I 7 vizi – Accidia

3_Vizi_Accidia

Illustrazione di Davide Lorenzon

Prima di iniziare a scrivere questo vizio non ricordavo cosa ci fossimo detti io e la ragazza magrissima con i capelli a caschetto biondi e gli occhi tondi e azzurri nello scompartimento del treno, qualche anno fa. Mi è venuto in mente quando ho ripensato ai suoi atteggiamenti, ai suoi movimenti; ho ricordato che aveva piegato una gamba sotto l’altra puntando il ginocchio nella mia direzione. A quei tempi studiavo etologia umana da amatore, e Allan Pease mi aveva detto che la posizione della ragazza magrissima era quella del corteggiamento, o comunque indicava confidenzialità. Ho dovuto smettere di studiare etologia perché i miei amici erano terrorizzati e non si muovevano più mentre mi parlavano, ma quella mattina d’estate, dentro quel treno, io ero in piena fase analitica, completamente concentrato sulla ragazza magrissima che si era interessata a me proprio quando io avevo preso a parlare di etologia.

Fu un viaggio lunghissimo, fu un viaggio d’amore che mi portò nel tacco dello Stivale, e parlai a lungo con la ragazza magrissima. Non ricordo proprio tutto, mi pare che lei studiasse, io già lavoravo, però lei si muoveva tanto su quella poltrona marrone screpolata, scudisciandola con le gambe sottili come fruste. Non erano i tempi degli smartphone, o dei tablet, e le persone, dopo qualche chilometro di tutù-tum sui binari, cominciavano a parlarsi con un pretesto qualsiasi.
Il viaggio in treno è abulico. Non si deve fare niente, specie durante le lunghe tratte, a parte guardare fuori dal finestrino e andare una volta in bagno. Ci pensa il treno. Il treno non è l’auto, o la moto, o la bici. Non è nemmeno l’autobus, perché quando ci sono tanti chilometri sotto gli pneumatici è perché si sta andando a visitare i mercatini di Natale a Vipiteno e l’umore è pieno di una sensuale follia vacanziera.
Eppure su quel treno ci fu vita, interesse, dialogo. Quando la ragazza magrissima arrivò alla sua stazione, io l’aiutai a portare giù le valigie. Ci salutammo, poi lei tornò indietro e mi diede un bacio sulla guancia. Non l’ho più rivista.
Il treno mi incuriosisce proprio perché mi sposta ma mi rende inerte. È allo stesso tempo un mezzo che crea attività e che la uccide, perché se vado in un posto è per fare qualcosa, però nel frattempo sono in attesa dentro questi parallelepipedi che sanno di soletta riscaldata dal calore del piede.
Oggi però ci sono anche i tablet, o i telefoni, che valgono in treno come al ristorante, dove, se non sei innamorato e prendi il cellulare solo per renderlo silenzioso, si è tutti sullo schermo prima che sul menù, e capita che il cameriere parli all’aria perché non c’è nessuno che ascolta. Quindi pure il cameriere, in quell’attimo che non appartiene alla vita, a niente, in attesa che qualcuno gli dia retta, che lo faccia lavorare, con la mascella un po’ lasca e gli occhi vetrificati, se ne va in un posto apatico della sua testa che però fibrilla di cose da fare, il lavoro, la palestra al mattino, il bambino lo accompagno io, oh, e c’è da fare la spesa, va bene, stasera mi metto a stirare e faccio una lavatrice, domani che vuoi per pranzo?, oggi inizia la quarta stagione, quella con il cliffhanger, me la registri? già lo sai del cliffhanger?, ormai sono tutte così!, hai ragione.
Ci sentiamo impegnati, non abbiamo tempo, sbuffiamo, sudiamo anche fuori dalla palestra, anche con la neve, eppure a me pare che la vita sia come un treno e noi immobili dentro essa. Lei si muove, si affanna in giornate sempre simili, ricorsive, mentre la nostra polpa interiore si fa pigra, si fa borse sotto gli occhi, prende il colore marino della televisione accesa in una stanza completamente buia, si esprime a monosillabi o ad urla per il gol, si rende sessuale con un bacetto prima di andare a letto, dentro i pigiamoni di flanella con le moto stampate su, e i piedi ghiacciati.
La mattina dopo io mi risveglio con il treno ancora in corsa, nel suo viaggio lunghissimo senza stazioni che però non è più anche il mio: è il viaggio di qualcun altro, o di qualcos’altro, e se abbandono il panorama del finestrino, mi riprendo e provo a chiederlo a chi è con me nello scompartimento, li trovo tutti con il collo piegato e con il naso dentro lo schermo, la mascella lasca quasi a invogliare un filo di bava.


“I 7 vizi” di Sergio Donato
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

4 pensieri su “I 7 vizi – Accidia

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