Me too – L’abito da sposa

abito da sposa

Illustrazione di Arianna Farricella

Mia cugina si era riscattata dalla povertà nella quale era nata grazie alla sua abilità di sarta. Sapeva creare abiti da favola ritagliando pezzi di stoffa, perciò decise di incanalare il suo talento verso il business degli abiti da sposa. Aprì il suo negozio di sartoria nella strada principale della piccola, ma ricca, cittadina lombarda che fece la sua fortuna. Gli Anni 80 imperversavano con la loro smania di esibire ed esagerare, gli industrialotti di paese, arricchitisi nel decennio precedente, erano impazienti di mostrare la loro capacità di spendere e lei li accontentò con generosità, facendo dei suoi abiti da sposa il lusso più costoso, del giorno più bello, di tutta la vita, delle giovani figlie, di padri in cerca di sfarzo. Presto la mia intraprendente cugina poté permettersi una villa con parco annesso, una casa affacciata sul mare di Portofino e tutte le mete esotiche che la sua voglia di vedere il mondo le faceva desiderare. Fu a causa di uno di questi viaggi che entrai in scena io. Lei aveva bisogno di staccare una settimana e io le avrei tenuto aperto il negozio in quei pochi giorni di vacanza. Si trattava di ricevere eventuali nuove clienti, facendomi lasciare i loro recapiti, promettendo che sarebbero state ricontattate. Durante le ore di apertura avrei avuto tutto il tempo per studiare il mio esame all’università, inoltre il piccolo gruzzolo pattuito come mio compenso mi faceva comodo. La sartoria era di notevole impatto visivo – ottoni, marmi, specchi, cristalli – ma di ridotte dimensioni: consisteva in una vetrina sulla strada che si apriva su una piccola stanza ingresso, dietro la quale c’era la zona cucito, stretta e lunga come un breve corridoio, con un lungo tavolo da lavoro addossato alla parete. Io mi sistemai nel retro, appoggiando i libri sul tavolo dello stipato sgabuzzo.

Il lunedì non entrò nessuno, a parte il marito di mia cugina che passò nel primo pomeriggio a controllare che tutto andasse bene (pensai che probabilmente voleva verificare che io fossi effettivamente lì e non stessi combinando casini). Fu molto cordiale, era una persona gioviale, con la battuta pronta, sempre molto elegante, il classico bell’uomo di mezza età, anche se a me allora sembrava vecchio. Il martedì vidi nuovamente comparire l’enorme lussuosa macchina del marito di mia cugina, che parcheggiò di fronte al negozio e si trattenne un po’ di più a fare conversazione. Era molto allegro, sembrava avermi in simpatia e gradire la mia compagnia. Il mercoledì rieccolo nuovamente, stavolta di mattina. Mi invitò ad andare a pranzo con lui, in fondo il negozio chiudeva fino alle tre, c’era tutto il tempo. Non so perché, che cosa mi fece titubare, ma declinai l’invito ringraziandolo, con la scusa che ormai mia madre mi aspettava per pranzo. Lui colse il mio disagio e si affrettò a rilanciare per l’indomani, insieme a sua figlia piccola, disse, la nostra cuoca ci preparerà qualcosa di buono, non puoi rifiutare. Così il giovedì mi venne a prendere col macchinone e mi portò nella villa dove pranzammo con la sua bellissima bimba bionda e con la cuoca che ci portava deliziosi manicaretti. Finito il pranzo mi riaccompagnò al negozio, ma visto che arrivammo un po’ troppo presto mi trattenne a chiacchierare in auto. Mi raccontò dei suoi viaggi di lavoro durante i quali gli capitava di incontrare donne bellissime, era chiaro che voleva far colpo su di me. Io tacevo e sorridevo per gentilezza, ma mi sentivo sempre più a disagio. Perché raccontare a me le sue avventure extraconiugali? Io ero una parente di sua moglie, avrei potuto sentire un debito di lealtà nei confronti di mia cugina e tradire le sue confidenze. Se ne andò di malavoglia lasciandomi sola in negozio e offrendosi di venirmi a trovare nel pomeriggio. A quel punto mi allarmai, lo dissuasi dicendogli che non era il caso perché dovevo proprio studiare per il mio esame che ormai era prossimo e aggiunsi il carico da novanta, spiegandogli che doveva già passare anche mia madre quel pomeriggio e questo lo fermò. Il giorno dopo era venerdì e io andai in negozio un po’ inquieta. Era ormai chiaro che mi trovavo in stato d’assedio, anche se continuavo a sentirmi incredula nell’ammettere ciò che invece la ragione mi diceva chiaramente, cioè che lui stava cercando di “circuirmi”, tuttavia, pensavo, non poteva essere così sfacciato, così sconsiderato e imprudente. La mattina trascorse tranquilla, ma nel primo pomeriggio, senza che il lungo muso della sua auto comparisse a darmi un preallarme – probabilmente aveva parcheggiato altrove – eccolo che entra veloce, spinge la porta di vetro e attraversa il breve ingresso senza darmi il tempo di uscire dallo stretto sgabuzzino. Riesco solo ad alzarmi in piedi e lui mi è già addosso, si appoggia contro di me, mi abbraccia tenendomi incastrata contro il tavolo, spinge le sue labbra contro le mie, con una mano chiude la porta a soffietto che ci esclude dalla vista delle vetrine e poi mi afferra i polsi. Io non riesco a spostarmi, lui è forte e mi blocca, mi spinge la sua lingua in bocca. A quel punto mi sembra che l’unica cosa da fare sia non ricambiarlo, facendogli così capire che non lo voglio. Tengo la bocca semiaperta quasi fossi morta e non rispondo al suo bacio. Penso che lui si accorgerà della mia impassibilità, del fatto che non restituisco il bacio, che non partecipo. Penso che si accorgerà che sta baciando un essere inanimato, penso che questo non gli piacerà e che lo fermerà. Invece lui non sembra farci caso e continua a baciarmi finché comincia ad ansimare, il suo bacio si protrae fino a quando non viene scosso da uno strano brivido finale che lo fa fremere. Solo allora si stacca e dichiara soddisfatto: Che bel bacio!
Che bel bacio? Sconcertata, stupefatta, scioccata riapro la porta ed esco dallo sgabuzzino. Sono frastornata, basita, non so cosa dire. Lui mi saluta con il suo sorriso disinvolto e se ne va subito, come se niente fosse successo, ma non prima di avermi allegramente rassicurato: “Vedrai che un giorno avrai anche tu un bell’abito da sposa.”


