I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco

Tarquinio_Prisco

Immagine di Davide Lorenzon

Tarquinio Prisco (…-579 a.C.)

“La mia è la storia di una coppia di ferro, della vittoria di una cultura superiore sul rozzo pragmatismo dei romani, di un cambio di prospettiva, di un arricchimento morale e materiale di questa città”.
“Ma complimenti!”
Virginia e Lucumone, tramandato ai posteri come Lucio Tarquinio il Prisco, sedevano fianco a fianco nella notte illuminata dai fasci di luce degli elicotteri, con una folla ai piedi che li riprendeva e che postava le loro immagini su tutti i social network.
Le immagini dei grandi e seducenti occhi del primo dei re etruschi di Roma, concentrati in quelli altrettanto grandi e acuti della prima sindaca della storia della Capitale, stavano facendo il giro del pianeta.
“Ti dirò, cara Virginia, che se i miei fossero stati questi tempi, non sarei io, probabilmente, a occupare il tuo seggio, ma Tanaquil, la mia adorata moglie. Ne avrai sentito parlare”.
“Tanaquil, certo, come no?” La prima cittadina sorrideva di traverso, alla maniera delle statue etrusche, cercando in giro le guardie del corpo e trovando invece solo gatti, dagli occhi impressionantemente grandi anch’essi, che, miagolando con fare sinistro, si erano sistemati tutt’intorno al duo dei dialoganti.
Non che stesse credendo alle parole del sedicente re, ma era decisa a rimanere viva e, per riuscirci, lo avrebbe fatto parlare a oltranza. L’estraneo aveva modi gentili ma esalava un odore non proprio di pulito e Virginia, anche se ormai avvezza alle lotte e al puzzo della politica, non aveva certo intenzione di ritrovarcisi impegnata in un corpo a corpo.
“Anche io e mio marito, sai, abbiamo cominciato insieme, poi sono andata avanti io.” Fece una pausa emettendo un breve sospiro e per un momento smise di sorridere. Ma riprese:
“È vero, questi sono tempi eccezionali!”
Si erano inerpicati fin lassù, in cima a uno sperone sul lato sud della rocca capitolina, dopo aver salito a due a due gli antichi gradini nascosti dietro le inferriate di Piazza della Consolazione. Lucio Tarquinio l’aveva afferrata per un braccio nella corsa a capofitto seguita all’irruzione dei tre re nell’Assemblea Capitolina e ora, quasi a scusarsi, di tanto in tanto le sfiorava il polso, chiacchierando a bassa voce, come se intorno non stesse scatenandosi l’inferno.
“Lo sarebbero se tu, Virginia, avessi fatto onore alle gran donne che ti hanno preceduta”.
“Come, scusa?”
“Non è un caso che tutti i re siano scesi dal Limbo proprio in questo momento a raddrizzare il corso della Storia. Avremmo potuto esimerci, io, Numa e il mio padre adottivo, Anco Marzio, che abbiamo sempre nutrito fiducia e rispetto per le donne. Ma è proprio da una donna che ci aspettavamo quel guizzo in più, quel gesto risolutivo, quella trasformazione che avrebbe raddrizzato i torti. Figlia mia, ma questa non è più Roma! Lasciati dire da chi ha inventato la Cloaca Massima, che questa città è u-na fo-gna!”
Il volto della sindaca si sgretolò come una maschera di terracotta. Era già pronta a sfoderare le affilate armi del dibattito forense, quando sentì uno scalpicciare sdrucciolo – Muoviti! Sbrigati! Scivolo!- inerpicarsi dal basso. Inclinò il capo, senza dare troppa enfasi al gesto, verso le punte dei piedi che penzolavano sul vuoto. Udì gridare “Ahi!”, poi fu ancora silenzio.
Per un momento si sentì perduta, temeva che gli altri della banda che l’aveva rapita stessero tornando. O forse agenti scelti stavano cercando di salvarla arrampicandosi come avevano fatto loro due poco prima.
Decise di aggrapparsi a questa seconda ipotesi, represse l’ira che dalle orecchie aveva già preso a fischiare nubi di vapore caustico e tornò ad ammorbidirsi con l’interlocutore.
“Come mai te la prendi? Non sembri neanche uno di queste parti”.
“Ah”. Lucio Tarquinio fu punto sul vivo, si mordicchiò il labbro inferiore abbassando lo sguardo. “Si nota ancora tanto, allora”.
“Non lo so, hai questa c aspirata… Che sei della Tuscia?”
“Arguta, arguta, come tutte le donne”, le sorrise. Al re non sfuggì l’arrotolarsi sul dito di una ciocca di capelli da parte della sindaca.
“Ebbene sì, di padre greco e madre di Tarquinia, a essere precisi. Abbiam patito tanto, io e Tanaquil, l’invidia degli etruschi, che per far carriera siamo emigrati a Roma”.
“Su, che esagerato, non si emigra da Tarquinia a Roma!”
“Ah no? Hai idea di quanto impiegarono i nostri carri, con tutti i beni e gli schiavi, a giungere al Gianicolo, a quei tempi?”
“Ma quali tempi!” Virginia accennò a una risata.
