Me too – Spettatori paganti

spettatori paganti

Immagine di Arianna Farricella

«Una volta mi ha picchiata mentre mi possedeva. Dovrei dire mentre facevamo l’amore, ma quello era tutto tranne che amore. Ho portato i lividi dei suoi pugni sui fianchi per settimane. Mi muovevo sotto di lui, è stato questo il motivo della sua furia. Solo le puttane si muovono durante il sesso, le brave mogli cattoliche invece stanno ferme, attente a non godere perché non sta bene. Avevo vent’anni quando mi sono sposata. Erano i primi Anni 60, non si parlava certo di violenza sulle donne né di femminicidio. I panni sporchi andavano lavati in famiglia e se il marito ti prendeva a sberle magari gliene avevi dato motivo. Per chi non sapeva sopportare qualche schiaffo in silenzio non era così semplice separarsi. Il giorno in cui ho abortito la prima volta se n’è andato a caccia tutto il giorno. Si è arrabbiato tanto al suo rientro: il pranzo non era pronto. La seconda volta invece non era rintracciabile. Anni dopo ho saputo che era con la sua amante. Mi sono chiesta come sarebbe stato avere dei figli. Magari sarebbe cambiato, non avrebbe più alzato le mani per un nonnulla. I bambini gli piacevano tanto. Lui ha sempre pensato che la colpa fosse mia, che non fossi buona neanche a dargli il maschio che tanto desiderava. Anche di questo mi accusava durante le nostre liti più feroci. A volte penso che il mio corpo rifiutasse il suo seme, che liberarmi di quella parte di lui fosse un modo per ripagarlo delle botte che mi dava. Gli ho tenuto testa, questo sì. Ho sempre avuto un brutto carattere e la mia lingua sapeva ferire trovando il suo punto debole. Dove le mie parole si fermavano arrivavano le sue mani a completare l’opera. Il nostro matrimonio era una guerra senza vincitori.»

Ora sono anziani e malati, due vecchi stizzosi e colmi di acrimonia che continuano a litigare per la minima sciocchezza. Sono ingrati e pieni di pretese, pronti a rinvangare il passato rinfacciandosi le loro tante colpe, senza avere mai una parola gentile verso chi li circonda. Fanno parte della mia famiglia, ma non provo alcun affetto per loro. Ne ho pena e immenso disprezzo. Di quanto ero piccola ricordo bene le urla, il terrore anticipato per una parola sbagliata, i litigi che prendevano fuoco per la minima sciocchezza, una tavola apparecchiata con poca cura, una risata o un rumore di troppo durante il rito del telegiornale serale, lei trascinata via per i capelli durante il pranzo di Natale, una pantofola solitaria di traverso nel corridoio e i nostri giochi di bambine calpestati. Erano sberle che volavano spesso anche per noi, violente e ancor più dolorose perché senza un vero motivo, solo un modo facile per sfogare la frustrazione su chi era più debole e indifeso. Ne abbiamo prese più di quante meritassimo, questo è certo. Mi chiedo ancora oggi perché i miei genitori e i miei nonni, che pure abitavano quella grande casa, non fossero in grado di proteggerci meglio. Mi chiedo perché dovessimo assistere allo spettacolo indecoroso di due persone così incapaci di dare amore e tanto generose con la violenza, perché il sopruso dovesse essere tollerato senza ribellarsi. Eravamo spettatori paganti, ma il prezzo del biglietto è stato esorbitante e ha lasciato ferite profonde che non si sono ancora rimarginate, né mai lo faranno e lo dimostrano le scelte che tutte noi abbiamo fatto, vite solitarie, senza compagni, senza figli.
Quando ascolto le notizie di cronaca, il mio pensiero va alla vittima ma anche a chi viene lasciato indietro a contemplare la catastrofe e a rialzarsi tra le macerie, bambini che hanno assistito a spettacoli orrendi, piccole esistenze che dovranno fare i conti con il ricordo e cercare di essere migliori di chi li ha preceduti. Vivere non dovrebbe essere così doloroso. Nessuno lo merita.


Testo di Mela
Immagine di Arianna Farricella
Progetto Me too

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40 pensieri su “Me too – Spettatori paganti

  1. L’ha ribloggato su La Mela sBacatae ha commentato:
    Il primo articolo del nuovo anno è il contributo che ho scritto per il progetto Me too che, grazie all’iniziativa e dell’ospitalità di Tratto d’unione, ha permesso a tante blogger di raccontare il vissuto, personale o di persone care.
    Sono quella che sono, per fortuna o purtroppo, anche grazie a queste ferite che porto senza vergognarmi di raccontare. Avrei potuto essere una donna migliore, forse, ma nessuno lo saprà mai.
    A chi leggerà chiedo il favore di lasciare un segno anche sui blog di Tratto e magari di leggere chi, prima di me, ha raccontato.
    Ogni testimonianza è un passo prezioso verso un mondo migliore.
    Ogni lettura è un passo avanti verso la consapevolezza.
    Questo è ciò che tutte le donne si augurano.

