Ogni pomeriggio, Julia spinge una carrozzina lungo i vialetti del parco. A volte capita di vederla seduta su una panchina, in una zona ombreggiata, la carrozzina sempre al suo fianco. Con una mano tiene stretta quella della signora anziana che accudisce, con l’altra le fa aria con un ventaglio. Julia pensa a tutto: fa la spesa, paga le bollette in posta, accompagna la signora dal medico e in farmacia, le fa da mangiare, la lava, la veste e le fa la messa in piega. “Sei meglio di una figlia”, le dice lei piena di riconoscenza. Julia la ricambia; il suo è uno sguardo amorevole, c’è concentrato tutto il suo animo dolorante eppure capace di esprimere tanta dolcezza. Quella di cui la persona accanto a lei ha bisogno e che i parenti non sempre possono offrirle. Due solitudini intrise dalla stessa malinconia, il pensiero rivolto al passato, un’inquietudine che guarda al futuro incerto. Quanto resterà da vivere all’anziana signora? E quanto tempo dovrà ancora passare prima che Julia possa tornare a casa?

La sua casa era modesta, ma dal piccolo giardino che le stava davanti, si respirava l’odore salmastro del mare, dei due mari che a Kerč’ incrociano i loro umori: il Mar Nero e il Mare di Azov, nella penisola di Crimea. La Russia appena lì davanti, a un respiro di distanza. Un alito mefitico, corrosivo, che nel passato remoto e in quello prossimo ha disciolto i suoi sogni. Il suo passato, tutto, Julia, lo ha messo alle spalle, a chi le chiede cosa è successo ai Tatari di Crimea risponde con vaghezza; come si può, a parole, raccontare cosa è stata la sua giovinezza, nella quale ha perso tutto? Eppure, gli odori marini, i profumi dei fiori, il bianco opalino della superficie del mare, coperta dalla nebbia del mattino, quelli non li ha dimenticati. E non vuole dimenticarli. Li conserva in un angolo remoto e protetto del suo cuore, accanto ai volti che ha amato.

L’illusione di appartenere all’Ucraina indipendente è stata di nuovo infranta dallo stivale russo e allora ogni porta si è chiusa, una valigia si è riempita di qualche ricordo e il suo corpo è salito su un autobus diretto in Italia. “Lì hanno bisogno di badanti”, le ha detto una sua conoscente. “E mio figlio?” Le ha chiesto Julia.

Suo figlio lo ha lasciato ad Odessa, dai nonni paterni. Ci sono buone scuole, e prospettive migliori che in Crimea, almeno per loro che non sono russi, e Julia, col suo lavoro, spera di potergliele dare. In Italia non lo può portare, non ha nemmeno una casa.

Ma le manca; le manca quel corpo di bambino che è diventato adolescente, anche se lo vede tutti i giorni, la sera, nello schermo del telefono, grazie a Skype. Lo vede ma non lo può toccare, non ne può inalare gli odori quando torna dall’allenamento di calcio, non ne può nemmeno vedere il broncio, perché lui, quando si parlano, fa finta di essere sempre allegro, per non farla dispiacere; lei lo sa che è così, sta al gioco, deve farlo. Ogni volta che chiude la chiamata e l’immagine di suo figlio, come una ombra, scompare, anche lei si fa ombra.


“7 mari” : testi di Pina Bertoli
Illustrazioni di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7