A Wisam piaceva scrivere poesie. Cioè, lui non lo sapeva che erano poesie. Più che altro, erano pensieri che, appena prima di sciogliersi ed evaporare, cadevano su un foglio; una pioggia leggera di segni, che la sua bocca tramutava in suoni, e, al sentirli, si sentiva più libero. Con quei segni ci si poteva inventare un mondo, si poteva azzardare che tutto fosse diverso da come è nel mondo reale. Si poteva perfino pensare che tutti i cuori fossero felici, che ognuno avesse un suo posto, piccolo o grande non fa differenza, in cui sentirsi affrancato, in cui dire: ecco, c’è spazio anche per me, e per i miei sogni. Wisam scorreva i suoi sogni come un voltar pagine di calendario, uno, poi un altro, tutti di corsa come le sue lunghe gambe di diciassettenne che misurano le strade, arruffati come i suoi riccioli scuri, fragili come un timido arbusto che mette le gemme. Desideri appena sbocciati che una buia mano dichiara colpevoli. Rei di amare in modo sbagliato, di gettare vergogna sulla sua famiglia, panni sporchi da lavare lontano dagli sguardi. E allora, botte e fogli strappati, lividi e lo sguardo che si spegne.

Finché la guerra bussa alla porta, una cieca belva inferocita che azzanna qua e là, a caso, strazia le carni alle sue vittime senza un criterio, perché quella belva è un frastuono impazzito che si spande tra le case, e lascia polvere, macerie, sangue nero, e strade deserte. Come un veliero fantasma imbarca pirati storpi, con un occhio bendato e cicatrici sul volto, così quel convoglio di carretti raccoglie anime doloranti e l’approdo a lungo agognato è una terra lontana, affacciata sul mare e su due continenti. Un mare antico, solcato da eserciti e navi; un luccichio mai visto prima, un odore straniero, un baluginare che abbaglia e stordisce i sensi. Wisam affida il suo volto allo specchio incantato di Marmara, come un lenzuolo che vuole tornare bianco: “Siamo a Istanbul!” si ripete per crederci, dieci, cento volte, per paura di svegliarsi e vedere tutto svanire. “Siamo al sicuro”, gli fa eco il suo cuore, gonfio di speranza e di stupore, mentre si aggira per strade e piazze, lo sguardo rapito dai grattacieli moderni e dal traffico. La gente ha volti diversi, e abiti diversi, ma l’odore del cibo che aleggia tra i vicoli gli ricorda il suo paese, quando ancora non era maceria. I suoi sensi pieni di speranza avvertono però un’incrinatura, uno slittamento. Per le strade, incrocia stivali pesanti, e passi affrettati, sguardi indagatori che trafiggono. Un grido soffocato, un’onda che si infrange, spumosa e leggera, l’ultimo frammento impresso nel suo cuore.

Dedicato a Muhammad Wisam Sankari, profugo siriano gay, fuggito dalla guerra nel suo Paese, sequestrato nel centro di Istanbul, violentato e ucciso. Il suo cadavere decapitato e mutilato, abbandonato per strada.


“7 mari” : testi di Pina Bertoli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7