Me too – Londra

Londra

Illustrazione di Arianna Farricella

È estate, un’estate agli inizi degli anni novanta. Sono a Londra con due amiche. Ho diciannove anni. Abbiamo affittato un appartamento nel quartiere multietnico di Bayswater, vicino a un piccolo centro commerciale. Le mie amiche, che hanno un paio d’anni più di me, frequentano la scuola interpreti e traduttori di Roma e sono a Londra per motivi di studio, ogni mattina vanno a lezione. Io, invece di fare gli esami della sessione estiva del mio primo anno d’università, ho raccolto un po’ di soldi durante l’inverno con le ripetizioni e finanziata anche da mia nonna mi sono unita a Daniela e Cristina e, senza l’approvazione dei miei, sono volata a Londra. Londra è bellissima. Da sola la mattina mi godo la città, soprattutto i suoi parchi, ho scoperto Saint James Park, un piccolo angolo verde pieno di scoiattoli, mi tolgo le scarpe e mi metto a leggere sdraiata su un prato o su una panchina, con le mie amiche vado in giro il pomeriggio e la sera. Ogni domenica mattina sono davanti al Cartone di Sant’Anna di Leonardo alla National Gallery, ho sviluppato una sorta di sindrome di Stendhal per l’opera. A metà luglio, dopo un mese e mezzo che sono in Inghilterra, finisco i soldi. A Londra i ragazzi italiani costituiscono una piccola comunità, ci conosciamo tutti. Una di loro ha appena lasciato il posto di cameriera in un piccolo ristorante greco nella City, la zona delle banche e della Borsa, si lavora solo a pranzo e la paga settimanale è buona. Vado a parlare con la proprietaria, una simpatica signora sovrappeso con i capelli tinti di un improbabile color arancio, ma siamo a Londra e non ci vedo niente di strano. I londinesi sono eccentrici e noi emigrati ci adattiamo. Mi prende anche se il mio inglese non è fluente, sono timida e ho scoperto che se una parla con difficoltà la propria lingua con gli altri, figurarsi come parla un’altra lingua.

