I 7 re di Roma – Servio Tullio

Servio_Tullio

Illustrazione di Davide Lorenzon

Servio Tullio (…-539 a.C.)

La Rupe Tarpea è difficile da risalire, anche se sei stato un re che, di scalate, specie di quelle al trono, se ne intende; lo è ancor più se accanto a te si issa verso l’alto il fratellastro che ti ha odiato fino a condurti a morte.
Sali scalando massi facili a sgretolarsi, coperti da vegetazione scivolosa, spostando al buio la mano dietro la mano e poi le punte dei piedi. Sbatti col grugno sopra blocchi sporgenti, assaggi tuo malgrado il granuloso sapore delle muffe, delle quali intuisci il colore marcio al di sotto del fogliame verde, né puoi fare a meno di aspirarle col naso. Sputi, tossicchi. Ammicchi e strizzi più volte gli occhi, cercando di lacrimare per pulirli. Ti auguri di trovare appigli nell’ignoto, gravato dall’incertezza di chi alla realtà del corpo deve ancora prendere bene le misure. Di chi è uscito dal Limbo come da un coma di secoli.
Sali, anche se hai da sempre una paura bestiale dell’altezza. E se hai paura di chi hai al tuo fianco, essere disumano di cui non ti puoi fidare. Sai che, se non si trovasse in impaccio proprio come lo sei tu in questo momento, non si farebbe scrupolo di ripetere l’antico gesto, quello di buttarti di sotto con tutta la violenza di cui è capace.
Provi paura, e non certo quella di perdere la vita che, a conti fatti, non è che il palco su cui si recitano commedie in favore degli dei.
Ti fermi un attimo per una folgorazione che paralizza i tuoi movimenti.
Non è tanto per Roma che stai affrontando tutta questa fatica, ma per provare di nuovo, in tutta la sua intensità, quella paura. L’unica sensazione che ti permette di sentirti veramente vivo.
Sembrava tutto fugato, su nel Limbo. Se i vivi non dimenticano, i morti possono scordare. Non c’è più il corpo dilaniato, non più la mente offesa. Ossa polverizzate non possono vantare parentele, né reclamare averi che non godranno mai.
Ma ora, col mantice che in petto trae ed espelle aria, l’antico fragore ritmico che riempie ogni cavità, i sensi tutti attivi a reclamare vita da bruciare, tu e il tuo fratellastro sentiste rimontare rancori e vecchie liti.
Non vedevate l’ora di provarlo di nuovo, il gusto feroce delle quotidiane zuffe da bambini.
Avevate rovesciato il mobilio del corridoio a chiudere la sala, e tutti i consiglieri erano andati a sbracciarsi dalle finestre, spintonandosi e gridando dentro i cellulari. Correndo fuori dal portone, Prisco vi precedeva tenendo forte la Sindaca per un braccio. Dimentico di voi, le bisbigliava incessantemente in un orecchio.
L’aria era tiepida, spirava il ponentino e voi restaste sbigottiti per esservi sporti con lo sguardo verso i Fori (secoli di splendore ridotti a come solo il paragone con paesaggi post-atomici, a voi ignoti, può illustrare). Ciascuno di voi in cuor suo avrebbe voluto soffermarsi a riempire di ricordi quel momento, a ricostruire le topografie urbane e quelle del sentimento, a farvi stordire dall’immensità dei cambiamenti. Avreste voluto avere il tempo forse di rimpiangere il silenzio delle sere, il rosso baluginare delle rare lucerne per le vie. Di sorprendervi della scomparsa delle costellazioni.
Ma il cielo, ancora fiacco nel virare a notte, sembrò docile a lasciarsi accarezzare dai dardi luminosi delle macchine volanti comparse all’improvviso all’orizzonte.
Dovevate sbrigarvi. All’ora convenuta i restanti re vi avrebbero raggiunti e avreste, tutti insieme, dato prova un’ultima volta dell’immortalità dell’anima di Roma.
Già riprendeva la corsa quando sentisti di dover pretendere qualcosa di più da quel che stava accadendo.
“Guardalo, come blandisce la prigioniera, tuo padre”, avevi detto, calcando l’ultima parola.
Tarquinio Prisco, oggi come allora, stava fregandosene di voi ma, dei due, tu eri l’unico a non poterne essere toccato. Nessuno ha mai saputo della tua solitudine, doppiamente orfano di padre, e figlio di due madri.
Fu grazie all’astuta Tanaquil se, invece che schiavo come chi ti partorì, fosti cresciuto come erede al trono. Merito suo se ottenesti Roma con l’inganno quando, dopo averti data in sposa sua figlia, finse l’infermità del re e ne nascose la morte – giunta per mano degli eredi di Anco Marzio-, per dare in pasto ai cittadini una falsa designazione.
L’arrivista senza scrupoli che ordiva trame, mossa da un desiderio di rivincita sugli uomini, ti piazzò come reggente finchè il legittimo erede non fosse cresciuto a sufficienza per sostituirti.
E il popolo ti amò subito. Servio, che fin dal nome ispiravi la rinuncia a ogni diffidenza, ti curasti di lusingare gli ultimi, quando ultimo proprio non si può dire che fossi.
