Me too – Non era amore

non era amore

Illustrazione di Arianna Farricella

A Franca Rame

Quando ero ragazzina non era ancora come oggi, che sono tutte bellissime, le ragazzine. La moda era terribile, e i capelli te li sistemavi da sola, o al massimo con l’aiuto dell’amica del cuore, rinchiuse per ore in bagno prima di una festa. Grazie a spume, lacche, e tecniche rubate al parrucchiere dall’amica più grande che già poteva permettersi la permanente. Tutte a testa in giù a spruzzarsi tanta e tanta robaccia puzzolente sui capelli, che poi dovevamo accartocciare con perizia, mentre sparavamo il phon sulle radici, ma senza diffusore. Io ambivo a essere un clone della prima Ciccone. Sognavo di agitarmi in mezzo alla pista, sotto una pioggia di luci psichedeliche, invasata e dardeggiante, sinuosa e debordante. E la mia amica del cuore, che somigliava un po’ a Brooke Shields, ma coi capelli belli, lisci e biondi, li massacrava pensando di far bene, e finiva col farli sembrare quelli di Crudelia De Mon.

Alcune nostre compagne pensavano che io e lei fossimo le più carine della scuola, noi ce ne convincemmo e ci alleammo subito. Sedevamo insieme al banco, una affianco all’altra e le ore di lezione passavano col conforto della reciproca vicinanza. Avevamo entrambe un ragazzo che si chiamava Maurizio, e spesso uscivamo in coppia. Raggiungevamo il mare sulle moto dei Maurizii e poi ci appartavamo tra le dune, da dove riemergevamo coi  vestiti tutti messi male, i capelli aggrovigliati e sabbia infilata ovunque. A quel punto, a quell’età, avevamo non più di sedici anni, tornati in vista al mondo si ricomponevano le coppie, donna stava con donna, uomo con uomo, e si passava il tempo restante a confidarsi, a fare battutine, a condividere piccoli progetti di fuga che a pensarci adesso mi fanno solamente tenerezza.

Maurizio io l’avevo conosciuto a una festa di capodanno. Ero lì per caso, trainata dal fratello di una mia amica d’infanzia. Non conoscevo nessuno di quei ragazzi quasi tutti più grandi di me e molto ben vestiti. Il posto era una grande villa, la padrona di casa una ragazza pallida e fine, con una erre francese di natura, in abito nero al ginocchio e filo di perle al collo. Ora, bisogna sapere che io attraversavo il periodo ribelle, che ero una bionda tinta attratta da efebi post atomici, possibilmente introversi, autolesionisti, schizoidi e tenebrosi. Che dopo Flip, lo scenografo con la cresta che si sparava punti sulla coscia tanto per sentire l’effetto che faceva, rimasi in uno stato solitario e agognante per mesi, senza riuscire a trovare tra i ragazzi del liceo nessuno che uguagliasse tanto splendore.

Dunque arrivai alla festa non solo annoiata e scettica, ma pure disperata. A partire dalle auto di lusso parcheggiate fuori, passando per la musica discreta e a basso volume, per le luci soffuse, gli orologi di marca, gli arredi sobri e classici, finendo col buon cibo, il buon bere e la bella gente, non era certo quello il posto in cui avevo sperato di iniziare il nuovo anno.

A un’ora dall’entrata in sordina me ne stavo da sola a mani incrociate sulle gambe incrociate, seduta su un divanetto basso, accanto a un ragazzo con una testa spropositatamente grossa e tutto butterato, che cercava di attaccare bottone con battute che, mmm… ho dimenticato.

Finché è arrivato lui.

Presentato dal fratello della mia amica, ha preso posto accanto a quello col testone e subito ha disteso il braccio oltre le sue spalle fino a raggiungere il mio collo. Questo è ciò che penso mi abbia conquistata. La sorpresa.

Sentire due dita che mi scorrevano sulla pelle, senza vedere in faccia quello che me lo faceva, mi mise in apprensione, mi mise in subbuglio, mi mise in uno stato di quasi-eccitazione che ho provato solo una seconda volta, e solo ripensandoci in sogno. Quando uno sconosciuto mi alzò la minigonna in metropolitana, mentre si stava tutti bloccati e stretti stretti, cercando di salire sempre più verso l’alto. E più mi dimenavo per spostarlo, più quello insisteva. Finché non mi sono girata di scatto con una faccia brutta, senza riuscire a individuarlo, ma almeno riuscendo a farlo smettere.

