I 7 mari – Mar Rosso: paradiso perduto?

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Illustrazione di Davide Lorenzon

Sharm El Sheikh, Marsa Alam; le spiagge incontaminate di Berenice e Dahab, campi da golf incredibilmente verdi in una zona dove l’acqua scarseggia, un mare che è il paradiso dei sub. Turismo che dà lavoro, si dice. Lavoro sottopagato con turni alienanti, è il retro della medaglia luccicante con cui si abbagliano occhi che non vogliono vedere. I profitti, quelli, volano verso banche e paesi lontani.

Ma il Mar Rosso non è solo turismo. Nel Risiko mondiale delle grandi potenze gli stati che ci si affacciano sono quelli su cui ammassare tanti carrarmatini, per poi lanciare i dadi e sferrare un attacco di conquista.

Ha un’importanza strategica enorme, acquisita con la costruzione del Canale di Suez che mette in comunicazione Atlantico e Mediterraneo con l’Oceano Indiano, unendo, così rive e Paesi di quattro continenti. Il controllo di questo mare fa gola a molti Stati.

Soprattutto, oggi, è una delle zone del mondo in cui la tensione è più alta. Il Sudan sta ammassando truppe al confine orientale con l’Eritrea (confine che ha chiuso), forte degli accordi siglati con la Turchia di Erdogan, e questo non è gradito all’Egitto, che a sua volta ha inviato in una base dell’Eritrea gestita dagli Emirati Arabi Uniti, un contingente di soldati dotati di armi tecnologiche e mezzi pesanti.

Erdogan e il presidente sudanese Omar al-Bashir hanno firmato ventuno accordi relativi a diversi settori, quali l’economia, il turismo, l’agricoltura, e, soprattutto, le infrastrutture e la cooperazione militare. Uno di questi accordi prevede la cessione della gestione alla Turchia dello strategico porto di Suakin, la città-isola che oggi è malmessa e che Erdogan ha promesso di riportare agli antichi splendori. Chissà come mai tutta questa magnanimità …

Anche i rapporti tra Egitto ed Etiopia sono tesi: motivo la costruzione di una enorme centrale idroelettrica – destinata a diventare la più grande in Africa. La centrale preleverà le acque del Nilo Azzurro (che nasce in Etiopia), il cui corso sarà deviato; decisione osteggiata dagli egiziani che temono una considerevole riduzione della portata d’acqua al Nilo, fonte preziosa per l’energia dell’Egitto.

Oltre a queste tensioni, l’area è destabilizzata da quelle tra Etiopia ed Eritrea, situazione che va avanti dagli anni Novanta, e che ha lasciato una scia di sangue lunga sessantamila vittime. Sul Mar Rosso si affaccia anche la Somalia, Paese in cui l’azione degli estremisti di al-Shabaab – come denunciato da Human Rights Watch – è sempre più pressante. Tra attentati e sabotaggi di vario genere, pare che questa organizzazione terroristica stia compiendo dei veri e propri rapimenti: loro miliziani costringono le famiglie delle comunità rurali a consegnargli i bambini dagli otto anni in su, per essere indottrinati al Corano e per l’addestramento militare. Chi tutela il futuro di questi bambini? E chi c’è dietro questa organizzazione?

Tensioni e veti incrociati. Quale scenario si potrebbe prospettare? Un conflitto (l’ennesimo) tra due schieramenti: da una parte, Eritrea ed Egitto, dall’altra Etiopia e Sudan appoggiati dal potente alleato turco. L’Egitto e l’Arabia Saudita sono nemici della Fratellanza Musulmana (in Egitto, il golpe militare ha deposto il presidente eletto Morsi, capo della Fratellanza), che vede in Erdogan il suo capo spirituale.

E tutto questo mentre ci sono ancora migliaia di persone fuggite dall’Eritrea quando infuriava la guerra, che hanno alle spalle esperienze spaventose in campi profughi, dai quali stanno cercando disperatamente di fuggire, almeno quelli che sono ancora in vita.

Uomini, donne e tanti bambini che in quei campi – più simili a dei lager o campi di concentramento – hanno subito violenze di ogni tipo; esseri umani che là dentro ci hanno trascorso otto, dieci anni. Bambini che hanno vissuto nel terrore, con le loro madri stuprate e torturate, al pari degli uomini, a cui certo non è stato risparmiato niente. Bambini a cui è stato negato il diritto di esserlo, di essere curati, nutriti e istruiti.

Persone che hanno davanti ben poche alternative. Cercare di sopravvivere nei campi profughi o provare a fuggire, andando ad accrescere le fila di quelli che tentano di attraversare il Mediterraneo passando per la Libia, rischiando pericoli ancori maggiori, come la prigionia nelle carceri libiche o l’essere in balia di spregiudicati mercenari pronti anche a lasciarli morire pur di intascarsi quei pochi soldi che i profughi possono offrire per garantirsi la fuga.

Le conseguenze di un ulteriore eventuale altro conflitto sarebbero disastrose in quella regione e ci toccherebbero da vicino; è un problema che riguarda tutti e che dovremmo forse seguire con più attenzione e consapevolezza.


“7 mari” : testi di Pina Bertoli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

9 pensieri su “I 7 mari – Mar Rosso: paradiso perduto?

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