“Somigli a una greca” mi dice soddisfatta. Penso di essere preferita per questo all’altra ragazza bionda che è venuta a chiedere del lavoro. Il marito, il cuoco, è piccolo e smilzo con grossi baffi, mi sorride rassicurante. Mi piacciono. All’inizio dovrò apparecchiare e sparecchiare, portare i piatti ai tavoli, alcuni sono anche in strada, e poi lavare tutto a fine servizio. Poi l’altro cameriere mi istruirà sul menù e potrò prendere le ordinazioni. La paga è il venerdì, Sabato e domenica gli uffici sono chiusi e il ristorante è chiuso. Lunedì mi presento al lavoro alle dieci, eccitata e incerta insieme. È allora che conosco l’altro cameriere del locale, un venticinquenne marocchino alto e magro. È bello. Ricordo tutto di lui, le sue mani lunghe e curate, il suo odore di appretto, i suoi capelli cortissimi, sorridente, ma non ricordo il suo nome. Parla un po’ d’italiano. Dice che mi istruirà lui. Sono subito a disagio perché mi si avvicina troppo mentre mi parla, con la scusa che non capisco bene. Non so perché lo faccia, immagino che il fatto che io non parli bene la lingua, sia impacciata, sia una ragazzina, sia italiana, abbia bisogno di quel lavoro, non lo so cosa mi renda una vittima ai suoi occhi. Non sono abituata ad essere braccata, sono carina come tutte le adolescenti della mia età, ma vesto jeans e una camicia bianca con un grembiulino nero, la divisa di ogni cameriere al mondo. Il mio rapporto con gli uomini, fino a quel momento, è stato paritario e di fiducia. Nella mia infanzia ho incontrato qualche vecchio bavoso, ho subito qualche mano morta sull’autobus o qualche commento pesante, ma niente di così grave da non finire in risate con mia sorella, con le mie cugine o con le amiche. So che per nessuna ragione devo accettare passaggi se sono da sola da sconosciuti e anche da conosciuti, questo è quello che mi consiglia tutte le mattine mia nonna, con cui vivo da quando ho dieci anni, quando esco per andare a scuola. Ho avuto qualche fidanzatino, quando qualcuno ha esagerato o mi ha offeso non ho mai avuto problemi a rispondere a tono, ho lasciato Federico, il mio ragazzo, perché davanti a un suo amico, dopo che lo avevo preso in giro per il suo cappotto bianco, ha sfilato la cintura e me l’ha data sul sedere, mio padre mi porta all’Olimpico fin da piccola a vedere il calcio, mia madre lavora, sono venuta a Londra nonostante loro non volessero perché sono maggiorenne e posso farlo, ho sempre vissuto e vivo, anche a Londra, in un ambiente di liceali, provengo e sono il prodotto di un ambiente di sinistra e progressista, do per scontati tutti i miei diritti. La cucina piccola, caldissima e scarsamente illuminata del ristorante, diventa l’anticamera del mio inferno personale. Alle quattordici del primo giorno, mentre i proprietari sono in sala a fare i conti della giornata ed io sono impegnata a lavare i piatti, con la scusa che non so lavarli bene mi si avvicina da dietro e mi si incolla addosso. Ha un’erezione. Non è solo il suo atteggiamento, è anche il tono con cui mi parla, come se fossi un cane e lui fosse il mio padrone. Mi dà ordini secchi e ha una postura aggressiva. Già ho notato che mi tocca ad ogni occasione, mi ha sfiorato per tutto il giorno mentre mi muovevo con i piatti tra i tavoli. Mi volto stupita e arrabbiata, gli metto le mani sul petto e lo scanso. Penso che forse ho incoraggiato in qualche modo i suoi palpeggiamenti, gli dico no, forte e chiaro. Lui sorride. Si allontana solo perché arriva la proprietaria che ci vede vicini e sorride ammiccante. I proprietari non hanno figli, lei è molto materna, forse considera il cameriere che è lì da due anni una specie di figlio putativo. Sono convinta che la cosa finirà là. Il giorno dopo ricomincia tutto da capo. Mi tocca continuamente. Cerco di tenermi il più lontano possibile e vado spesso a parlare con la proprietaria che in genere rimane su uno sgabello vicino alla cassa. Lui sussurra anche commenti di tipo sessuale in italiano, “che bel culo”, “ti scopo”, tutte le volte che è nelle mie vicinanze, così tutto il giorno. Alle quattordici sono sfinita, impaurita. Lavo meccanicamente piatti e bicchieri, tutti i sensi all’erta, mentre lo sento ripiegare i tovaglioli e sistemare le posate già lavate. Non parla. Mi sto appena rilassando, pensando che ho esagerato a prendermela così e dandomi della stupida