare ai loro più famosi colleghi del periodo.
      Anche Frida Kahlo possedeva una tecnica pittorica da professionista, ma scelse di distaccarsi dalle correnti che andavano per la maggiore, si dedicò esclusivamente a se stessa, ai suoi pensieri, ai suoi mostri, le sue paure. Dipingeva il suo dolore, lo sfogava, forse solo con i suoi quadri, forse per non inquinare anche tutto il resto della sua vita e trovare uno spazio di liberazione.
      Non fu lei a cercare una definizione nel surrealismo, ma Breton si accorse che i suoi quadri surrealisti lo erano spontaneamente.
      Ma io non sono, come invece sei tu, un’esperta e il mio sguardo è solo quello di chi si lascia andare per vedere se qualcosa lo fermerà, e in effetti… 🙂

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      • La verità è che l’arte deve creare sinergia, condivisione, ed anche per chi come te, non l’ha studiata, ma la approccia con sensibilità, voglia di conoscenza e rispetto diventa uno strumento di “riscoperta” del mondo sotto altre sfumature e con altri (alti) livelli di produzione. A mio avviso, al di fuori di ogni capacità, conoscenza, stile, colore etc… l’arte, quella vera (che è sempre fusa con la vita) deve emozionare e creare un dialogo anche silenzioso, basato magari solo sull’esperienza estetica tra l’opera e chi la guarda. Se solo si ottiene questo risultato il beneficio dello spettatore sarà immenso perché avrà goduto di una bellezza (che non è necessariamente quella oggettiva; anzi, spesso con l’arte contemporanea non lo è affatto) sincera ed appassionante.
        La bellezza ci rende la vita migliore e più serena per quel che può. E l’arte, come la natura è veramente uno dei pochissimi strumenti che ci aiutano in questo.

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