I 7 re di Roma – Numa Pompilio

7re_Numa_Pompilio

Illustrazione di Davide Lorenzon

Numa Pompilio (754-673 a.C)

Non riconosco più Tevere il Flavio dalle fertili anse, né più gli alti profili dei colli, e le vallate estese, sopra le quali si intrecciavano, tra cinguettii ininterrotti, le traiettorie avicole. Quando, dal Palatino, scrutavo in basso la mia operosa gente, sorgeva dal silenzio solo il battere ritmato di fabbri e maniscalchi, alla mattina le grida del macellum, le voci del mercato e il rado passaggio delle ruote dei carri sopra i lastrici.
Questa. Sarebbe. Roma?
Gli ultimi decenni hanno colmato la misura, e fatto tracimare il vaso della sopportazione.
Non sono mai arrivato a ripudiarla, e neanche loro, i Re, che ora osservo senza farmi scorgere – che impressione conoscerci oggi, fuori dal Limbo, fatti di carne e ossa!-. Soltanto noi, che l’abbiamo creata, potevamo concepire l’alleanza: vendicheremo Roma e, se non ci riusciremo, combatteremo fino all’ultimo, a costo di distruggerla, perché non venga mai più profanata.

Era calato il buio quando Numa Pompilio dovette interrompere il flusso dei suoi pensieri.
“Eccomi di ritorno nonno Numa… Oh-ho! Felice di ritrovarti, Romolo!” Anco Marzio si interruppe un momento. Riprese fiato, sembrava avere corso. “Un po’ meno di rivedere te, bellicoso Tullo”.
Tullo gli rivolse un ringhio gutturale ma non aggiunse nulla.
“Accidenti a voi, amici”, disse Romolo, risvegliatosi, mettendosi a sedere a fatica e strabuzzando gli occhi. “Anco, non mi avevi detto di avere un naso così grande che potrebbe servire come passaggio dall’una all’altra sponda del Tevere! E tu, Numa, dopo la mia morte ti sei fatto più vecchio del più anziano dei miei senatori!”, disse ancora, ridendo di gusto.
“Non hai qualche buona parola anche tu nei miei confronti, per caso?” Gli si appellò Tullo Ostilio, sbirciando di sottecchi Anco Marzio, che si stagliava contro la luce del lampione, mentre sorreggeva un grosso fagotto tra le braccia.
“Che vuoi che ti dica, sai che ti porto una naturale simpatia, punito anche tu come fosti, e oltre misura, dagli dèi invidiosi”.
“Meno male. Qualcuno che non rinnega che sia stata l’audacia la maggior causa della gloria di Roma”.
Anco Marzio liberò un braccio, schiacciando il suo fardello contro un fianco, e agitò animatamente l’indice contro Tullo Ostilio:
“Con tutto il rispetto, venerabile Re, conosco bene l’operato di Tullo, egli non ti si può paragonare. La tua fu necessità di istituire, difendere e consolidare i confini della città, la sua, invece, mera ambizione personale!”
Tullo scattò nervosamente in piedi.
“Osi parlare come se non fossi qui presente, Anco!”
“Piano, ragazzi, piano.” Fece Romolo, tenendosi la testa con le mani, ancora dolorante per la caduta di qualche ora prima.
Numa si schiarì la voce.
“Anco, nipote mio, e pure tu, Tullo, mio successore, deponete le armi. Invece di ringraziare gli dèi, quali che essi siano, per aver restituito, come ben disse a un dato punto del tempo Cicerone, noi a noi stessi, ponendo fine a tanto lungo esilio…”
“Seee, ancora questa storia degli dèi…”
Numa fulminò Romolo con lo sguardo, quindi riprese, cambiando leggermente tono:
“Gli dèi, d’accordo. Abbiamo visto, lassù, chi sono questi dèi. Ma ammetterete che, qui in terra, siano oltremodo indispensabili. Senza divinità l’uomo è ridotto a essere misura di ogni cosa, commette passi falsi per la smania di dubitare, ruba e mentisce, muta le leggi a ogni alito di vento, ché da solo proprio non gli riesce di elevarsi sopra gli animali”.
“È vero”.
“Sì, vero”.
“Ecco”.
Romolo, in ginocchio, col sacco a pelo chiuso fino a metà torace, aveva allungato il braccio sano verso Anco Marzio e gli aveva sfilato da sotto l’ascella un bustone blu, dal quale caddero due ciabatte aperte di stampo vetero germanico.
“Per me gli dèi sono solo un impaccio per l’Uomo. Fate voi”. Disse il Re, rovistando ancora nella busta.
“È per me questa roba, giusto?”
Anco sollevò le sopracciglia tristi, annuendo con una smorfia di scuse. Gli altri facevano finta di niente.
“Ascolta Romolo, ascoltatemi voi tutti, anzi.” Riprese Numa.
“Io sono arrivato tardi al trono, quanto avrò avuto… almeno una quarantina d’anni. E altrettanti ne ho regnati su Roma. Non si mantiene in pace per così tanto tempo un regno come quello per inerzia. Piuttosto è stato necessario molto rigore, molta disciplina, nonché l’inculcazione del timore degli dèi nel popolo”.
“Appunto”, fece Romolo, con la testa incastrata in una manica della t-shirt.