Come Tarquinio Prisco, giungesti al trono per affiliazione anche grazie ai tuoi nobili natali e a un imponente censo. Tanaquil aveva fatto bene i suoi calcoli, contando sulle tue capacità e sull’ingenuità della popolazione di Roma, ma non aveva fatto i conti con te.
Bene ne incolse a Roma dalla tua preferenza per la plebe. Riconoscendone la dignità sul campo, la includesti nelle prime linee della fanteria, e organizzasti il primo censimento della storia, per distribuire più equamente le tasse.
Operasti da tiranno, ma generoso, nell’imporre riforme dall’urbanistica alla religione: in barba ai malumori della classe patrizia, minacciata dall’avanzamento di status dei plebei, Roma vide montare e accrescere il suo potere e la centralità politica e religiosa nel Lazio. Nessuno ebbe più di che lamentarsi.
Ma a nulla valse tanta capacità. Il regno, estorto con l’inganno, si rivelò un fardello immenso da portare in casa, se le tue figlie andarono in sposa una dietro l’altra al giovane zio, erede designato al quale non volevi concedere alcuna possibilità. La prima, morta per mano del marito, lasciò il campo alla seconda, uxoricida a sua volta.
Pensando di relegare a beghe famigliari quella che era la trama di un complotto bell’e buono, non ti accorgesti che Tullia, tua figlia minore, era rosa dall’invidia per la finezza strategica di quella nonna che seppe portare e mantenere ben due etruschi a capo di Roma.
E quando Tarquinio il Superbo ti provocò, facendosi trovare assiso sul trono che sosteneva spettargli di diritto, per poi scaraventarti dalle scale del palazzo, mai avresti pensato di trovarti davanti Tullia. Moristi nello scempio del tuo corpo già martoriato, mentre lei -Ops!- ti passò sopra con cavalli e cocchio.
Ti era proprio scappato dai denti quel tuo padre. E il Superbo, bloccato il passo, si era voltato per riderti in faccia con una ferocia che, per un momento, ti fece di nuovo tremare le ginocchia.
Avreste dovuto sbrigarvi, avreste dovuto restare compatti, invece di venire alle mani.
“Non ti ha cresciuto forse mio padre a propria immagine, Servio? Guardati attorno ora: ratti e cinghiali a spasso per vie che spesso sprofondano nell’Ade, percorse da carri malmessi e inefficienti, ingombre d’alberi caduti, allagate come fiumi che passano in mezzo a osceni nuovi colli fatti di spazzatura. E i romani? Cospiratori violenti e rissosi, del tutto ignavi nel curare Roma. Tutto ha le sue radici nel lassismo che, dopo di voi, ritorna eternamente ”.
“Come osi?” rispondesti, le spalle rivolte a Oriente, a ciò che restava della città antica nella distruzione dei Fori. Occhi ebbri tanto d’odio che di voluttà ti brillarono al punto di sembrare stelle nello spiccare la loro prima luce. Il buio, da dietro la tua schiena, copriva sempre più la volta celeste.
Ma il Superbo, roso dalla tua stessa voglia di rivalsa, riprese:
“Non ne hai avuto abbastanza? Sei stato molle nella gestione del pubblico quanto nel privato. Hai trascurato troppo e troppo a lungo la sorveglianza di ciò che ti accadeva in casa. Servo di nome e di fatto, e prima di tutto della tirannia delle femmine etrusche!”.
“Bestia! Avrei dovuto ucciderti da piccolo!”, fu il rantolo che ti gorgogliò in gola.
“Vuoi sapere come ho fatto fuori Tullia maggiore, la tua figliola prediletta? Mmm… Oppure che ti descriva minuziosamente i lavoretti che Tullia minore mi riservava in casa tua? Mi torna in mente quella volta che radunasti il popolo nella valle del Foro, proprio qui sotto, per annunciare false dimissioni. Lontano dell’acclamazione popolare, tuo ennesimo vantaggio acquisito con l’inganno, io, ancora sporco del sangue fresco di una, prendevo senza pietà l’altra tua femmina di casa. Era quello che voleva, sai, Servio. Quello che forse avresti voluto anche tu, chissà, ma che non le hai mai potuto dare…”
“Basta così, vigliacco!”, gridasti nel lanciarti contro il Superbo, che ti accolse quasi con sollievo, aggrovigliandosi a te in uno scontro ansimante di membra e insulti.
Fu qui che vi sorprese la militia. Vi intimò di fermarvi, puntandovi contro la minaccia dei ferri. Vi buttaste a correre a perdifiato verso il tempio di Giove, ritrovando con l’intuito il tracciato che vi condusse fuori dalla portata dei colpi. Rotolaste all’unisono sulle scale che uniscono la via per la Rupe Tarpea con la piazza sottostante, restando miracolosamente illesi. Atterraste in mezzo a un gruppo di persone che si scansò con ribrezzo. Restando vicini vi sollevaste e vi confondeste nella folla. Stavano tutti guardando verso l’alto. Era chiaro che il palco degli dei si era spostato lassù.
E voi, senza scambiarvi altre parole, scavalcata la recinzione nella totale indifferenza dei più, iniziaste, fianco a fianco, la vostra risalita.
[Continua]
Leggi le puntate precenti:  1  –  2  –  3   –   4   –  5


