Me too – Un metro e novantasei

1 e 96

Illustrazione di Arianna Farricella

Mia sorella si era sposata presto, a soli diciannove anni. Suo marito era francese, l’aveva conosciuto durante l’Erasmus e se l’era portato in Italia. Tra me e lei c’erano sette anni di differenza e quando arrivò la possibilità di fare un anno del liceo all’estero, i suoceri di mia sorella si offrirono di ospitarmi per tutto il tempo necessario. Si sentivano un po’ soli con il loro unico figlio così lontano, la sua stanza vuota poteva essere mia. Così mi trasferii, avevo quindici anni.

Non mi aspettavo di trovare due genitori tanto severi, a casa mia ero abituata alla comprensione di mia madre e alla sua indole servizievole. In quella casa invece la signora controllava che ogni mattina, prima di uscire per andare a scuola, avessi riordinato il letto e, se invece di averlo sistemato per bene lo avevo solo “tirato su”, buttava tutte le coperte per terra in modo da costringermi, una volta tornata a casa, a rifare tutto. Mi permettevano di uscire solo di pomeriggio e solo per andare in parrocchia, dove per fortuna avevo incontrato un gruppo di coetanei con cui chiacchierare. Dovevo rientrare alle 19 in punto e una volta che tardai di quattro minuti mi lasciarono fuori dal portone per un’ora, prima di permettermi nuovamente di entrare. Presto mi accorsi con sgomento che la signora teneva segnate anche le mie mestruazioni, cosa che lì per lì mi sembrò un’enormità, visto che ero un’ingenua ragazzina ben lontana persino dall’idea di poter fare certe cose. Mi adattai comunque a quella severità e cercai di godermi l’esperienza nonostante in casa non ci fossero né dialogo né calore.

Il marito era un omone gigante, alto un metro e novantasei, con delle mani enormi e il passo pesante da ex militare. Lasciata la carriera nell’esercito era diventato impiegato e, quando tornava a casa per pranzo, beveva sempre qualche bicchiere di vino, ma non mi ero mai chiesta se qualcuno di quei bicchieri fosse di troppo. Pensavo tranquilla ai fatti miei, attenta a rispettare le regole della casa per il tempo che vi sarei rimasta. Non mi accorsi che quell’uomo aveva cominciato a guardarmi in modo particolare, non feci caso al fatto che stranamente cominciavo a trovarmi sola con lui sempre più spesso, cosa che mi insospettì solamente in seguito, quando ci ripensai e ricostruii il crescendo della situazione. All’inizio non notai nulla, distratta dai miei studi e dai miei sogni di adolescente.

Un giorno, finito il pranzo, si alzò da tavola e barcollò. Si tenne al bordo della cucina. Lo guardai ma non dissi niente, d’altronde si riprese subito e uscì dalla stanza per dirigersi a passo di marcia verso il cortile. Sua moglie gli dava le spalle, intenta a lavare i piatti, e non se ne accorse. Dopo aver terminato di sparecchiare, anch’io uscii dalla cucina per andare in bagno. Attraversai il corridoio ed entrai in salotto, aprii la porta del secondo corridoio che collegava il cortile alla stanza da bagno e lui era lì, fermo, che aspettava. La sua figura gigantesca occupava completamente lo spazio e i suoi occhi verdi mi fissavano sbarrati e ottusi, uno sguardo fisso e vuoto, agghiacciante.

Io mi blocco, lui fa un passo verso di me e mi raggiunge. Mi stringe abbracciandomi e cerca di baciarmi. Ansima e il suo alito puzza di vino. Io sono terrorizzata ma mantengo il sangue freddo, non urlo, cerco di divincolarmi. Ma non è con la forza che riesco a liberarmi dalla sua stretta potente, è la mia incredulità che lo scuote: Signore cosa sta facendo? Si fermi, cosa sta facendo? A quelle parole lui sembra risvegliarsi, lentamente allenta la presa, allarga piano le braccia continuando a fissarmi in quel modo spaventoso poi, con una di quelle sue mani tozze, si tocca la fronte, emette un grugnito, sta provando ad articolare qualche parola verso di me, ma dalla sua gola non esce niente. Io sono paralizzata contro il muro ma ancora abbastanza lucida per dirgli: Se ne vada. Subito! Lui sposta finalmente lo sguardo, quasi una fuga dai miei occhi, e con due lunghe falcate è già oltre la porta. Io mi sbrigo a raggiungere il bagno e mi ci chiudo dentro.

