I 7 mari – Mar Mediterraneo orientale: ritorno in patria

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Illustrazione di Davide Lorenzon

Oggi pochi si ricordano quella nave e, a guadare le foto dell’epoca, sembra un film. Che poi, in effetti, un film l’hanno fatto, e bello anche, di quelli che ti lasciano commosso e scombussolato. Soprattutto a chi, tra nonni e bisnonni, annovera qualche emigrante, fuggito in America, o in Australia, per scampare alla fame e alla miseria.

La mole del grande mercantile Vlora (in italiano Valona) si stagliò sulla linea dell’orizzonte di fronte a Bari, mentre tutti erano in vacanza: era l’8 agosto del 1991. Il sindaco no, lui c’era, e fu tra i primi a raggiungere il porto e, con le mani tra i capelli, mettendo da parte qualsiasi altra cosa, si dette da fare senza sosta per accogliere quei disperati, assetati, stanchi, affamati, e non erano i cento, quattrocento che dalle coste della Libia raggiungono oggi le nostre coste. Erano 20.000, ventimila, uno più uno meno. Come gli abitanti di Abano Terme, o di Settimo Milanese, o di Lastra a Signa. E a vederli riversati sul molo si ha subito l’impressione che dovevano essere proprio disperati per imbarcarsi su quel mercantile che, vabbè che l’Albania e l’Italia sono separate da un Mare Adriatico stretto e non molto profondo, ma se la nave fosse colata a picco? E se non fosse arrivata in porto, se fosse stata respinta?

In porto ci arrivò, sì, ma cosa non si scatenò in Italia. E di tutti quegli albanesi che se ne fece? Vennero accatastati nello stadio, dal beffardo nome “Della Vittoria”, dal più meritato attributo “Di concentramento”. Qualcuno riuscì a fuggire, accolto da parenti o amici che già vivevano in Italia, altri finendo chissà dove. Ce li tennero otto giorni: giorni d’inferno, dove qualcuno, dentro, perse la testa, come anche quelli fuori, i nostri amministratori, che soluzioni ne trovarono poche, sul momento, e a quei disperati i cittadini di Bari che cercavano di dare una mano, erano costretti a lanciare dentro lo stadio bottiglie d’acqua e viveri. Il sindaco, dopo tanto lottare, ottenne di allestire una tendopoli, con cucine da campo e infermeria. Ma non si voleva dare l’impressione di essere troppo buoni e accoglienti, e che caspita, sennò qui chissà quanti ce ne arrivano. E allora, che si fa? Mah, meglio rispedirli a casa loro. Rimpatriamoli, togliamoci il pensiero. Gli autobus e i traghetti erano già lì dietro l’angolo e i più furono rispediti al mittente.

Ne rimasero in Italia, non pochi; e poi, a ondate successive, ne arrivarono altri, fino a fare diventare la comunità albanese la seconda per numero di presenze in Italia. Si lasciavano alle spalle un Paese uscito ammaccato dal disfacimento del comunismo, da campagne povere, da città allo sbando, da malavita e malaffare che nel vuoto di potere sguazzavano e si arricchivano. Come tutti quelli che emigrano, cercavano futuro, per sé e per i propri figli. Per la propaganda erano i peggiori criminali, che l’Albania, per liberare le carceri, ce li aveva spediti con un biglietto d’auguri.

Anila c’era quel giorno dello sbarco, ma non se lo ricorda, perché stava nella pancia di sua mamma, ancora un gamberetto di due centimetri, ma c’era, e urlante vide la luce in Italia, qualche mese dopo, a Bari, dove furono accolti e nascosti da una zia della madre.

Poi, col passare degli anni, lei e i suoi genitori hanno visto diverse città italiane, spostandosi qui e là, correndo dietro a vari lavori che, non senza difficoltà, gli hanno però permesso di tirare avanti con dignità e, mettendo via pochi soldi alla volta, di stabilirsi in un piccolo appartamento di Genova, dove suo padre lavora e dove Anila frequenta l’università. L’orgoglio dei suoi genitori, che ora si sentono meno profughi e, quasi, italiani. Ma la mamma ancora si vergogna perché il suo accento la tradisce e Anila, anche se si è laureata bene e parla perfettamente italiano, ha un cognome che suona straniero. E oggi si sa, non è facile per nessuno trovare lavoro, i giovani devono accontentarsi di precariato e figurati tu che sei albanese. Veramente sono nata in Italia, le risponde Anila risentita. Sì, ma c’è la crisi.