“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

11 pensieri su “I 7 re di Roma – Servio Tullio

  1. Pingback: I 7 re di Roma – Servio Tullio (su Tratto d’unione) | iCalamari

  2. Pingback: I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco | Tratto d'unione

    • Potremmo pensare che in tempi così lontani gli esseri umani avessero costumi molto più efferati dei nostri, ma non è così, e lo si constata quotidianamente buttando un’occhio ai fatti di cronaca o a quelli della politica nazionale o internazionale. Inutile nascondersi dietro a un dito, siamo in tutto e per tutto simili ai nostri avi. Credo che prima accettiamo quest’evidenza, prima potremmo ragionare obiettivamente su come salvare capra e cavoli (o meglio, pianeta e specie).

      Piace a 1 persona

      • Sì, è un sospetto che a volte ho anch’io, quello che migliaia di anni siano trascorsi invano per la nostra specie. Poi però cerco di essere un po’ più ottimista e ricordarmi che il diritto e la legalità e la morale hanno invece prodotto qualche cambiamento. Se non altro nella coscienza e nella moralità di tanti. Almeno così mi piace credere. Anche se c’è ancora tantissimo da fare per trasformarci dai predatori più crudeli del pianeta a esseri civili 😉

        Piace a 2 people

  3. Pingback: I 7 re di Roma – Tarquinio il Superbo | Tratto d'unione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...