“Ancora non mi credi? Attenta perchè, come dite voi, so’ bono e caro finché non perdo la pazienza!”
Lucio Tarquinio Prisco, stufo di accondiscendere chi lo prendeva apertamente in giro, si alzò in piedi e continuò con foga all’indirizzo della donna, che ora lo guardava pallidissima dal basso.
“Sappi che fu l’aquila di Giove a indicarmi la strada luminosa del futuro. Sappi che fu per valore, competenza e saggezza che Anco Marzio prima, e alla sua morte i romani, mi scelsero come amico e come regnante. Sappi che, davanti alle mie minacce, molte città nemiche si sottomisero senza neanche combattere e che fui capace di sconfiggere dopo aspri scontri il nemico di sempre, la Lega Latina, che contava tra i suoi affiliati anche il popolo etrusco. Per dire che, se serve, non guardo in faccia a nessuno! Sappi che annessi nuove colonie e popolai di sfollati i sette colli, rendendo Roma più grande che mai fino ad allora. Sappi che eressi il Circo Massimo e il tempio di Giove, che mi feci amare patrocinando le arti e gli spettacoli e ingigantendo l’esercito. Tieni infine presente che il mio ingresso trionfale in Roma avveniva su un cocchio dorato trainato da due maestose pariglie di purosangue, avvolto da toga d’oro e tunica palmata! Riesci a immaginarmi, nell’ora del mio massimo fulgore, Virginia? Pensi forse di essermi all’altezza?”
La prima cittadina seppe solo considerare tra sé e sé che fino a quel momento si era considerata la reggente più elegante che si fosse mai vista nella Capitale ma quell’uomo era riuscito a far vacillare le sue convinzioni. Notò anche che gli elicotteri si erano fatti più vicini, il rumore delle pale iniziava a rendere difficile la conversazione.
“Sbagli a non rispondere,” riprese Lucio Tarquinio, “sono sicuro che tu già lo sai, ma fui sempre io a far portare altrove le spoglie di Tarpeia, che qui era sepolta. Una delle poche donne deplorevoli di Roma, che, per brama dei loro ori, aprì le porte dell’Urbe ai Sabini in cerca di vendetta per il ratto e venne ricompensata con una valanga di metalli lanciati addosso, tra cui i pesanti scudi degli invasori. Tarpeia, ferita, fu rintracciata dai romani vincitori e gettata giù in questo stesso baratro sul quale fai ondeggiare ora quei teneri piedini”.
Virginia, con i capelli che danzavano al vento degli elicotteri, si fece, se possibile, ancora più tutta occhi. Si strinse nelle spalle e, puntellandosi con le mani, riportò le gambe sul terreno, cercando di capire dove stesse andando a parare quello squilibrato.
“Ai romani non piacciono i traditori della Patria, ricordatelo bene. E io, che sono stato romano d’adozione, la penso come loro. Se siamo qui, Virginia, è perché da questa rupe venivano gettati i condannati a morte e chi, con la sua reticenza, rendeva impossibile il governo della cosa pubblica!”
“No, no, no! Guarda, c’è un malinteso, ho capito benissimo con chi sto parlando adesso. Scusami ma ho avuto qualche momento di confusione. Sai, non capita tutti i giorni di incontrare… eh… E poi, essere, per così dire, incriminata di tutti i mali di Roma… Insomma, a parte che non mi sembra giusto. Capisci, per me è stato uno shock. Ma adesso è tutto rientrato, ecco. Sono prontissima a collaborare. Dimmi che vuoi che faccia”.
Parlando, la sindaca aveva ripreso colorito e, per prudenza, si era alzata in piedi, allontanandosi di qualche passo dall’orlo del burrone.
“Vuoi che ripropongo Roma per i Giochi Olimpici? A te che piace tanto lo sport e lo spettacolo… Vuoi che ti dedico lo stadio di Tor di Valle? A proposito, per chi tifi, la Roma o la Lazio? O, senti, senti… Ti faccio capo di un dipartimento, anzi della segreteria politica…”
Lucio Tarquinio l’afferrò per i polsi.
“Ma de che? Scherzavo! Facciamo Sindaco?”
[Continua]
Leggi le puntate precenti:  1  –  2  –  3   –  4


“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

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5 pensieri su “I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco

  1. Pingback: I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco (su Tratto d’unione) | iCalamari

  2. Pingback: I 7 re di Roma – Anco Marzio | Tratto d'unione

    • Ma il massimo fulgore di un re etrusco è sicuramente difficile da eguagliare! Confrontati con dei mortali a te contemporanei, se proprio credi. Probabilmente scoprirai di aver avuto molti momenti, illuminati da uno sfolgorio confortante, tenue, morbido e diffuso. Cosa vuoi che ne sappia uno come il Prisco?

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  3. Pingback: I 7 re di Roma – Servio Tullio | Tratto d'unione

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