Me too – Cyberharrassment

cyberharrasment

Illustrazione di Arianna Farricella

Quando ho aperto il blog “Memorie di una Vagina”, non ho pensato alle conseguenze. Non avevo un progetto editoriale preciso in mente, non pensavo che la community sarebbe diventata una minuscola officina di opinioni al femminile (e non solo). Mentre scrivevo mi accorgevo di dar voce ai pensieri di molte donne e post come “I Non-Leccatori” e “Caro Maschio Contemporaneo”, con le loro oltre 100mila condivisioni, ne erano un chiaro segnale. Decine di migliaia di donne, in questo paese, pubblicavano sui loro profili messaggi chiari e – in qualche modo – rivoluzionari: “sì, mi piace che la figa mi venga leccata bene”. “Sì, mi piace essere scopata con entusiasmo e voi uomini d’oggi non lo state facendo un granché”. In entrambi i casi, i post trasudavano sessismo. Un sessismo bianco, dico io, temporaneo, passeggero. Un sessismo che era anche il bisogno di rivendicare una prospettiva femminile sulla sessualità tutta, dall’iniziativa alla percezione del proprio corpo, fino al sesso orale. Classificare le tipologie di pene (altro post di discreto successo) non era altro che una risposta a decenni in cui noi donne non eravamo state altro che carne esposta in macelleria, quotata e messa all’asta per il miglior offerente. Sono sicura di aver visto più grafiche con tutte le tipologie di tette, di culi femminili, e di passere, di quante ne abbia mai viste sul pene. O, in generale, sul corpo degli uomini. Perché dico tutto questo? Per premettere che non sono stata particolarmente dolce, diplomatica o politicamente corretta con gli uomini, e lo riconosco. Tuttavia, dar voce a quei pensieri, che erano miei e di moltissime altre donne, era una parte fondamentale del mio lavoro. Il mio lavoro era (ed è) avere una voce, sfacciatamente femminile, e difenderla.

Spesso le aziende non hanno voluto collaborare con me, per via del mio nome d’arte. Sono stati in molti a dirmi che avrei dovuto creare un progetto parallelo, affrancarmi dal peso della Vagina. Non l’ho fatto. Non mi volevo chiamare pink_fashion_tips. Non me ne fregava un cazzo di parlare del make-up, delle ricette e delle scarpe. Io volevo parlare di sessualità, del grasso di cui mi vergognavo, delle delusioni che collezionavo. Del passato che mi tormentava e del futuro che temevo. Non avrei potuto eliminare la “Vagina” dal mio nome, senza eliminare la ragione del mio blog, senza negare la sua vocazione più naturale, cioè la femminilità.

Naturalmente, non è stato sempre facile convivere con questo alter-ego. Non lo è stato per me e non lo è stato per le persone che mi sono state accanto, neppure per gli uomini che hanno avuto la sventurata idea di provarci. Ma è stata un’esperienza altamente formativa, che mi ha insegnato, in parte, cosa significhi essere una donna con delle opinioni (a volte giuste, a volte sbagliate, come capita a tutti gli esseri umani senza distinzione di genere) e cosa significhi esporle. Che conseguenze abbia usufruire pienamente della propria libertà di espressione. Decidere di parlare anche di ciò di cui le donne non dovrebbero parlare (e invece è anche di quello che dobbiamo parlare, di ciò che non ci spetta, di ciò che non ci compete).

In questi sette anni, però, ho toccato pure il fastidio, l’insofferenza e l’ostilità di un’altra parte del mio pubblico: quella maschile. Gli uomini, fatti salvi quelli inoffensivi, che hanno un atteggiamento di pacifico confronto (al massimo legittimamente provocatorio), si dividono per lo più in: bulletti, spacconi, analfabeti, cafoni, delusi, troll, detrattori, haters, stronzi e disadattati-da-denuncia. Non esiste una risposta univoca che spieghi come trattare questi soggetti. Alcuni dicono di ignorarli, per non dar loro la soddisfazione di spazientirci. Altri, al contrario, sostengono sia giusto intervenire, moderare e “rimetterli al loro posto”. Personalmente, nel dubbio, io adotto il seguente protocollo: i bulletti li sopporto, agli spacconi rispondo, gli analfabeti li ignoro, i troll li riconosco, i cafoni li cancello, i detrattori li monitoro, gli stronzi li blocco.

I più truculenti, quelli che non si limitano a darmi genericamente della troia, mi commentano sul blog, sotto specifici post. Mi augurano di morire, ma possibilmente dopo essere stata pestata a sangue dal mio uomo e buttata per le scale. Oppure dopo essere stata violentata in branco dai negri. Cito testualmente, ho gli screenshot. Naturalmente esiste un inventario infinito di commenti all’aspetto fisico, di critiche estetiche e di insulti sessisti. La prima volta che ho subito un attacco di troll, quando non avevo idea che queste cose potessero accadere, sono stata malissimo. E, sia chiaro, non ero un’adolescente e mi ero esposta per mia scelta. Ciononostante, quegli attacchi grondavano un tale livore e una tale violenza che non riuscivo a restarvi indifferente. Non riuscivo a pensare che fosse solo una scaramuccia online. C’era qualcosa di più torbido, perverso e schifoso, in quei commenti.

