I 7 re di Roma – Tullo Ostilio

7re_Tullo_Ostilio

Illustrazione di Davide Lorenzon

Tullo Ostilio (…-641 a.C)

“Abbiamo finito con questo blabla inconcludente? Possiamo tornare a noi?”
“Ci trovi tutti d’accordo, Tullo”.
Romolo si era perfettamente mimetizzato con la fauna poliglotta accampata nei dintorni, così i suoi pari lignaggio. Sentire ancora prudere le mani in vista dell’azione. Ah… Era una sensazione senza prezzo.
“Dunque, qual è il piano?”
“Mah…”
“Beh…”
“Non ditemi che non avete elaborato un piano, per Diana!”
“Stai calmo, Romolo, noi fino a ora…”
“Fino a ora avete perso tempo, vero? Vi siete lasciati stordire dal via vai delle donnette dalle vesti succinte, avete esagerato con il vino? Avete ballato sulla musica che viene dagli accampamenti di questi poveracci? Ditemi, avanti”.
In effetti, tutto intorno si spandevano ritmi e melodie bacchiche che sembravano provenire da alcune scatole iridate, dentro le quali dei minuscoli suonatori, forse Lari o Penati, ci davano sotto pestando le loro cetre, i tamburi e chissà quali moderni arnesi musicali in miniatura.
Romolo si appressò col passo sicuro del Re a uno dei bivacchi e calciò, con sicurezza ancora più ostentata, uno dei blocchi infernali, facendolo finire in mezzo alla carreggiata, dove venne colpito più e più volte dalle automobili in corsa e ridotto a un ammasso di ferraglia. Tra gli sguardi allucinati e alcolici degli astanti.
“Idiota feo, ¿qué diablos hiciste? Caraculo, te daré una buena patada, ahora!”
“Ah! Ah! Che idioma divertente. Non ho capito nulla, ma le facce parlano per loro!”, fu l’osservazione di Tullo Ostilio. Romolo allargò le braccia e fece decisi segni d’assenso con la testa.
“È il caso di svignarsela, direi”, suggerì Anco Marzio, trovando il vecchio Numa d’accordo.
Ma Romolo e Tullo avevano già le labbra morse a sangue e, tra le ciglia, gli occhi di un egual colore.
“Andiamo!”
“Andiamo!”
Numa si batté una mano sul viso e poi la trascinò verso il basso, tirando forte i pendagli flosci e mal rasati delle gote.
“Ma ho superato gli ottanta…”
“Resta qui, nonno,” lo rassicurò Anco, “loro sono tre, noi pure. Non ci serve il tuo aiuto. In tre non avremo problemi a batterli”, quindi curvò le spalle e protese la fronte in avanti, coi pugni sollevati a difesa davanti alla faccia.
Numa si ritirò buono buono sul fondo di un cespuglio.
Tullo avanzò di qualche passo verso il gruppetto che ora sfidava apertamente i tre Re con gestacci, frasi digrignate tra i denti e abbondanza di sputi.
Romolo, invece, studiava il terzetto, indispettito per la mancanza di concertazione coi suoi.
Manderò avanti il ragazzo a prendere i primi cazzotti e, al momento opportuno, quando saranno distratti, io e Anco li assaliremo dai lati, di sorpresa.
Inaspettatamente però, i latinos presero a correre ciascuno verso un solo avversario, emettendo spaventevoli grida gutturali.
“Maledetti Curiazi!” gridò a sua volta Tullo, vedendosi venire incontro il più brutto dei tre ceffi.
“Mi ricordo di una sfida come questa come fosse ieri!”.
Romolo, d’istinto, quando l’ebbe vicinissimo, sferrò allo stesso tempo un gancio all’avversario, che andò a terra tramortito, e ne parò l’assalto con il braccio sinistro, che gli fece subito un male cane e lo costrinse a ripiegarsi su sé stesso fino a toccare il suolo con ginocchia e fronte.
“Quei sempliciotti di albani…”, proseguì Tullo.
Anco, afferrato un ramo spezzato da terra, si difendeva dagli affondi del suo sfidante, correndo in circolo attorno a Tullo e al terzo uomo, che si fronteggiavano saltellando a destra e a sinistra con frequenti torsioni del busto a schivare l’uno i colpi dell’altro.
“…Non avevano scampo contro i nostri campioni, proprio come questi tre!”
Con Romolo sempre a terra, il suo avversario, riconquistata la posizione eretta, si lanciò verso le altre due coppie. Anco, per tenerlo d’occhio, mise il piede in un profondo avvallamento dell’asfalto. Cadendo, cercò di mantenere l’equilibrio con una mezza rotazione su sé stesso, mentre l’altro lo colpiva con un violento diretto. Percorse un paio di metri volando rasoterra, per poi fermarsi davanti ai piedi di Numa, il quale, porgendogli il cartone del vino, gli chiese:
“Vuoi favorire?”
Anco valutò il gesto di suo nonno con espressione vitrea, massaggiandosi la mascella.
“Ti ricordi, vero, che cosa ha combinato quello?”
