Fatoumata Diawara

Fatoumata_Diawara

Fatoumata Diawara alla premiere del film Timbuktu nel quale ha recitato © Andreas Rentz/Getty Images.

Nata in Costa d’Avorio nel 1982 da genitori maliani in una famiglia molto numerosa – undici tra fratelli e sorelle – all’età di 12 anni Fatou decide di lasciare la scuola, così i suoi la rimandano a Bamako, capitale del Mali, a vivere con la zia. Ma la zia è irrequieta, probabilmente quanto la nipote, e la introduce al mondo del teatro e della recitazione. Nel 1997 Fatoumata ha solo 15 anni, ma quando Cheick Oumar Sissoko, regista maliano, la vuole come protagonista del suo film La Genése (premio Un certain regard al festival di Cannes del 1999) non ha dubbi.

Da allora non smette più di recitare in film e allestimenti teatrali – nel 1998 l’Antigone di Sofocle – ma la svolta arriva nel 2002, quando viene scritturata dalla compagnia francese di teatro di strada Royal de Luxe che ha la sua sede nel sud della Francia. Per partire però, pur essendo maggiorenne, ha bisogno del permesso dei suoi genitori che non ottiene. Così Fatoumata fugge dal Mali, inseguita dalla polizia, e si trasferisce in Francia dove per i successivi sei anni collabora con la compagnia che le ha permesso di continuare a inseguire il suo sogno di libertà e il suo istinto errabondo.

Nonostante la tradizione del Mali non permetta loro di esibirsi in pubblico, le donne maliane cantano tanto: nei matrimoni, per motivi spirituali (per esempio la medicina), o anche solo per se stesse. Anche sua madre era una cantante molto dotata, ma dovette abbandonare la musica per la proibizione del nonno di Fatoumata, a sua volta suonatore di kamel n’goni (un’arpa tradizionale).

Fatou vuole restituire alla madre un po’ del destino che le è stato negato e avverte profondamente le ingiustizie subite dalle donne della sua terra. In Mali ci sono le sue radici che lei sente ben salde, ma proprio in nome di questo forte legame userà il linguaggio della musica per provare a cambiare le cose.

«Attraverso la musica possiamo lentamente cambiare le cose ed è più facile per me perché non vivo in Mali. Se la mia generazione potesse pensare un po’ più a se stessa sarebbe meglio, specialmente per le ragazze.»

Fatoumata Diawara infatti non è solo una brava attrice, sa anche cantare con una voce che richiama da lontano e tocca nel profondo. Il direttore della Royal de Luxe le offre il ruolo di voce solista negli spettacoli che la compagnia porta in giro per il mondo e, nel 2006, ottiene anche la parte da protagonista nell‘Opéra du Sahel. Suona la chitarra, scrive i testi e compone le musiche dei suoi brani, ispirandosi al canto tradizionale wassoulou – che secondo gli etnomusicologi è uno dei due stili dell’Africa occidentale che ha dato vita al blues e a tutto ciò che ne è seguito – ma lasciandosi influenzare dal blues e dal jazz (tra le sue collaborazioni anche Herbie Hancock).

Flea (Red Hot Chilli Peppers), Damon Albarn (Gorillaz) e Tony Allen (Fela Kuti), l’hanno voluta nel loro supergruppo per l’album Rocket Juice & the Moon del 2008.
Lei stessa ha formato un supergruppo con altri grandi musicisti maliani come Toumani Diabatè, Oumou Sangarè e Amadou e Mariam, per cantare in favore della pace nella sua terra.

Durante il suo girovagare artistico incontra quello che diventerà poi suo marito, il comasco Nicolò Tomaselli: «Ci siamo incontrati all’ambasciata, in Burkina Faso – racconta lui – Io stavo lavorando per un’organizzazione internazionale, lei stava presentando un film e…». Oggi la coppia vive a Parigi, lui impiegato in un’altra ONG e lei che si dedica alla musica dopo aver sospeso l’attività di attrice.

Fatoumata Diawara ha già inciso due album: Fatou, nel 2011, che le ha portato il successo, e Fenfo (che in lingua bambara significa “qualcosa da dire”) del 2018.

La sua voce e la sua musica incantano.

«Non so come spiegare, per me la musica è una delle poche cose belle che abbiamo nel mondo, musica è Dio, e io non sono altro che una traduttrice. Canto in Bambara, la lingua del Mali, per essere vicina alle mie radici ed entrare in contatto con quello che sento. La musica ci regala questa grande possibilità: la condivisione, dell’amore, di una voce dolce, della felicità. Io questo voglio fare: rendere felici le persone».

