Me too – Colpa del bosco

Colpa_del_bosco

Illustrazione di Arianna Farricella

Quando l’auto ha abbandonato la strada maestra per infilarsi nel buio del bosco, ho iniziato ad avere paura.

Eppure te l’hanno detto piccola Cappuccetto che nel bosco non ci devi entrare, che non devi abbandonare il sentiero della morigeratezza, che del lupo devi aver paura, che quello ha brutte intenzioni, che si mangia non solo le bimbette sciocche come te, ma persino le nonne. E tu invece che fai? Col lupo ci giochi. Lo stuzzichi persino. Passi giornate lavorative in sua allegra compagnia ridendo e scherzando e facendogli persino gli occhi dolci, pure se non è che ti interessi tanto a dire il vero, ma si sa che le ragazzine sciocche non hanno misura. Poi non ti lamentare se il lupo fa il lupo, pure se è travestito da agnello. Giocoso, cordiale, bonario, pacioccone, come un orsetto di peluche. Per questo alla fine quell’invito a cena lo hai accettato, tanto glielo hai detto bene che non si va oltre e le tue parole conteranno più di una sua impressione, no?

E che divertente quella cena, lassù in montagna, in quel ristorantino tipico a più di un’ora dalla città. Lo ha scelto lui e lui ha pagato il conto, che la sua galanteria ha battuto le tue protesta di pupetta emancipata e ti ha sorpresa un po’ quel tono diverso dal solito, più duro, insistente, ma non ci hai fatto caso, che magari ci teneva proprio a pagarti lui, il conto, alla fine.

E la discesa in auto sui tornanti è stata divertente, ma il suo sorriso era meno allegro, più tirato, senza gioia e gli occhi gli si sono fatti piccoli e gli sguardi un po’ inquietanti e dal vello bianco dell’agnello sono spuntati peli scuri e piccole zanne vagamente minacciose, ma si sa che a un’ora tarda le ombre fanno strani giochi e le illusioni della mente di una sciocca ragazzina non contano poi tanto e nemmeno quando ti ha chiesto “Quanto ti piaccio?” ti è sembrato strano. Ma poi ha continuato a chiederlo nonostante i “no” e la domanda è diventata affermazione e la strada non era più asfaltata e i lampioni non c’erano più e lui ad insistere sul suo fascino e tu a tenere un sorriso imbalsamato per non irritarlo e lui che poi spegne la macchina nel nulla del bosco, lascia il volante e ora sì “che sono tutto tuo” ma a te pare che lì sei tu che sei tutta sua, senza via d’uscita e allora quel bacio glielo concedi perché che sarà mai un bacio, lui si placherà, la prenderà come promessa per il futuro e riprenderà la strada, ma l’autocelebrazione esige di più, l’esaltazione sale e la cerniera scende e ti trovi tra le mani la sua eccitazione e fai notare che si è fatto tardi, ma c’è tempo dice lui e del suo sorriso vedi solo i denti e fuori dal finestrino non c’è più una luce, solo neve e alberi e anche se non ti costringe, non ti picchia, non ti minaccia, quando ti dice di prenderlo in bocca che altro puoi fare, sciocca ragazzetta? Ingoi l’orgoglio, ingoi la tua emancipazione, ingoi il suo sperma che ti ci tiene sopra fino alla fine e quanto si esalta ancora mentre te lo lecca via dalla bocca che “a te una cosa così nessuno l’ha mai fatta” … e non sa quanto ha ragione, ma non parlate della stessa cosa.

E pensi che finalmente si andrà a casa, ora che è stato accontentato, ora che la pelle dell’agnello è ormai floscia sul sedile e lui indossa solo la pelliccia di lupo, ora che lo vedi bene. Ma lui no, capisci che lui crede d’essere solo agnello e allora, quando fa per sdraiare il sedile e salirti sopra, fai appello a quel suo sentimento e dici che mamma ti aspetta, che devi andare e, dalla paralisi che è diventata il tuo sorriso, riesci a sgranare occhioni da innocente e infine vinci la sua titubanza dicendogli che tanto il giorno dopo vi vedrete a lavorare.

La discesa in auto non è divertente, accampi la stanchezza come scusa, lui ci crede, ti capisce, ti accarezza e tu fuggi dall’auto appena sei davanti a casa.

Colpa del bosco.

Glielo avrei voluto dire dieci anni dopo incontrandolo per caso. Un vestito sgualcito, la valigetta da rappresentante, i capelli quasi tutti scomparsi, la camicia tirata dalla pancia. Patetico, mi ha fatto compassione e me ne sono andata senza dire niente, ma ora so che aveva solo cambiato travestimento.


Testo di una blogger
Illustrazione di Arianna Farricella
Progetto Me too

18 pensieri su “Me too – Colpa del bosco

  1. Triste…ma come facciamo a saperlo prima che è lupo e non agnello? Umanamente una possibilità si può dare ma il rischio è alto…e quando sei con le spalle al muro che fai? Non bastano parole, forse ricordare le raccomandazioni della mamma?

