I 7 vizi – Lussuria

5_Vizi_Lussuria

Illustrazione di Davide Lorenzon

Mi giravano intorno da un po’, comunque restarono per non più di una quindicina di giorni; mi sembra per una sostituzione di malattia. Non so nemmeno se fossero davvero sorelle, magari mi ricordo male, anche se una mattina mi pare che quella più grassa disse all’altra, che non era un giunco: «Vero, sorellina, che non sto scherzando?»

C’erano quelle luci flaccide dei neon che danno solo l’impressione di illuminare l’ufficio come tubetti di supernove, ma se ci si fa caso, gli angoli delle stanze colano mosci verso la giornata di lavoro, anche se è appena iniziata. Quindi c’eravamo io e le sorelle che si davano da fare con le loro mazze, i loro moci, e le spugnette, e tutti quei liquami chimici industriali viola pallido dentro gli spruzzini anonimi, perché una cooperativa di pulizie non ha bisogno di fare la pubblicità alle cose radioattive che usa per dare l’impressione che la giornata sia più pulita della sporcizia che ci si porta dentro. Senza contare che in questo caso la sporcizia arrivava insieme a coloro che promettevano di sconfiggerla, perché le due sorelle avevano tutti i giorni quell’odore pungente di sudore seccato, quello che fa la crosta morbida sulla pelle e che poi viene via con l’unghia. I capelli legati e strizzati dietro la nuca erano di olio nero, e i denti avevano nuance dal giallo al marrone. Dentro le bocche non sono mai arrivato a guardarci, anche se loro avrebbero voluto, o meglio, avrebbero voluto che io le sondassi con una parte del corpo che loro desideravano a tutti i costi. Me lo chiesero quattordici giorni su quindici. Evitarono il primo solo per prendersi il tempo di radiografarmi con i loro materiali radioattivi e prendere le misure con le loro mazze graduate. Io sorridevo educatamente, al massimo recuperavo una battuta da maschio alfa, e lasciavo che lo schermo del pc mi portasse in un posto lontano e meno buio di quelle bocche, sicuramente più pulito. Lucido, almeno.
Alla fine dei quindici giorni, un trillo mi fece scoprire che le due sorelle avevano avuto il mio numero di cellulare da un collega che qualche mese dopo sarebbe partito per la Spagna per tentare la carriera di pornodivo. L’ultima volta che l’ho sentito parlava un italiano ispanizzato, faceva fatica a trovare le parole anche perché mi chiamava ubriaco da un chiosco sulla spiaggia di Valencia, e mi raccontò di avere fallito la carriera di attore ma che stava con la direttrice artistica della casa cinematografica di vent’anni più vecchia di lui, e saltuariamente con la figlia di lei, maggiorenne per un soffio.
Io, intanto, declinavo le offerte delle due sorelle al telefono. Me le immaginavo stridule e vicine con i loro camicioni a quadretti verdi, l’alito acido dentro il microfono del cellulare. Il primo giorno mi chiamarono mentre mi facevo il bidè. Arrivai a pensare che mi stessero spiando. Giuro che guardai fuori con l’asciugamano sul ventre al posto della foglia di fico. Non c’era nessuno.
Il piacere sessuale è plastilina multicolore. Non cambia nella sostanza con il lento scivolare dei secoli, prende solo altre forme e si fa un po’ più calda dentro e fredda fuori, come un gelato fritto cinese invertito. Perché le pruderie, i pensieri tremuli del desiderio restano sempre gli stessi, ma bisogna che siano ben mascherati, corrotti dal politicamente corretto, tutti impettiti, a schiena dritta, un perbenismo che ormai è oltre la nube di Oort del cattolicesimo e viaggia verso l’universo sconfinato e pieno di materia buia del socialesimo. La parvenza della perfezione morale è la polvere ficcata a forza sotto il tappeto perché stanno arrivando gli ospiti, è l’abito e la cravatta firmati mentre si promette l’iPhone alla minorenne già nuda sul letto. Deve essere tutto come prima, ma senza le manifeste processioni alla falloforia con le piogge di succo d’uva che spruzzavano sui campi, e diventiamo tutti più gobbi, meschini, spie del sesso, con i palmi strofinanti. Quindi mi va di rivolgere un pensiero alle due sorelle e al mio collega pornodivo mancato, che ridevano e dicevano, ma che importava loro se ridevano puzzando dalla bocca o dicevano masticando l’alcol e la sabbia valenzana.
Non erano per niente sporchi, loro, erano solo liberi.


“I 7 vizi” di Sergio Donato
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

5 pensieri su “I 7 vizi – Lussuria

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...