I 7 vizi – Gola

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Illustrazione di Davide Lorenzon

A me sembra di vivere in un posto con i denti bianchi e un cancro alla gola. Si sorride sempre con l’abusata chiostra smaltata, bellissima e luccicante per tenere nascoste le cellule marcescenti, pustolose, striate di vene violacee con affluenti blu per capillari.

Perché quando ho un po’ di tempo – tempo da buttare dopo aver fatto le mie cose, le cose della vita, quelle che sono diverse per ognuno di noi anche se volendo si possono categorizzare per l’operaio in mobilità così come per l’amministratore delegato – accendo la tv, e se avessero già inventato la odovisione sentirei pure i profumi della cipolla che sfrigola nell’olio da quattordici euro, e il burro della frolla che si scioglie mentre cuoce e non so come riesce a venire fuori da quei forni che sigillano il mondo ma gli odori no. E dietro questi profumi, per adesso inodorabili, c’è sempre questa chiostra di denti, questa costellazione di stelle Michelin, oppure pastorizie di blogger culinari recuperate da chissà quali giri, quali accordi, che me li immagino mentre pastori e bestiame si stringono mani e zoccoli trovando l’intesa su quanto spazio dare alla pagina del blog, perché lo sa quanto costa un minuto di televisione, no?
E sono tutti così precisi e veloci, saltellanti, con le cibarie presentate sul piatto a forma di rombo concavo che guai a sporcarlo con la riduzione dell’arrosto. Le macchie non sono ammesse sui piatti, solo sulle camicie e le cravatte. E ci abbinano l’Aglianico del Taburno e poi giù con tutta una cascata di metafore odorose perché, fino a che non inventano l’odovisione, devono fare capire all’operaio in mobilità cosa deve aspettarsi il palato e lui deve immaginarsi sulla lingua questi umori di frutti di sottobosco, e poi l’aroma tannico, e il resto l’operaio in mobilità ha smesso di ascoltarlo perché il figlio disoccupato, laureato in ingegneria meccanica, è tornato dal discount sotto casa, e ha appoggiato sul tavolo le buste di stoffa che si possono riutilizzare.
L’operaio silenzia il televisore e controlla lo scontrino, mentre il figlio svuota tutto e gli fa vedere il litro d’olio in offerta a tre euro, e il certosino prodotto in batterie con il latte del Belgio e tutta una serie di sogliole di salumi sottovuoto nella plastica, tra cui una mortadella IGP che, lui non lo sa, è fatta con la carne irlandese, perché è sufficiente che un solo processo produttivo avvenga in una particolare aerea per ricevere il bollino blu e giallo che fa tanta scena. Nel frattempo la tv continua silenziosa alle loro spalle, a ridere muta, a odorare a vuoto, mentre nella cucina di truciolato il padre e il figlio decidono cosa mangiare, e magari lasciano fuori il certosino perché ci fanno un’insalatina di pomodori con mezza punta di aglio vecchio, inumidito, e di primo c’è ancora la rimanenza di quel pacco da chilo e mezzo di spaghetti che non si ricordano dove li hanno presi, ma il prezzo era buono, anche se quando li cuociono l’esterno si fa molle e dentro restano duri. Ne fanno tanti. Finiscono il pacco. Mezzo chilo in due, al burro, che ha sempre quel sapore che sembra che stanno mangiando chissà che, e il figlio, mentre porta i piatti in tavola prova a cambiare canale, a mettere sul TG, ma l’operaio dice che ora ci sono quelli della pizza. E il figlio lascia il telecomando e si siede, dice buon appetito e avvolge forchettate gonfie di spaghetti guardando dentro il televisore il suo ricco futuro, perché qualcosa cambierà prima o poi.
«Non sono male, papà, vero?» dice il figlio.
E l’operaio succhia gli spaghetti e risponde: «Uh… uh… guarda come tira quella pizza, io non so come fanno.»
«La facciamo, stasera?»
L’operaio finisce gli spaghetti e raschia il burro e il formaggio sul piatto con la forchetta, mentre da un’altra parte della televisione, che loro non vedranno mai, il TG parla di economia, di finanza e di quanto gli italiani abbiano aumentato il consumo di farina perché si fanno il pane e la pasta in casa.
Ma l’operaio e il figlio queste cose non le ascoltano, non ne hanno bisogno, perché le fanno già. Loro sono quegli italiani che fanno le cose, e poi se le mangiano.


“I 7 vizi” di Sergio Donato
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

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