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    • ecco, questo per me rimane un interrogativo senza risposta relativamente all’animo umano. mi svincolo dall’episodio in sè (su cui, come già scrissi, non esprimo alcun giudizio) e mi chiedo: ma davvero non ce ne accorgiamo? uomo o donna che sia colui o colei che abbiamo di fronte, intendo. perché a volte siamo così restii a seguire il nostro “sesto senso”? vado a rispescare una cosa che scrissi tempo fa alla serata di #ioleggoperché, che raccontavo qui: https://wp.me/p1MBQ1-oP
      copio e incollo un estratto per comodità:
      “(tra parentesi. Per un attimo ho pensato, sperato, che Alessandro Bergonzoni fosse in piazza qua, anziché nella piazza di là. Peccato: vederlo, sentirlo parlare e sentirlo danzare tra le parole, è sempre una grande bellezza. Cito, un po’ a spanne, una perla tratta da uno dei suoi ultimi spettacoli, a cui ho avuto il piacere di assistere. «Noi abbiamo cinque sensi che ascoltiamo, e rispettiamo. Se vicino a noi attaccano tre martelli pneumatici, che fanno un frastuono infernale, noi che facciamo, stiamo lì ad ascoltarli e farci massacrare i timpani?!? No! Ce le andiamo! Se entriamo in una stanza piena di puzza di merda, cosa facciamo? Restiamo lì? Ma noooo! Prendiamo e u-s-c-i-a-m-o, e rapidamente. Allora, per quale motivo quando, ad esempio a lavoro, incontriamo qualcuno che emana un’energia negativa che in confronto la puzza di merda… eeeeeeeeeeh!… per quale motivo noi, anziché andarcene a gambe levate incrociamo le braccia, stiamo lì, e cosa diciamo? “Aaah-ah. Capisco. Sì, certo.”. E ascoltiamo, e stiamo lì! Che cosa diamine non ci fa dare retta al nostro sesto senso?». Ecco, scritta so che non rende, ma immaginatevela detta da quel mostro sacro)”

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      • Bella domanda…fino a che punto non ce ne accorgiamo? Meglio ….vediamo quello che vogliamo vedere oppure di proposito decidiamo di farci rapire dalle lusinghe o dall’ apparenza mite e ordinaria ? Oppure il luogo e la circostanza creano le situazioni adatte al manifestarsi di ciò che sottovalutiamo.Io credo che le persone si ‘ sentono’, si sente l’ energia…ma o nn la percepiamo o non ci mettono in condizioni di farlo….e’ complicato secondo me.

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      • Caro AdP, il tuo commento può essere letto in due direzioni: quella di lei e quella di lui.
        LEI: come ha fatto a cascarci? Il suo sesto senso non le ha suggerito il lupo sotto l’agnello?
        LUI: come ha fatto a credere che a lei piacesse la fellatio? Il suo sesto senso non gli ha suonato una tromba stonata direttamente nei timpani?
        E dato che una risposta univoca e sempre vera non c’è, perché ciascuno di noi si lascia ammansire dalle circostanze (sono al lavoro faccio buon viso a cattiva sorte) o esaltare dai propri desideri (è venuta a cena con me quindi sicuramente ci sta), allora dobbiamo appellarci a quel poco di oggettivo che ci resta: il no.
        Il no deve fermarci, anche se lei aveva fatto la smorfiosa, anche se ci aveva sedotto, anche se ci aveva convinto che ci sarebbe stata. Quando siamo al dunque lei può aver cambiato idea e può dirci di no. Questo deve fermarci. Sempre.

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        • guarda, hai colto perfettamente il senso e ti ringrazio perché hai offerto la doppia prospettiva, anche se faccio fatica ad applicarla nel caso maschile perché in questo caso è l’XY ad agire una violenza (che è intrinsecamente sorda all’ascolto della vittima)

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  2. Vige quella regola, secondo alcuni uomini, che un no voglia dire sì. Se poi i no sono più di uno, sarà timidezza… a volte il male minore sembra l’unica soluzione per salvarsi. Sconvolgente. P.S. Bellissima l’immagine di Arianna

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  3. Molto forte. Colpisce nella chiusura la riflessione di compassione della vittima. La dicotomia sta proprio là, nel fatto che uno si aspetti la stessa sensibilità da un altro essere umano quando in realtà non si parla, o non si vuole parlare, lo stesso linguaggio.

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    • Sì, parlare lo stesso linguaggio è fondamentale, dare lo stesso nome alle cose, per cominciare a capirci. Ecco perché è così importante dare voce alle donne, parliamo, facciamo sapere che nomi hanno questi gesti, cosa significano, perché anche gli uomini lo sappiano. E la smettano.

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