Dopo due anni di cameriera, hostess, baby sitter, commessa, Anila, laurea in Economia, decide di tornare in Albania. Ma che sei matta? Le dice incredulo suo padre. No, è che là adesso l’economia ha un pil all’8% e la disoccupazione sotto la soglia del 16%, le risponde lei. E le case costano molto meno. E il mio cognome non disturba nessuno. E se ti sei laureato all’estero tutti ti considerano di più. Sono riconoscente all’Italia, e a voi che mi ci avete portato e cresciuto, ma il mio futuro qui è un punto di domanda. Ci provo, poi magari torno, si vedrà. E Marco? Marco viene con me. E i suoi genitori, cosa ne pensano? che lui è italiano, mica albanese. Che se là lavoriamo e siamo felici, sono contenti anche loro.


“7 mari” : testi di Pina Bertoli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

26 pensieri su “I 7 mari – Mar Mediterraneo orientale: ritorno in patria

  1. Io me la ricordo, quella nave gigantesca e carica all’inverosimile di persone. E mi ricordo bene lo choc che provai, era la prima volta che succedeva che una folla impressionante di disperati voleva venire da noi. Oggi quella sensazione è scomparsa, non è più una novità vedere navi, battelli, gommoni arrivare sulle nostre coste stipati di gente. Ma resta la pietà e il dispiacere per non poter fare di piu

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    • Su quella nave c’era anche una bambina che il caso mi ha poi fatto incontrare e che è divenuta, col tempo, la mia migliore amica; mi ricordo benissimo che quando veniva a casa mia a giocare, la nostra cara vicina di pianerottolo mi diceva di stare attenta che mi avrebbe rubato qualcosa di sicuro. Si può essere così meschini???

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  2. Pingback: I 7 mari – Mar Mediterraneo orientale: ritorno in patria — Tratto d’unione – Blog di Pina Bertoli

  3. Anche io ricordo la nave e l’impressione che mi fece. Non ricordavo invece il seguito della vicenda e devo dire che la gente comune per fortuna si distingue spesso dalle Istituzioni. Non escludo che in un futuro non troppo lontano quella nave possa portare 20.000 italiani in Albania… speriamo solo che non chiudano i porti

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  4. Mi dispiace che questi racconti di viaggio siano finiti. Debbono proprio? So anche di non essere mai riuscita a restituire le emozioni che mi hanno dato (di solito non ci riesco; le parole scritte mi tradiscono sempre quando si tratta di un contesto di relazione).E mi rifugio in un “mi piace”; e può anche capitare che, nell’emozione della lettura, dimentichi persino quello.
    Questa narrazione è, oggi, di fronte a ciò che sta facendo il chiamiamolo governo italiano, particolarmente importante. Ci aiuta a ricordare che, se oggi un nostro ministro dà di sè, e di noi, ovviamente, l’immagine e l’aspettativa di comportamento che vediamo, altre volte, e sotto molti aspetti, non ultimo il come dell’accoglienza quando accoglienza c’è, i nostri governi, tutti, non sono stati sempre migliori.
    Ci aiuta a vedere la realtà di persone, di storie di vita, “normali” e preziose; a vedere cosa perdiamo, mentre ci difendiamo da qualcosa che ci fa paura e che siamo, temo, e giustamente, noi stessi, non un improbabile “loro”. Perché è così. Facciamo davvero paura.

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  5. Cara Ivana, grazie per le tue parole e per il tuo apprezzamento, che mi danno molti stimoli a continuare, magari in altro contesto, a scrivere su quelle che sono le situazioni critiche di oggi che ci invitano a riflettere, andando oltre le trovate del momento. I timori – anche quelli giusti e fondati di chi vede molto fumo nel sistema di accoglienza italiano, in termini di reali prospettive di inserimento nella società e di prospettive di miglioramento della qualità della vita di chi arriva da noi – sono plausibili e diciamo fisiologici; sta alla classe politica governarli e fornire risposte adeguate, per il bene di tutti. Personalmente, non vedo niente di concreto, ma solo propaganda, da tutte le parti politiche, per accaparrare il consenso effimero del momento, di chi vota cambiando bandiera come un giro di valzer, di chi pensa ai propri privilegi, di chi non sa guardare oltre l’oggi.

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