“Me ne ricordo, sì. Visto che tutti gli spiriti erano sporti verso la battaglia tra Orazi e Curiazi, non potei esimermi dal seguire la diretta anch’io. Che macello, che brutta figura. Gli dèi… o chi per loro,” Numa fece l’occhiolino ad Anco Marzio, “si infuriarono parecchio”.
Gli extracomunitari, disturbati dall’impudenza di Romolo nel bel mezzo di una sbronza, forse si sarebbero accontentati del risultato immediato del pestaggio. Ma alle loro spalle si era radunata una piccola folla di connazionali che li incitava a superare i confini dall’ubriachezza. Senza nemmeno pensarci, si lanciarono insieme verso Tullo, l’unico dei Re rimasto illeso in gara.
I tre lo circondarono, non lasciandogli altra via di salvezza che non saltare sul primo autobus in ripartenza dalla fermata lì nei pressi, proprio un attimo prima che si chiudessero le porte. I latinos agitarono i pugni nell’aria senza troppa convinzione e tornarono falsamente mesti ai loro bivacchi per riprendere il baccanale.
“Non è possibile!” Sbottò Numa Pompilio. “Avete almeno preso nota del numero?”
“Venerando Numa”, rispose Anco, “benché non possa vantare dimestichezza con il sistema di enumerazione in uso nella modernità, giurerei che quello che sopraggiunge è un carro della stessa linea”.
Presero posto sui quattro sedili a isola contrapposti, a due a due, nella porzione posteriore dell’autobus.
“Curiosa strategia, quella di Tullo”, esordì Romolo. Gli altri non risposero, gli restò da guardare il panorama.
“Da quanto tempo siete qui prima di me? Com’è possibile che abbiate tollerato tutto questo senza perdere il senno? Dove sono i Re etruschi? Ma, soprattutto, dov’è Roma?”
Quando il mezzo, proveniente da Via Cavour, curvò all’improvviso a sinistra per percorrere i Fori imperiali e la mole del Colosseo semidiroccato si stagliò, ingigantendosi nel rapido avvicinamento, istintivamente chiuse gli occhi.
Anco ritenne di dover rompere il silenzio: “Il fatto che ora Tullo ci stia precedendo sopra un carro a poca distanza dal nostro non lo definirei strategia. Ho idea che il suo sia stato un gesto da vigliacco, quando la nostra innocente scaramuccia stava per prendere la stessa piega della battaglia fratricida che pose fine alla vita di Alba Longa, a quella del suo Re, Fufezio, a quella della povera Camilla, sorella del sopravvissuto degli Orazi e, in ultimo, a quella dello stesso Tullo, te ne ricorderai, fulminato da Giove per la sua empietà”.
“Ricordo qualcosa di differente, invece”, fece Romolo. “Come spiriti del Limbo non ci potevano certo sfuggire certe manovre volte alla detronizzazione di Tullo da parte del suo successore. Lo stesso soggetto che casualmente ora mi tiene lezioni di onestà su questo trabiccolo”.
Numa Pompilio, notando il forte rossore che andava irrorando le gote del nipote si intromise:
“Via, in fondo Tullo è sempre stato solo un ragazzo vivace… E, forse, la città che gli avevo lasciato era un filo troppo monotona per un temperamento brillante come il suo. Sì, non perdeva occasione di provocare e si mostrava fin troppo incline alla vendetta, ma ricordiamoci anche che allargò i confini di Roma, includendone il Celio nel perimetro e ponendovi a vivere gli albani sopravvissuti, con l’avvio di un sostanzioso programma edilizio a loro favore. Oddio…” Numa si grattò la testa, “la Lega Latina lo considerò un gesto sleale e divenne improvvisamente ostile. Ma considerate il lato positivo: Etruschi e Sabini, fino a quel punto nemici dichiarati, si conciliarono pur di coalizzarsi contro Roma!” Pronunciò queste ultime parole con tanto entusiasmo che gli spuntò perfino un sorriso tra le pieghe della faccia antica.
A poco a poco la sua divenne una risata aperta che si unì a quelle degli altri due. Andarono avanti per un paio di semafori. Ricomposti e asciugate le ultime lacrime, Numa propose:
“Inutile rimestare nel torbido passato, non ne tireremo fuori che melma. Cerchiamo di riconoscere i veri nemici, i nemici di Roma, all’esterno della nostra cerchia, siete d’accordo? Bene. Questo significa che, ammesso che riusciamo a ritrovare i Tarquini, che abbiamo perso di vista subito dopo il mio salto dal Limbo…”
“Perso di vista? Com’è potuto accadere? Perché?”
Ma Anco, che era all’improvviso impallidito, giunti alla Stazione Ostiense gridò forte:
“Ostia!”
[Continua]
Leggi le puntate precenti:
  1  –  2


“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

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14 pensieri su “I 7 re di Roma – Tullo Ostilio

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