I 7 vizi – Avarizia

6_Vizi_Avarizia

Illustrazione di Davide Lorenzon

Mia nonna si scusò del loro ritardo dicendo così: «Abbiamo avuto un’avarizia al motore.»
Quella volta, suo marito, quindi mio nonno, non so cosa le rispose, perché bisogna immaginarli un po’ come una versione romano-pugliese di Sandra e Raimondo, però se conosco questo episodio è perché lui me l’ha raccontato. In famiglia abbiamo un’agenda con tutte queste pillole di errori sciolte nella rilassatezza di un dialogo, o di un nonsense, o di frasi dozzinali che incorniciate in un ambiente familiare e riconoscibile sono molto più comiche che imbarazzanti.

Quell’avarizia al motore l’ho sempre immaginata così, da bambino, con loro due che si fermavano, scendevano dall’auto e mio nonno che apriva il cofano e ci trovava il motore un po’ sulle sue, nel pieno di un’accesa discussione con i pistoni dentro le camere di scoppio. I pistoni che chiedevano una miscela giusta di aria e benzina, e il motore che trattava sul costo del carburante, offrendo aria a buon prezzo.
Quindi, ripensando a questo episodio, mi è venuto in mente quanto sia grave l’avarizia quando si manifesta in un motore che muove qualcosa. E se trattando di avidità è facile pensare immediatamente al motore dell’economia e, per un sillogismo, ai denari, io sono più preoccupato per l’avarizia che chiude le tasche alle parole, da cui tutto deriva, anche i soldi.
Viviamo in un mondo di parole, le usiamo, le vendiamo, le contrattiamo, le cambiamo, hanno un mercato legale e illegale; e come tutti i mercati, in cui ci sono i ricchi e i poveri, c’è anche chi ci specula e accumula parole per non spenderle, per farsi le nuotate nel deposito come Paperone. Dobloni di parole. Con i cannoni sul terrazzo.
Qualche mese fa, invece, io ho chiamato un amico e gli ho detto grazie. E lui ha avuto quella pausa che significa non sono abituato. Poi ne ho chiamato un altro, e l’ho ringraziato per tutto. E un’altra pausa, al limite del terrorizzato o del che cosa stai facendo? Sei impazzito?
Quindi ho capito che le persone non si ringraziano più, perché scambiano il grazie per debolezza mentre invece è una forza generosa.
Si tengono questa parola così preziosa per non usarla mai, la mettono dentro una teca, la Numero Uno delle parole, il decino da non spendere, il primo guadagnato, forse dopo le parole “mamma” e “papà”, perché si insegna subito a dire grazie.
«Come si dice? Di’ grazie alla zia! Su!»
«Grazieee…»
Questo è ciò che succede da piccoli, poi quella parola si dimentica, o la si trasforma nell’anello tolkieniano e noi in Gollum rattrappiti dentro un’umida galleria di montagna con stalattiti da cui gocciolano parole inutili che schizziamo in qua e in là per dare la sensazione di essere potenti mercanti, di essere finti generosi, di fare prezzi che noi ci rimettiamo, eh?
Ma il grazie resta lì, mai usato, brillante.
Non spendete il grazie, se siete così taccagni, io preferisco essere un automobilista, un estraneo qualunque, che si ferma e dà una mano ai miei nonni, con quel motore che non ne vuole sapere di ripartire e poi, quando tutto è finito e dopo che mia nonna ne ha detta un’altra delle sue, sentire la stretta di mano di mio nonno e lui che mi dice: «Grazie di tutto, venga qui che le do qualcosa», infilando le dita nella tasca interna della giacca.
E io che gli rispondo, con le mani sporche, le unghie nere e un sorriso bianco: «Siamo a posto così.»


“I 7 vizi” di Sergio Donato
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

5 pensieri su “I 7 vizi – Avarizia

  1. Ecco, ora anche io ho capito perché quelle volte che dico grazie mi sento sempre un po’ una sfigata (anche se con l’orgoglio di aver fatto ciò che è giusto): “Quindi ho capito che le persone non si ringraziano più, perché scambiano il grazie per debolezza mentre invece è una forza generosa.”

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