Mi guardo allo specchio e scopro la mia faccia sconvolta, vedo la paura che mi deforma i lineamenti, mi spavento della mia stessa paura e inizio a piangere. Sento che mi tremano le mani, la tensione invade tutto il mio corpo e ora non la trattengo più, lascio che scorra come una scarica elettrica.

Presto però la mia ostinata testa pensante comincia a ragionare sulle conseguenze. Che fare adesso? Se lo dico ai miei mi faranno tornare in Italia e potrei anche perdere l’anno. E poi scoppierebbe uno scandalo familiare, questi sono i genitori di mio cognato, il marito di mia sorella, sono ormai parenti, gente di buona reputazione, persone fidate… come una pugnalata alla schiena mi colpisce all’improvviso l’idea che potrei anche non essere creduta. È tutto talmente inverosimile, io stessa stento a credere a quello che è appena successo. No, meglio tacere, meglio non dire niente a nessuno e lasciare che la scuola finisca, mancano solo tre mesi…

Non dissi niente, mai, a nessuno. Ma in quegli ultimi mesi non restai più sola in casa con lui, controllando ogni suo movimento per evitare di incrociarlo in una qualche stanza vuota e sperando, ogni notte, che la maniglia della mia camera da letto non si muovesse nel buio.


Testo di una blogger
Illustrazione di Arianna Farricella
Progetto Me too

19 pensieri su “Me too – Un metro e novantasei

  1. Terribile pensare di essere al sicuro e trovarsi invece nella tana dell’orco. Terribile il dubbio di non essere creduta: annienta! Sopportare e tirare alla mèta è quello che fanno in tante, forse la maggior parte. Mi torna in mente un film: Volevo i pantaloni, tratto dal libro di Lara Cardella. Quante vivono questo incubo

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  2. Difficile dire quale sia il comportamento giusto, tacere e salvare apparenze e parentele? Parlare e creare uno sconquasso? Comprensibile il comportamento della ragazzina, con la sua scelta la protagonista, pur con mille patemi, è riuscita a portare la nave in porto. Ma se le cose fossero andate diversamente, se l’omone fosse tornato alla carica con più veemenza e più successo, quanto sarebbe stato il suo rammarico per aver taciuto quando ancora poteva fermarlo?
    ml

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    • Credo sia difficile ragionare razionalmente in queste occasioni. Cosa è moralmente giusto fare, cosa eticamente corretto… Lo è per una donna adulta, figuriamoci per una ragazzina di 15 anni. La riduzione del danno è la prima cosa a cui si pensa. Io non credo che se la protagonista fosse corsa dalla moglie dell’energumeno a denunciare sarebbe stata più al sicuro. Nella migliore delle ipotesi avrebbero attribuito la cosa a uno slancio d’affetto paterno, nella peggiore l’uomo si sarebbe difeso negando o attribuendo alla ragazzina cattive intenzioni. Non c’era via di scampo. Anche i genitori avrebbero trovato motivazioni alternative, sempre che le avessero creduto. Ricordo che da bambina abitavo in un condominio dove al primo piano usciva un signore sul pianerottolo quando passavo e mi abbracciava. Stringeva, senza allungare le mani, ma io ne ero terribilmente infastidita, tanto da mettere in atto strategie per sfuggirlo. Mia madre, donna per niente disattenta, diceva che era solo un gesto affettuoso e non è mai intervenuta.

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    • Le donne hanno sempre pensato di non poter avere giustizia per questi comportamenti, considerati prerogativa naturale degli uomini. Hanno sempre pensato di dover lasciar correre, di dover aspettare, sopportare e sperare che non succeda più. Non si spiegherebbero altrimenti tutte quelle donne che restano in famiglia subendo anche violenze, a volte finendo addirittura uccise. Le donne vengono educate a questo. Magari non in modo diretto, ma le pressioni del contesto sociale sono molto più forti e numerose di quanto pensiamo. Smascherarle per disinnescarle è quello che cerchiamo di fare oggi, per aumentare la consapevolezza delle donne e degli uomini, per poter chiamare le cose col loro nome

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  3. Difficilissimo denunciare la violenza in famiglia. Conflitto tra la lealtà (o anche l’affetto, l’amore) e la propria sicurezza; tra il dovere di salvaguardia dell’unità familiare, anche se di facciata, e la giustizia; e Il timore di non essere credute o, ancora una volta, di essere considerate quelle che hanno “provocato” qualcosa.

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