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  2. Non meno colpevole di chi agisce la violenza è chi ha contribuito a costruire ed alimentare, per secoli, tutta quella struttura di pensiero che immobilizza, dentro matrimoni che non sono tali, l’infelicità di una (anzi, più d’una) vita, perché “non si può dividere quel che qualcuno ha unito”…

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  3. Non ho parole, non le trovo e dubito che possano esserci, ogni frase mi appare sconveniente. Che cosa posso scrivere per trasmettere la mia vicinanza e il grande desiderio di abbracciare chi ha subito tanto? A volte non le parole ma il calore dell’accoglienza nel pensiero, nella partecipazione, nell’offrire quello che di bello e buono può avere un abbraccio umano, questo vorrei infilare nel mio commento

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  4. Nella tua narrazione poni l’accento su un aspetto non secondario ma poco esplorato: c’è una responsabilità anche da parte della vittima, non certo nel senso di sue eventuali provocazioni verso l’uomo, ma perché dopo tanti anni è ancora al fianco di quell’uomo violento, perpetrando nel tempo un legame marcio al cui cospetto crescevano dei bambini incolpevoli e segnati nel fisico e nel cuore. Forse fossero stati figli suoi la donna avrebbe trovato la forza di separarsi da quel bruto.
    ml

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  5. Un messaggio, difficile, per quante pensano che avere figli risolva tutto, che bisogna mantenere la coppia unita perché i figli abbiano anche un padre, che tanto nessuno se ne accorge, che non ci sono vittime collaterali.
    Grazie.

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  6. Non riesco a trovare le parole giuste per commentare questo post, io che con le parole ci lavoro.
    Aggiungere qualcosa vorrebbe dire “sporcare” quello che tu hai scritto.
    Quindi mi limito a dirti che ho letto, ho capito e ti abbraccio. Ma forte assai! ❤️

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  7. Grazie a Mela per aver affrontato questo ricordi, così terrificanti. Le conseguenze di un qualsiasi agito sono incalcolabili, talvolta non trovano più argine. Sono con Massimo nel sottolineare l’aspetto che ha detto. In assenza di una giustizia quella donna avrebbe fatto bene a perderla la sua guerra e scappare via. Per te, per voi.
    Ma le ragioni di un legame che non si rompe davanti a tanto odio e violenza sono così profondamente radicate nella psiche umana, così ambigue e contorte da risultare imperscrutabili da fuori.
    Dal primo racconto/testimonianza di questa serie assisto alla sorprendente ambiguità di certi sentimenti e sensi di colpa.
    Serve aiuto, da fuori, da parte di persone non coinvolte e affrancate da legami familiari o d’amicizia che possono accecare, persone che possano discernere e operare in nome di buon senso e giustizia.

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    • Serve aiuto, serve far capire a chi è vittima che non è sola, serve educare al rispetto dell’altro, di qualunque sesso, etnia, religione, colore o inclinazione sessuale sia. Le testimonianze sono un sasso gettato sull’acqua e spero che i cerchi si allarghino sempre di più. Grazie Paolo per le tue parole.

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  8. Fatti tristissimi di vita quotidiana che purtroppo non sono così rari, nemmeno oggi. Mi chiedo se la generosità verso la violenza, come hai efficacemente scritto cara Mela, abbia appagato la loro vita, così misera ai miei occhi di lettrice e, immagino, di chi conviveva con loro.

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  9. Capisco bene quello che hai visto, io l’ho vissuto da figlia di genitori violenti l’uno verso l’altro in modo subdolo e ferocemente cattivo. Ha lasciato un sacco di danni in me, in mia sorella e mio fratello. Ognuno l’ha vissuta modo suo. Mia sorella sembra essersi anestetizzata alla cosa, mio fratello ha ferite che bruciano ancora e vengono fuori in modo distaccato, io fatico ad adattarmi a tutto, fatico a vedermi madre, fatico a fare la moglie, fatico con la mia femminilità, sempre alla ricerca di qualcosa che non avrò mai.

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  10. Un racconto che lascia il segno e soprattutto fa rimanere senza fiato. Tutto questo non è sopportabile all’interno di una civiltà che si definisce evoluta. Il problema è che, nonostante se parli in continuazione, tutto questo continua a esistere e i danni irreparabili non si possono guarire. Non so cosa dire, perché quando si è di animo buono si pensa che certe cose non possano esistere, invece sono talmente all’ordine del giorno che si rimane sconcertati. Hai, avete, tutto il mio appoggio, per quanto possa bastare.

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