Le molestie online, che possono essere di vario genere e varia natura, non sono diverse dalle molestie reali. Quando nasce un disagio, quando sorge l’ansia legata all’uso dello strumento digitale, la molestia diventa concreta. Diventa uno stato di stress che altera la vita. Uno studio condotto nel 2017 negli Stati Uniti dal Pew Research Center, rivela come il 41% degli americani abbia sperimentato in prima persona episodi di questo genere e come il 66% ne sia stato testimone (il 30% dichiara di essere intervenuto in difesa dei molestati, in diverse situazioni). Otto americani su 10 considerano le molestie online un problema serio e pensano che le aziende proprietarie delle piattaforme social abbiano il dovere di intervenire. D’altro canto, non è semplice trovare il giusto equilibrio tra conversazioni sicure e dialogo aperto. La libertà d’espressione rischia di cedere il passo alla censura (che mi sembra sempre ironico, come problema, considerato che Facebook censura i capezzoli femminili, però coltiva microsistemi tossici di sessismo, razzismo, omofobia e bullismo) e dunque il risultato è che, alla fine, non si capisce mai bene di chi sia la responsabilità delle molestie online.

Esistono dei provvedimenti, naturalmente. Si possono bloccare profili e numeri di telefono. Si può segnalare un utente. Si può bannare. Si può screenshottare e conservare per procedere a eventuali, successive, azioni legali. Ma la sensazione è che, contro il caso umano che viene ad augurarmi di morire, non faccio nulla. Contro l’uomo che mi invia una mail piena di rancore (ingiustificato, posto che non ci conosciamo) alle 3 del mattino, di un sabato sera (che io dico: ma figa c’avrai altro da fare nella vita, fosse anche solo dormire), ecco non faccio nulla. Si suppone io debba denunciare questi profili, questi indirizzi email, questi IP, alla Polizia Postale. Una volta avevo deciso di farlo. Sono andata sul sito, l’ho navigato con la consueta fatica con cui si naviga un sito statale. Non ho trovato nessuna sezione che facesse al caso mio. Forse sono io che sono inetta, tutto è possibile. Per sincerarmene, sono tornata sul sito e sono andata nelle FAQ. Ogni domanda ha una risposta che è taggata con il nome di una categoria. Le categorie sono:

“eCommerce”, “Pedofilia Online”, “Telefonia Mobile”, “Spamming”, “Phishing” (che sembra una category di Pornhub e invece è una truffa online); “Carte di Credito e Bancomat”; “Diritto d’autore”; “Cyberbullismo” e “Social Network”. Leggo Cyberbullismo, è interessante, racimolo qualche info utile, ma ancora non so, perché non lo so, cosa posso fare. Viviamo in un paese in cui le donne coi lividi addosso, segnalano invano la violenza fisica dei loro oppressori e non vengono aiutate. Perché un poliziotto dovrebbe dare retta a me, che segnalo le minacce di un ignoto, che commenta un blog femminista che si chiama come l’impronunciabile organo femminile? Voglio dire, certamente sbaglio, ma ho scarsa fiducia. Mi sembra che in Italia l’unico tribunale attivo su questi temi, sia il profilo di Selvaggia Lucarelli. “È un problema estremamente sottovalutato”, mi ha detto lei, una volta, e non vedo come potrei darle torto.

Secondo il Pew Research Center, le molestie online spaziano dalla sforzo intenzionale di mettere qualcuno in imbarazzo, allo stalking, fino ad arrivare a quelle di natura esplicitamente sessuale. Per diventare un buon molestatore, basta ispirarsi ai più vari pretesti: caratteristiche fisiche, opinioni politiche, genere, etnia, orientamento sessuale, religione, e via così. Le categorie che denunciano la maggior percentuale di molestie sono i giovani adulti tra i 14 e i 29 anni, i neri, gli ispanici e, naturalmente, le donne. Esse, in particolare, sono più del doppio degli uomini (11% versus 5%). Secondo un rapporto del Parlamento Europeo, nella maggioranza dei paesi dell’Unione, dalla Danimarca alla Spagna, la percentuale di giovani donne che denuncia di aver subito cyberharrassment oscilla tra il 10 e il 20%. Vuol dire che in ogni aula, di ogni scuola, ci sono almeno 1 o 2 ragazze vittime di questo tipo di molestia.

Se vi state chiedendo, o vi siete mai chieste, per quale ragione noi donne siamo più soggette a questi fenomeni, avete molte risposte da collezionare. Non vi basterà pensare che “siamo più vulnerabili”, come se questo fosse un dato di fatto, impossibile da modificare. Vedrete quanto il sessismo sia culturalmente radicato nella nostra società, perfino in quella Occidentale, e quanto radicale sia l’intervento che ci è richiesto, per cambiare le cose.