per la mia paura, quando mi piomba addosso. Mi mette una sua gamba in mezzo alle mie, mi piazza una mano sul seno e una sulla bocca. Sono in preda al panico. Faccio l’unica cosa che posso. Faccio cadere con forza un bicchiere per terra che va in mille pezzi. Sono pronta a romperne un altro quando lui mi lascia, i proprietari entrano in cucina. Non se la prendono per il bicchiere, anzi lui esclama “Sirtaki”, batte piedi e mani e ride. Il cameriere è di nuovo ad asciugare le posate, io tremo e tiro un sospiro di sollievo. Capisco che non può continuare così. La sera ne parlo con Cristina e Daniela, anche se provo vergogna. Continuo a chiedermi dove ho sbagliato. Il proprietario di casa, James, è un naziskin. Ho provato ribrezzo quando l’ho conosciuto. Ho guardato i suoi capelli rasati e i suoi straccali rossi schifata per tutto il tempo mentre ci mostrava l’appartamento. Scherziamo sul fatto che potrei parlarne a lui e farlo passare al ristorante. Mi sento sollevata per averne parlato e il fatto di condividere con loro le mie paure mi rende più sicura. Ho la speranza che il giorno dopo il cameriere abbia capito e non mi tocchi. In effetti è così durante il servizio. È gentile e simpatico, fa qualche battuta, io mi sento una perfetta idiota. Forse ho esagerato, forse ora lui ha capito. Stessa scena, davanti al grande lavandino, lui canta una canzone, ogni tanto ci mette il mio nome. Mi piomba di nuovo addosso, ma questa volta sono preparata, sguscio via prima che mi blocchi. Mi volto, lui non sorride. Ha una forchetta in mano, la stava asciugando. Me la punta alla gola e con l’altra mano mi tocca in mezzo alle gambe. Sto per vomitare. Fuggo dai proprietari, sono isterica. Lui mi guarda dalla porta. Urlo: “Your hands in your pockets!” con tutto il fiato che ho in gola, lui è indifferente, come se non ce l’avessi con lui. La coppia mi guarda meravigliata, forse pensano che sia solo una ragazzina italiana che esagera. Come se fosse un litigio tra innamorati. Lui mi segue fino a casa, anche nella metro. Sono contenta che ci sia tutta quella gente alle cinque del pomeriggio in giro per Londra, le mie amiche in genere mi aspettano ad Oxford Street o in qualche pub. Quella sera siamo a cena da un altro ragazzo italiano, Sergio, che studia con loro, un appartamento più centrale del nostro che divide con un ragazzo inglese, Sam. Lui mi segue fino lì. La sera durante la cena sono assente, penso continuamente a quello che mi succede, forse il fatto di averlo trovato all’inizio attraente mi rende complice di questa situazione, mi sento in colpa, in trappola, ho molta paura per il giorno dopo, ma non voglio rovinare la serata ai miei amici, resto silenziosa. Provo vergogna. Sono anche arrabbiata con lui che insiste e con la mia incapacità di fargli capire il no. Non voglio lasciare il lavoro, ho bisogno di quei soldi e mancano due giorni alla paga. Non mi va di dipendere dalle mie amiche, già non hanno voluto i soldi per la spesa della settimana. Sergio ci accompagna a casa. Rimaniamo più indietro rispetto agli altri. Mi confido. È altissimo, gioca a basket in una palestra di Londra, è lì da più tempo di tutti noi, è gentile. Stasera hanno cucinato lui e Sam, una pasta immangiabile, ma sicuramente migliore di quella che cuciniamo io e le mie amiche, Sam lo prende in giro continuamente, lo chiama Testa di cazzo, lui non si offende e gli risponde ricordandogli che lui, invece, è il risultato di millenni di claustrofobica vita isolana. Propone di venirmi a prendere giovedì e venerdì, magari porterà anche Sam. Tiro un sospiro di sollievo e al tempo stesso mi arrabbio sempre di più con me stessa, ho talmente paura che ho cercato e accettato l’aiuto di un altro uomo, non sono capace di salvarmi da sola. La rabbia cresce il giorno dopo al ristorante, una volta schiaffeggio la sua mano che ha provato a posarmi sul fianco con la scusa che deve passare, gli rispondo male quando mi dà ordini e mi dice la frase che dicono molti uomini quando una donna è arrabbiata con loro hai le mestruazioni (l’altra è non scopi abbastanza, ma l’avrei scoperto in seguito). Sono le quattordici, prima di iniziare a riordinare vado in bagno. Quando esco lui è lì fuori, mi respinge dentro. Mi mette una mano sulla bocca. La proprietaria, forse ha visto qualcosa o forse dal giorno precedente è più attenta, bussa alla porta.

