I 7 mari – Mar Egeo: sei ore

7 mari_Mar_Egeo

Illustrazione di Davide Lorenzon

La casa è vuota. I passi rimbombano come dentro a una grotta. Gli odori, quelli consueti, sembrano aleggiare affievoliti. O forse sono io che penso di sentirli. In corridoio ci sono quattro valigie, le ultime cose che ci porteremo via. Sui muri, i segni dei quadri sono come finestre aperte sul vuoto. Per primo abbiamo venduto quello lasciato da nonno Niko, il padre di mia madre; glielo aveva regalato il padrone della villa dove faceva il custode quando si è sposato. Un paesaggio della campagna francese, di un pittore impressionista minore, a cui mio padre riservava l’onore della parete grande in soggiorno. Gli altri due erano di un vecchio allievo di mio padre all’Accademia che è diventato famoso. Anche i mobili li abbiamo venduti. Uno dopo l’altro. Con lo stipendio da insegnante ridotto del quaranta per cento non si arriva nemmeno a metà mese, e tutto ora costa troppo per le nostre tasche. In banca, i risparmi che mio padre aveva messo da parte, si sono polverizzati.

Quando è morta mia madre ho pianto per mesi; ora, penso che sia stato meglio così, non avrebbe resistito a vedere la sua casa smontata pezzo per pezzo, svuotata dai ricordi, dai mobili che lucidava ogni settimana, dai regali che aveva ricevuto alle nozze, come il servizio di piatti bianchi e blu che le piacevano tanto. Mio padre ha voluto vendere tutto per farci finire di studiare, ma tanto, sia io che Alekos, non abbiamo trovato lavoro, solo qualche lavoretto saltuario, che non ci basta certo ad aiutare le finanze familiari. La settimana scorsa papà ha firmato l’ultimo atto della nostra personale tragedia, nostra ma uguale a tante altre, così simili e anonime che non fanno nemmeno più notizia. E così ora anche l’appartamento è andato; l’ha comprato una società tedesca. Una bella ripulita, mobili nuovi e lo affitteranno ai turisti. Gli affitti a settimana ad Atene rendono bene, per chi ha case da affittare. Papà ci aveva pensato a questa ipotesi, ma quando ha fatto il conto di quanto ci voleva a ripianare i debiti, ha capito che la casa andava venduta per forza. E allora, amen, così sia.

Stamattina ci siamo imbarcati al porto di Atene, il Pireo. Anche se è solo maggio, le banchine sono piene di cappelli, macchine fotografiche e valigie. Prima, era una festa mescolarsi a questa folla allegra e vociante. Ora mi sento i piedi pesanti, e non voglio voltarmi a guardare in lontananza il profilo della mia città. Preferisco pensare all’eccitazione di quando ero bambina, e non vedevo l’ora di tornare dai nonni, per godermi due mesi di vacanza in quel mare blu cobalto, stordita dal vento caldo e profumato, sazia di tutti i manicaretti che nonna Athina ci cucinava. Da che mi ricordi, ogni anno, d’estate, quando finiva la scuola e anche mio padre smetteva di lavorare, ci imbarcavamo qua per raggiungere Folegandros, l’isola dove abitano i nonni paterni. Ora, però, c’è rimasta solo la nonna, che ha quasi novant’anni. Quando papà le ha chiesto se potevamo tornare là, lei pensava in vacanza. No, le ha detto lui, per starci. Non so se ha capito, ma era contenta, non le piace stare da sola adesso che nonno Spyro non c’è più.

Sei ore di viaggio in questo mare di una bellezza sconfinata, che stordisce, che fa sognare, un mare di vele al vento, di spiagge bianche. Di isole incantate che guardiamo senza vederle, di salmastro che si appiccica al viso, che inumidisce la pelle, insieme alle lacrime; di dubbi se questa sia la scelta giusta, di cosa ci riserverà il futuro. Molti amici di Alekos se ne sono andati: Germania, Inghilterra, qualcuno dai parenti a New York. Mio fratello ci ha pensato, sembrava una bella opportunità, un’avventura, quelle che si intraprendono da giovani; lui è giovane, ma la sua nostalgia lo avrebbe reso vecchio, gli avrebbe strappato per sempre il sorriso, orfano di un mondo che avrebbe lasciato non per sua scelta.

Sei ore per tornare al porto di Karavostasis e da lì raggiungere Ano Meria, dove c’è la casa dei nonni, e ritrovare la stanza dove io e mio fratello abbiamo dormito per tutte le nostre vacanze. Faremo ripartire le nostre vite da lì. D’inverno non c’è molto da fare, ma nella bella stagione il lavoro si trova, qualcosa si mette da parte. Papà imparerà a tenere l’orto; non l’ha mai fatto, prima c’era il nonno, che lo prendeva in giro perché mio padre con le mani non sa fare nulla, perso com’è nella storia dell’arte, quella che insegna da trent’anni, e che ora dovrà mettere da parte. O che magari potrà servirgli per fare la guida turistica.

Sei ore per lasciarsi alle spalle una casa che non è più nostra, come le nostre vite che ora saranno altro, meglio o peggio ancora non lo so, ma non più ciò che erano prima.


“7 mari” : testi di Pina Bertoli – illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

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16 pensieri su “I 7 mari – Mar Egeo: sei ore

  1. Pingback: I sette mari. Mar Egeo: sei ore – Blog di Pina Bertoli

    • Anche perché il paese era uscito da anni durissimi di dittatura e nei successivi vent’anni aveva completamente cambiato il proprio volto, modernizzandosi e avviando un processo democratico di sviluppo e di miglioramento in tutti i settori. Ora gli ci vorranno chissà quanti altri anni per tornare ai livelli di prima della crisi.

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  2. se non fosse per l’esplicito contenuto riferito ai recenti fatti storici e alla geografia della grecia, dal punto di vista puramente emotivo il racconto mi ricorda alcune frasi e i sentimenti che ci comunicarono numerosi ragazzi della basilicata. quel senso di smarrimento e di radicamento e al tempo stesso la consapevolezza che non c’è futuro senza una valigia pronta sotto il letto.

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