«Il Mali è la terra a cui sono legata, è la radice, è un luogo di suggestioni. Credo che tutti debbano andarci, e viaggiare nelle terre Dogon. È difficile da spiegare ma quando arrivi lì, sai che sei arrivato all’origine delle cose. Andarci è un viaggio spirituale, un passo necessario per la crescita del tuo animo. Anche il Burkina Faso è un posto che amo, completamente diverso: lì mi sono sentita libera. In Mali tutti fanno musica. Ma più esattamente le donne cantano per gli uomini e gli uomini compongono la musica e suonano. La musica accompagna la vita di ogni famiglia, celebra le storie personali, la nascite, i matrimoni, la morte. È il nostro mezzo per pregare, parlare, mantenere un legame e una tradizione. Le mie zie sono cantanti eccezionali, ma non è affatto comune che una donna si esibisca davanti a un pubblico o che suoni strumenti, scriva le musiche. Per me non è stato immediato rivestire questo ruolo, e ancora adesso è difficile dire alle persone della mia band, a uomini, musicisti che vengono da tutto il mondo, come fare un accordo, come seguire la mia voce, come voglio che venga il pezzo. Ma ogni volta che ho avuto difficoltà, ho creduto nella mia voce e continuo a seguirla».
Vanity Fair, intervista di Paola Manfredi (30 marzo 2012)

Il video che segue risale al 2014. È stato girato a Basilea durante il festival musicale Baloise Session. Fatoumata Diawara canta diverse canzoni ma quella che vi presento è la prima, intitolata Boloko e tratta dall’album Fatou. Il testo tratta il tema delle mutilazioni genitali femminili ed è stato scritto dalla Diawara stessa, che introduce il brano con queste parole: “Abbiamo ancora questa pratica in Africa e io penso che sia arrivato il tempo di fermarla, perché ogni giorno muoiono molte ragazze. E oggi tocca alle donne difendere se stesse. Perciò stop alle mutilazioni genitali femminili.”

Buon ascolto

Boloko

U y’a tigè farikolo min bè n’kè muso ye u y’a bò n’na
Aw kan’a tigè farikolo min bè n’kè muso ye u y’a bò n’na
I dun mana sunguruni min sigi bi
I b’a ka cèko gèlèya a bolo
I b’a ka bana misèn caya
I b’a ka bana misèn caya
Uhun Mama, Mama, i kana n’boloko kana n’boloko a bè n’diminna
Hee n’Baba, n’Baba, n’k’i kana n’boloko kana n’boloko a bè n’diminna
U y’a tiguèèhèèè
Arrêtez l’excision, Mama
Ni ye olu boloko I b’u ka cèko gèlèya
I b’u ka denko gèlèya
I b’u ka bana misèn caya
A bè n’dimin!
A bè n’dimin!
A bè n’dimin!
An kana olu boloko
A bè n’dimin!
A bè n’dimin!
Farafina musow nyanina
Farafina musow tòoròla
A bè n’dimin!
An k’an ka ko kòròw lajè ni min manyi an k’o bò an bolo la
A bè n’dimin!
An k’an ka ko kòròw lajè ni min kanyi an k’o fara an bolo kan
A bè n’dimin!
Farafina musow nyanina
Farafina musow tòoròla
A bè n’dimin!
A bè n’dimin!
A bè n’dimin!
Mamaaaa

Tagliano il fiore che mi rende donna
Non tagliate il fiore che mi rende donna
Se circoncidete le ragazze
Renderete difficili i loro momenti di intimità
Avranno per sempre problemi di salute
Avranno per sempre problemi di salute
Ti prego madre, non circoncidermi, fa così male
Ti prego padre, non circoncidermi, fa così male
Stanno tagliando
Madre, ferma la circoncisione femminile
Renderete difficili i loro momenti di intimità
Avranno sempre problemi con il parto
Avranno sempre problemi di salute
Fa così male!
Fa così male!
Fa così male!
Non circoncidete le ragazze
Fa così male!
Fa così male!
Le donne africane passano attraverso l’inferno e la sofferenza
Dovremmo rivedere le nostre credenze ancestrali e valutarle
Mantenere ciò che è buono per noi e respingere ciò che ci danneggia
Fa così male!
Fa così male!
Le donne africane passano attraverso l’inferno e la sofferenza
Fa così male!
Fa così male!
Madre…

Un pensiero su “Fatoumata Diawara

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