“I piatti vi aspettano” grida.

Lui mi lascia, io sono paralizzata dalla paura, tutte le parole sono da qualche parte, insieme al respiro. Sorride. Dice in italiano dopo. Mi lascia uscire. Non mi frega più niente di fare la femminuccia debole, spero solo che Sergio venga. Con Sam e magari che portino anche James. Alle sedici sono tesa come una corda di violino, saluto la proprietaria ed esco dal locale. Sergio è fuori che mi aspetta, il cameriere esce, lo vede e rientra nel ristorante. Almeno ha capito che non sono sola. Abbraccio Sergio e trattengo le lacrime.

“Era lui?” chiede. Annuisco.

Torniamo a casa, sono ancora scossa. Sergio racconta alle mie amiche perché è venuto a prendermi. Mi dicono di non andare al lavoro il giorno seguente, mi presteranno loro i soldi finché non troverò qualcos’altro. Rifiuto. Ho lavorato, voglio i miei soldi. Dico loro che però dovranno trovarsi un’altra inquilina. Sabato vado a prenotare il volo. Devo tornare a casa, studiare per gli esami di settembre, rivedere mia nonna. Mi appare tutto chiaro in quel momento. Probabilmente voglio mettere quanti più chilometri possibili tra me e questo ragazzo. Scappo da Londra. Il giorno seguente non parlo e non lo guardo. Spero che scompaia. Anche lui si tiene lontano, Sergio e la sua stazza devono averlo convinto più dei miei no. Questo mi fa stare male, mi sento ancora più umiliata di quando le sue belle mani mi si imponevano. La proprietaria al momento della paga aggiunge un generoso extra, ho notato che ha trattato il cameriere con freddezza, è l’unica cosa che mi risolleva un po’ dal mio avvilimento. Esco dal locale senza guardarlo neanche una volta, anche se so esattamente dove si trova all’interno del locale. L’ho saputo con esattezza ogni momento di quel mio ultimo venerdì. Fuori ci sono Sergio, Sam e le mie due amiche. Mi portano in discoteca stasera, hanno deciso. Ci divertiremo, dicono convinti.


Testo di Quasibiancaneve
Illustrazione di Arianna Farricella
Progetto Me too

22 pensieri su “Me too – Londra

  1. Mi sono immedesimata totalmente nel racconto. Fa tanta rabbia capire di essere poco più di una merce da scegliere al supermercato, fa rabbia quando un no non viene considerato tale. La strada che porta al rispetto è ancora tanto lunga.

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  2. premesso che sono XY (ma questa premessa varrà per ogni commento ai tuoi post metoo da qui a seguire) e che non entrerò mai nel merito della violenza subita, sulla qual cosa non c’è ovviamente proprio da discutere, ciò che mi colpisce sono gli aspetti, passami il termine anche se non è quello più corretto, emotivi/emozionali: tutti quei “flic-dans-la-tête”, individuali o mutuati dall’esterno che siano, che ci trattengono a volte dal fuggire subito, dal non dover arrivare quasi a colpevolizzarsi per le (oltre che leggittime, perfino moderate) reazioni avute, che ci impediscono a volte di accettare come sane e legittime una risposta istintuale e rabbiosa, che ci impediscono di denunciare l’essere vittime senza vergognarsene.

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    • Bravissimo! Secondo me hai colto il punto. Quei “flic-dans-la-tête” sono individuali o mutuati dall’esterno? Questa domanda non è secondaria. E ancora, cos’è che ci fa provare vergogna?
      Io credo che sia tutto mutuato dall’esterno. Indossare una minigonna negli Anni 70 era normale, un secolo prima sarebbe stata fonte di grande vergogna.
      La confusione mentale di chi non sa riconoscere ciò che le sta succedendo deriva dal non avere una semplice ovvia preparazione su questi argomenti.
      E dare il nome alle cose, nominarle è il primo passo per farle esistere. Proprio come fanno gli aborigeni australiani, con le loro Vie dei canti. Proprio come annuncia in apertura il Vangelo di San Giovanni: “In principio era il verbo”.

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  3. Piantare tutti i propri progetti per uno così. Quanta arroganza…solo perché aveva davanti una ragazza di cui non aveva alcun timore e rispetto. Non è giusto che si ripetano questi episodi….sai quante donne anche più mature hanno vissuto esperienze simili. Il solito copione che si ripete…perche’ era lei ad essere lì a rendersi oggetto perché questo è il modo in cui una donna viene percepita..un pezzo di carne pronta all’ uso…uff

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  4. La facilità con la quale ci si immedesima in queste storie è spaventosa: se anche non le si è vissute in prima persona, si sa che potrebbe sempre accaderci e che niente di ciò che potremmo fare o dire sarebbe abbastanza…
    Un abbraccio a chi ha condiviso la sua storia.

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  5. Resoconto terribile e cosi normale nello stesso tempo. Ho percepito nel leggerlo l’angoscia e la confusione, la difficoltà a cercare aiuto nel timore di non essere credute e di venire, invece, giudicate.

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  6. La cosa che più mi ha colpito è quel “dannato” sentirsi in colpa, in qualche modo responsabile e coautrice di un male, una violenza subita. E’ evidente che non sia così, eppure cerchiamo sempre di giustificare e non condannare, di dare un’altra possibilità.
    Questo racconto è davvero molto coinvolgente. Grazie.

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