Maurizio aveva questo, che ci sapeva fare con le donne. Mi fece sentire unica, preziosa e rarissima. Era bravissimo a sollevarmi in volo con le parole e i gesti. E aveva anche due occhi tremendamente belli. Avrebbe avuto tante altre qualità se non fosse stato così insicuro. Lo era talmente tanto che, benché fossimo affiatati come nessuno, mi controllava in continuazione. Cercava di incontrarmi quando dovevo studiare, si appiccicava al vetro della scuola di danza mentre mi esercitavo, mi telefonava per ore, mi sottoponeva a lunghi e puntigliosi interrogatori sui miei due o tre ex, e poi mi accusava di tutto, soprattutto di tutto quello che non avevo mai neanche lontanamente pensato di fare.

Perché ero carina, forse è vero, ma ero innamorata di lui. E durante il ballo di fine anno del liceo era con lui che mi ero chiusa in bagno, nei giorni in cui non avevo interrogazioni facevo sega da scuola con lui (le uniche volte che non l’ho detto ai miei genitori). Con lui suonavo il pianoforte a quattro mani, con lui uscivo sempre, sempre, sempre. Ma era un insicuro, e così si disperava pensando di non avermi abbastanza sotto il suo controllo. Mi accusava dandomi schiaffetti in pubblico, davanti ai miei amici piazzava pacche commentando la sodezza del mio sedere (ero una cosa sua), una volta in moto iniziò a carezzarmi una coscia cercando di farsi vedere dal mio prof di matematica, che casualmente aveva affiancato la sua macchina alla nostra moto.

La storia è durata circa tre anni, in un crescendo di litigi e sgambetti reciproci. Lui addirittura, durante una delle nostre crisi, riuscì a “fidanzarsi” per alcuni mesi con una ragazza del nostro quartiere, non dicendole niente di me, e niente di lei a me, benché i nostri amici in comune sapessero benissimo, e tacevano.

Anche in quell’occasione lo perdonai. Ho sempre perdonato alla fine, io. Almeno finché non mi sono stufata e resa conto, ma guarda, di essere degna di essere amata come si deve. Quindi alla fine mi sono stufata anche di lui. L’ho lasciato definitivamente e, a quel punto, la nostra commediola insulsa si è trasformata in un horror.

Ormai avevo raggiunto la maggiore età ed ero una matricola universitaria. I miei erano entrati in rotta di collisione e stare in casa era molto simile a vivere da svegli in un incubo. Sentire il fiato di Maurizio sul collo e subire le sue sfuriate era l’ultima cosa di cui avrei avuto bisogno. Lo misi gentilmente di fronte all’evidenza, apriti cielo.

Elenco, in ordine sparso: agguati in strada, minacce per telefono, minacce e insulti scritti su biglietti nella buca della posta, dietro a fotografie mie strappate e sistemate sul parabrezza delle macchine, la mia e quella dei miei, ma anche sul parabrezza della macchina del padre del mio compagno di studi del momento, con tanto di irruzione notturna in casa sua, e rigatura delle fiancate, rotture di antenne e specchietti di tutte le auto fin qui menzionate (sospettai di lui anche per lo scoppio dei miei pneumatici in corsa), e ancora telefonate e agguati, e minacce, e scene madri.

Mio padre dovette andare via di casa in quel periodo. La mia vicenda era lo specchio di quella dei miei genitori.

Nei mesi successivi trovai un po’ di conforto rifugiandomi nell’abbraccio buono e senza pretese di un amico. Col tempo, ci volle più o meno un anno, Maurizio si calmò, diradò le sue improvvisate che diventarono sempre meno offensive, fino quasi a interromperle del tutto (ma ritornano, loro ritornano sempre). Era stata una relazione importante, eppure non ho mai sentito la sua mancanza. Alla fin fine, innamorata o meno che fossi stata un tempo, quello non era stato amore.

Oggi, che è passata tanta acqua sotto i ponti, ritornandoci sopra mi pare che tutto sia accaduto a un’altra persona. Ma una traccia di quella vicenda, una traccia forte, ce l’ho ancora dentro, sensibile come una cicatrice. Non riesco più a fidarmi delle persone che si esaltano facilmente nell’espressione dei sentimenti, positivi e negativi. So che sono in grado di fare del bene, ma anche tanto male (e spero di sbagliare, spero che non sia così proprio per tutti coloro che manifestano temperamenti passionali).