Certa di avervi tediate a sufficienza, vi lascio con un consiglio di lettura: “Women & Power”, un saggio-manifesto scritto dalla docente britannica Mary Beard, che ci accompagna indietro nei millenni per scoprire quanto sia difficile, per le donne, storicamente, maneggiare il potere. Non che non sappiano farlo, è che a loro non è permesso.

A questo punto vi saluto, non prima di aver ringraziato Trattodunione per la possibilità che ci dà, per l’impegno che mette nel raccogliere le nostre voci. Quanto alle mie esperienze di molestie analogiche e alle mie considerazioni in proposito, qualora vi vada di leggerle, potete trovarle nell’ebook “Molestie per l’Estate – Le 7 volte che non ricordavo”.


Testo di Memorie di una Vagina
Illustrazione di Arianna Farricella
Progetto Me too

Annunci

15 pensieri su “Me too – Cyberharrassment

  1. Che non esista una sezione nel sito della polizia postale è specchio di qualcosa di molto, molto più grande. L’insulto alla proprietà economica (sezione ecommerce) è un reato molto più grave. La molestia fa parte, al massimo, degli effetti collaterali dei social network (traducibile in: “con un nome così, te la sei cercata”, giusto per fare riferimento ai post delle settimane scorse)

    Piace a 1 persona

  2. Grazie a te Vagi per il tuo prezioso contributo. Magari le voci delle donne fossero sfacciate. Siamo ancora così preoccupate delle conseguenze delle nostre parole, delle nostre azioni, che anche il solo raccontare quello che ci è successo se siamo state molestate o peggio, ci riesce difficile. Una donna con delle opinioni che ha la sfacciataggine di esporle entra nel campo di ciò che non le spetta e non le compete. Parole così vere, le tue, che mi commuovo.

    Piace a 2 people

  3. P.S. il saggio di Mary Beard che ci consigli (e che correrò a prendere alla Biblioteca Italiana delle Donne) è stato tradotto in italiano proprio quest’anno: Donne e potere : per troppo tempo le donne sono state messe a tacere / Mary Beard, Mondadori 2018, 102 pagine, illustrato, traduzione di Carla Lazzari

    Piace a 3 people

  4. Ben scritto. Vorrei aggiungere che l’unico modo per evitare il vento che spira (e spira fortissimo) è acquattarsi dietro un’altura (e diventare un’anonima parte del paesaggio -> https://corrierino-giornalino.blogspot.com/2011/05/sturmtruppen.html). In questo, l’essere donne con un elevato grado di emancipazione è un’aggravante – in un paese come il nostro, fermo all’onanismo culturale. Ma un’aggravante rispetto ad una situazione di grettezza e non accettazione di qualsiasi “diversità”, fosse anche solo di opinione.

    Piace a 1 persona

  5. Sei di una chiarezza espositiva esemplare e costringi anche noi uomini a riflettere sul che fare contro questo fenomeno aberrante e dilagante. Come disinnescare questi campioni dell’insulto e della ferocia più vigliacca? Premesso che, come hai dimostrato, la denuncia non serve a nulla, forse l’unico modo sarebbe lasciarli lì, in bella vista, anche i commenti più truci e rivoltanti, senza alcuna censura e alcuna risposta. Di sicuro all’inizio questo aumenterebbe il numero degli sciacalli per imitazione ma, riuscendo a resistere allo schifo in silenzio, alla lunga questo modo funzionerebbe come uno specchio in cui i truci vedrebbero la propria bassezza e l’inutilità delle proprie ingloriose gesta.
    ml

    Mi piace

  6. Molto molto ben scritto e cosí di attualità. Proprio oggi l’ONU presenta il suo bilancio del 2018 e, tra le diverse analisi, indica che nonostante ci sia l’articolo 19 della Dichiarazione dei diritti umani che dovrebbe garantire libertà di opinione e di espressione, il 23% delle donne intervistate dicono di aver subito violenza sul web. Molte donne hanno quindi scelto di abbandonare e di non essere più sulle reti sociali.

    Piace a 1 persona

  7. Il cyberbullismo va condannato sempre. Detto questo, se gli uomini valutano l’attrattività del corpo femminile è giusto che le donne facciano lo stesso con i corpi maschili. Del resto uomini e donne etero provano attrazione anche fisica l’uno per l’altro/a. Un uomo etero è attratto da certi corpi e visi femminili come una donna etero è attratta da certi corpi e visi maschili, non neghiamolo (mi limito agli etero ma il discorso vale anche per chi non lo è)

    Mi piace

  8. Dritta per la tua strada, con un nome d’arte impegnativo, facendo ciò in cui credi: già questo fa paura, perché significa “non vi temo”. In un mondo dove alcune donne buttano alle ortiche dignità e lotte per la parità per un 30 all’università, un posto di prestigio o favori vari, una donna come te non passa inosservata. Dietro il nome esplicito e (forse) provocatorio c’è cervello, cultura, idee e un italiano, nel senso del linguaggio, usato con una proprietà sempre più difficile da trovare. Il nome… beh, Madonna (Mrs Ciccone) mica ne scelse uno a caso e a più di trentanni di distanza ancora cantiamo “Like a virgin”.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...