La mia vicina fuma, questo è da sapere.
Se n’era andata la pioggia del mattino, il cielo si era aperto in quel modo che convince le persone a stendere i panni nel pomeriggio, e dunque eravamo io e lei nel cortiletto interno, tra l’odore di bucato e quello di ferro e amaretto che veniva dalla campagna. In mezzo a questi c’era la sigaretta della mia vicina.

Premetto che io e lei ci salutiamo, forse lei non ricorda nemmeno il mio nome, o non l’ha mai saputo. Non c’è mai stato tra di noi l’odore di un moka borbottante sul fornello mescolato al rumore delle chiacchiere nella cucina dell’uno o dell’altra. Quindi, quel pomeriggio, nel cortiletto, tra i panni, eravamo neutrali come lo siamo sempre stati e come lo saremo sempre.
A un certo punto le ho detto, mollettando una mutanda: «Sai che sento il fumo in garage? A volte anche su, in cucina.»
«Ma va? Perché tieni aperto, forse.»
«No, no. È tutto chiuso.»
«Che strano.»
«Già.»
Finita lì. Lei, gomito sul polso e sigaretta tra le dita a pensare ai fatti suoi. Io, catino di plastica vuoto in mano, ho osservato una nuvola bianca in cielo (che in Emilia è rara, in inverno, perché di solito è un’unica piastrella grigia e bagnata di ventiduemila chilometri quadrati) e un paio di secondi dopo ero già dentro.
Oggi, invece, in un posto qualunque di internet, io con il mio nickname e un tizio con il suo, ho detto questo: «Sai, non riesco a trovare un senso in quello che dici», riferendomi a una sua considerazione che avrebbe voluto essere lirica e profonda. E lui mi ha risposto: «sticazzi.»
È probabile che l’abbia pensato anche la mia vicina mentre io dedicavo quei due secondi all’osservazione della nuvola, o quando sono rientrato, o dopo avere schiacciato il filtro nel posacenere pensando alla mia faccia. È possibile. Come è possibile che il tizio con il nickname tuttoattaccato sia così pure con la sua vicina, che forse non fuma nemmeno.
Ma nel corso degli anni la mia statistica personale conta un numero di rabbie a petardo fatte di bit molto superiore a quelle fatte di carne, a volte di fumo di sigaretta.
Ho sempre pensato che la vicinanza crei attrito quasi per il senso letterale con il quale questa parola mi fa immaginare le persone tutte appiccicate, tuttavia la rabbia misurata in metri è addomesticata, tenuta a bada, con un collare antipulci magari, perché certe frasi, certi atteggiamenti, ogni tanto sfuggono alla barriera e pizzicano, succhiano il sangue, però non ci si gratta subito. Si aspetta un po’.
Non capisco, invece, perché internet permetta di dire la propria ma poi le persone si arrabbiano se, pur restando educati, la loro non corrisponde con la tua. Nel mondo dei bit e della banda a rabbia larga a un certo punto ci sono state queste invenzioni del “secondo me” e dell’“IMHO” assolutamente necessarie, perché guai a omettere una delle due e avere una garbata opinione. Non è possibile. Le reazioni spesso vanno dal “questo lo dici tu” al “chi ca@@o ti credi di essere?” seguendo un arcobaleno di sfumature grigiognole tra le due. E a me viene anche da sorridere, perché è evidente che “questo lo dici tu” è proprio così. Per chi altri dovrei parlare? Sono io, con il mio nome, il mio nickname, la mia bellissima immagine in cross-processing, quindi perché cavolo dovrei mettere uno stramaledetto “IMHO” o “secondo me”? Eh? È sottinteso. Dimmi perché cacchio dovrei parlare per l’umanità intera. L’ho scritto io, lo penso io. Sono mica il Presidente del Consiglio, o della Repubblica, ho mica fondato un’Associazione delle Ca@@o di Opinioni Mondiali. E quindi qualcuno mi spieghi perché dopo tante vaccate e insulti mascherati, ma non addomesticati (perché lo scopo è quello di evitare la censura digitale dei bot), arriva il momento di darsi del “lei” e di dirsi “ciao” con i “cordiali saluti”. Ci hai mai fatto caso ai “cordiali saluti”? Te li immagini mentre li digitano furibondi, ballonzolando sulle natiche, o sfondando con i pollici lo schermo del telefono? Lo hai fatto? Ci hai fatto caso? Ca@@o, e rispondimi! Ma mettici “IMHO”, così, perché, oh! È una tua opinione, e devi mettercelo, è obbligatorio.
Ora vado a sentire se la vicina vuole il caffè.


“I 7 vizi” di Sergio Donato
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7