Questa esperienza mi è servita di lezione per il futuro, alle povere ragazze delle cronache di questi ultimi tempi non è stato concesso tanto.


Testo di Francesca Perinelli già pubblicato sul suo blog il 29 maggio 2013
Illustrazione di Arianna Farricella
Progetto Me too

16 pensieri su “Me too – Non era amore

  1. Terribile esperienza, che forse grazie alla giovane età di entrambi è rimasta per fortuna alle tue spalle, lontana. Mi chiedo che uomo sarà diventato, sperando che sia entrato in analisi con un bravo medico per qualche anno e abbia finalmente preso sicurezza in sé e il controllo delle proprie emozioni.
    Anche se, come sappiamo, basterebbe capire che nessuna donna è un oggetto da possedere.

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  2. Innanzitutto grazie per la pubblicazione di questo post, nel quale hai riconosciuto le potenzialità di una testimonianza del #meetoo.
    Nel caso specifico credo che il ragazzo di allora fosse vittima a sua volta di qualcosa di troppo grande da poter affrontare da solo. Erano altri tempi ma, oggi come allora, il punto è: dov’è la società in quei frangenti?

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  3. Mi ha colpito la bellezza e la lucidità dello scritto. Si sente il dolore delle ferite inferte, anche se ormai cicatrizzate, ma si sente tanto anche il grande lavoro di elaborazione che è maturato con il tempo e questo, purtroppo, è qualcosa che a tante vittime non è stato concesso. È bene che testimonianze così trovino ampio spazio e dibattito. Servono, servono moltissimo.

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  4. L’ha ribloggato su iCalamarie ha commentato:
    Chi mi conosce sa che difficilmente parlo in pubblico di fatti personali. Il motivo per cui ho deciso, alcuni anni fa, di provare a mettere su carta quello che accadde in uno dei periodi di formazione della mia vita sta nel tentativo di riesumare eventi all’origine della persona che oggi sono diventata.
    I periodi di formazione non finiscono mai ed eccomi a tirare di nuovo le fila, avendo ricevuto il benefico pungolo di Trattodunione, al seguito dell’iniziativa #meetoo.
    Come molte altre persone, episodi di vessazioni ricevute ne avrei potuti raccontare altri. Questo però ha ricoperto un ruolo emblematico, ha segnato il corso di alcune scelte successive in materia di rapporti con il genere maschile e non solo. Il punto stava nel fatto di dover subire da parte di qualcuno che, a parole e spesso con i fatti, dimostrava un grande affetto per me, qualcuno di cui mi fidavo.
    Ancora oggi provo una discreta pena per le sue e per le mie debolezze. Ancora oggi non mi sento di stabilire una condanna assoluta nei suoi confronti.
    Il racconto che ho prestato a Trattodunione vede nomi e circostanze modificati, non la sostanza. Ciascuno decida come reagire. Io sono per l’integrazione e il dialogo, uniche armi per migliorare il mondo in cui viviamo.

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  5. La solitudine in queste situazioni è devastante, ma anche la giovane età che non fa capire quanto siano pericolosi quegli “schiaffetti” dati in pubblico. Quante donne subiscono tutto questo fino, a volte, alle estreme conclusioni. Le cicatrici poi sono impossibili da cancellare del tutto. Grazie per questo racconto, così lucido e in qualche modo distaccato per il passare del tempo, ma anche per l’elaborazione che ne hai fatto maturando

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  6. La serenità che traspare in questa narrazione apparentemente distaccata e ironica a distanza di tempo (complimenti, un piacere leggere) potrebbe ingannare. Ma non è così. È il lavoro su di sé operato per anni che porta a tanta lucidità e equilibrio.
    Spesso noi uomini siamo così deboli. Questa lettura mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto pensare a me, alle mie personali e forse solo ingannevolmente innocue forme di violenza di quando non ho saputo e non so lasciare andare. Anche una mail dai toni amichevoli, la rievocazione di un ricordo a distanza di tempo e chilometri possono essere una forma di intrusione e disturbo.
    È l’incapacità di perdere e lasciar andare. L’incapacità di rispettare la vita e la libertà altrui.
    Ognuno si faccia un esame di coscienza. La violenza (fisica o psicologica) non deve avere scale e unità di misura.

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