“Quindi,” proseguì Numa, “vi dico che per campare a lungo e avere buona riuscita nella vita bisogna abbandonare ogni atteggiamento bellicoso. Restare umili e sottomettersi alla volontà degli dèi. E dei loro portavoce, ovviamente”.
“A proposito, dove hai lasciato la tua ninfetta, Egeria?”
I Re presenti, eccetto Numa, scoppiarono in una risata.
Numa sbuffò.
“Mi appello a Tacita, Signora del silenzio, perché vi riporti a più miti consigli, nei miei riguardi e in quelli, ehm, della mia… signora. So bene la tua considerazione nei confronti delle donne, Romolo, visto lo scempio che hai combinato alle Sabine. Gran donne, ricche di vocaboli e argomenti, sapienti su ogni questione, piccola o grande che fosse. Portatrici di un indubbio arricchimento nella ben rozza società romana”.
“Esageravano, però, con le pretese di parità, dai, Numa”. Disse Romolo, riuscito a infilarsi anche la giacca sportiva, e che adesso combatteva con la lampo.
“La Storia non è stata scritta solo dalla capacità generatrice, ma anche dalla competenza, dalla pazienza e dalla lungimiranza delle donne”.
Romolo si alzò in piedi di colpo, lasciandosi scivolare addosso il sacco a pelo fino alle caviglie. I passanti, tutt’al più, allungavano lo sguardo fino all’orlo della t-shirt sotto il quale baluginava oltraggiosa la sua virilità. Sollevò i pantaloni alla luce, per studiarne la misteriosa ingegneria e intanto disse:
“Ma certo, le donne, le donne… Come farne a meno? Tanto care e affettuose, tanto lisce e profumate, tanto servizievoli e utili a ogni funzione della vita virile…” Abbassò il timbro della voce. “Animali bellissimi e lussuosi, anche, a volte. Le donne”. Si chinò per infilare i piedi nei buchi e, risollevando il busto, e con esso la sommità dei pantaloni fino alla vita, aggiunse:
“Ti avranno pure ispirato e sostenuto, Numa. Ma ti ricordo”, Romolo si girò di tre quarti, restando con metà volto illuminato e metà in ombra. Prese a guardare l’anziano Re in obliquo, ristabilendo all’istante la gerarchia della Storia, “che come mio degno successore, fosti tu, un uomo, a introdurre altri due mesi, gennaio e febbraio, al mio già quasi perfetto calendario, attuando una precisione nel calcolo del tempo, ancora perfettamente valida. E non fosti tu a introdurre nuove norme regolatrici delle dispute tra privati, dei culti religiosi e del mantenimento della pace a Roma? Chi istituì il Pontificio? Chi ideò e fece costruire la Règia, l’abitazione giusta per sfarzo e dimensioni per il Re? Tu, Numa. Un u-o-m-o”.
Il monarca più pacifico della storia di Roma, scuoteva piano il capo. Vedeva letteralmente le parole uscire dalla bocca di Romolo come ciottoli che rotolavano via, calpestati sul greto del fiume dai piedi della sua ninfa, nel tremore della carne rosea che danzava davanti a lui, confusa nell’alternanza silvestre di luce e ombra.
Nella rinnovata concretezza della vita terrena, gli giunse di nuovo, intatta, la scia profumata dei suoi capelli, punteggiati di fiori e di bacche del sottobosco, e non poté fare a meno di ripensare all’intelligenza scintillante che le accendeva gli occhi, alle parole sagge, al contegno che dimostrava in pubblico e al suo rovesciamento integrale, a cui lui solo assisteva, negli incontri proibiti che avvenivano al sicuro riparo del bosco delle Camene, e che lo lasciavano ogni volta stravolto e debitore. Ripensò all’ironia di considerare al tempo stesso fortunato e maledetto il destino di regnante, che li costrinse per sempre a tenersi troppo distanti l’uno dall’altra. Alle promesse di eternità che non avevano potuto mantenere, perché lei non era più con lui da secoli, ormai.
[Continua]
Leggi la puntata precedente


“I 7 re di Roma” : testi di Francesca Perinelli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

Annunci

12 pensieri su “I 7 re di Roma – Numa Pompilio

  1. Pingback: I 7 re di Roma – Numa Pompilio (su Tratto d’unione) | iCalamari

    • Erano questi i fondamenti della civiltà occidentale, per cambiare qualcosa ci vorrebbe una rivoluzione radicale e forse più consapevolezza e coraggio sul fronte femminile. Smetterla di scimmiottare il modello maschile sarebbe un buon inizio.

      Piace a 3 people

  2. Pingback: I 7 re di Roma – Romolo | Tratto d'unione

  3. Pingback: I 7 re di Roma – Tullo Ostilio | Tratto d'unione

  4. Pingback: I 7 re di Roma – Anco Marzio | Tratto d'unione

  5. Pingback: I 7 re di Roma – Tarquinio Prisco | Tratto d'unione

  6. Pingback: I 7 re di Roma – Servio Tullio | Tratto d'unione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...