Testo di una blogger
Illustrazione di Arianna Farricella
Progetto Me too

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16 pensieri su “Me too – L’abito da sposa

  1. Una bambola pronta all’uso, utile per soddisfare i capricci e le esigenze fisiologiche di quell’uomo, addirittura suo parente acquisito. Ripeto fisiologico perché non ha chiesto “posso”, non ha chiesto “scusa” per l’irruenza fuori luogo, non si è curato del mancato consenso di lei, ma ha fatto tutto da solo. Lui aveva bisogno… di sfogarsi con la bambola di turno, chissà quante altre ne avrà incontrate. Uomo ricco, brillante che ottiene sempre ciò che vuole, da chiunque. 😖

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  2. Penso che il bacio sia quasi una metafora letteraria di un ben più rozzo comportamento. Ma il punto non è quanto questo individuo si sia spinto avanti, il punto è il modo da cavernicolo, è l’oltraggio esibito con la naturalezza ottusa di chi si fa guidare dalla voglia cieca. Non mi aspettavo da questo elemento un qualche senso morale, ma una minima prudenza sì, invece ha agito da bifolco primordiale che arraffa quello che gli piace senza alcuno scrupolo.
    Ben narrato ed esemplare.
    ml

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  3. Vengo, prendo vado. Preda, oggetto, sfizio da togliersi. Il cinghiale è forse consenziente ad essere cacciato e poi ucciso? Perché mai dovrebbe esserlo una donna, per di più giovane, per di più povera e che anzi, dovrebbe essere grata delle attenzioni ricevute? E quale mai sarà la sua più grande ambizione se non un giorno indossare un abito da sposa?

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    • P.S. A scanso di equivoci: non chiedo ovviamente risposta. È un interrogativo che, se non rimane aperto in quest’occasione, lo rimane purtroppo assai spesso in una gran parte dei casi (con tutte le riflessioni e le conseguenze che ciò comporta)

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      • Il quesito resta aperto e non avremo la risposta perché la blogger preferisce restare anonima. Ma se dovessi scommetterci qualcosa, punterei sul no. Secondo me la cugina non ha saputo nulla, è rimasta all’oscuro di questa faccenda, per il solito motivo: difficilmente le donne denunciano. Hanno paura delle conseguenze, soprattutto quando i fatti si svolgono in famiglia.

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  4. Mi fa pensare a tutti i luoghi comuni – terribili – che continuano a sentirsi in questi casi, tanto in società che nelle istituzioni: perché non ha gridato? Perché è stata zitta? Perché non si è liberata dall’abbraccio? Perché si è fatta trovare sola? Il racconto rende bene tutta l’assurdità di questi e altri commenti.

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    • È vero. È molto facile cadere in questi cliché, che non tengono conto di ciò che oggi non deve e non può più essere ignorato, cioè l’addestramento culturale che le donne ricevono in maniera diretta e indiretta, da famiglia e società. Le donne crescono educate a una certa immagine di sé, e difendersi da ciò che diventa parte della propria identità è una cosa complicatissima.

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