Le 7 note – La passeggiata: FA

7 note - FApost

Un tacco d’un centimetro di fango appesantiva il suo passo facendola avanzare sull’argine del fiume come un’astronauta sulla luna, ma con l’adrenalina che aveva in corpo avrebbe potuto trainare anche un aratro. Tanto bestia da soma già si sentiva.
Tira, sbuffa, spingi, suda.
Il pomeriggio era iniziato nel migliore dei modi, con un paio d’ore a disposizione e l’intenzione di spenderle passeggiando per la campagna per godere del primo sole primaverile. Un breve tragitto in bicicletta e aveva raggiunto il ponte di ferro sul fiume – quello così stretto da obbligare al senso alternato di marcia – da lì aveva proseguito a piedi sull’argine, incurante delle pozze di fango, testimonianza dell’inverno ormai passato. Camminando senza meta e senza compagnia, sentiva quel senso di leggerezza che si prova quando si mette in pausa la propria vita per rigenerarsi, ma con la certezza confortante di poterci ritornare da lì a poco. Quello stato di beatitudine era durato fino allo squillo del cellulare: il suo titolare la chiamava fuori orario, come faceva spesso d’altronde, incurante di pause, festività o malattie. Persino durante le ferie.
Rispondi, esegui, lavora, muta.
La suoneria che aveva associato a quel numero era composta tutta di FA di ottave diverse, un’idea “divertente” che era venuta all’amica Sara, con la quale sfogava quelli che chiamavano “malumori da capoufficio” che sempre più rasentavano stati di frustrazione e angoscia, con attacchi d’ansia e di pianto. Quel trillo mono-nota, voleva ricordarle tutti i diversi tempi e modi di un “FAre” lavorativo che ormai era diventato vessazione: dall’indicativo al congiuntivo, per passare al condizionale fino all’imperativo. Li aveva sperimentati tutti, subìti tutti, digeriti tutti. Ora rigurgitava.
FAi, FAcessi, FAresti, FA’!
Con la solita affettata cortesia, che diventava minacciosa al minimo segno di resistenza, il suo capo le chiedeva di fermarsi in pasticceria, l’indomani, a comprare una torta per festeggiare il di lui compleanno coi colleghi, aggiungendo: “Tanto tu non hai figli da portare a scuola, niente famiglia… sei sola…”, cosa che le ripeteva spesso e una volta aveva persino fatto illazioni sui motivi per cui una bella donna come lei non avesse un uomo a “occuparsene” e le aveva lanciato una lunga, sfacciata e irrispettosa occhiata alla scollatura. Allora non aveva avuto il coraggio, la forza o l’amor proprio di ribattere nulla, certa di aver interpretato male le sue intenzioni e nemmeno ora, al telefono, aveva trovato il modo di rispondere ma, inaspettatamente, gli aveva riattaccato in faccia.
Squilla, trilla, suona, insisti.
Il cellulare nella tasca della giacca, ora in modalità silenziosa, non smetteva di vibrare, mentre la sua falcata lunga sollevava zolle bagnate e schizzava attorno un’ombra acida di bile che tingeva tutto d’un velo nero, dall’erba all’acqua del fiume. Persino degli aironi in volo ora vedeva solo le ombre. Non riusciva a credere a quella richiesta assurda, ma soprattutto non si capacitava di aver chiuso la conversazione in quel modo improvviso e maleducato. Eppure provava un’insolita, nuova soddisfazione… Una bottiglia di plastica abbandonata sul sentiero si guadagnò, con un calcio, un viaggio di sola andata verso l’acqua, provocandole un senso di colpa per aver inquinato quel fiume già fetido, eppure a ogni passo, a ogni inutile vibrazione della sua tasca, la invadeva un senso di benessere che crebbe in soddisfazione quando immaginò la faccia del suo capo per quel silenzio ostinato della sua personale e deferente tuttofare. Pensò per un attimo di spiegare le proprie ragioni, di rivendicare la propria dignità di lavoratrice, se non di donna, di appellarsi al contratto, al mansionario, al suo diritto alla vita privata fuori orari d’ufficio, ma quando alla fine si decise a rispondere al telefono, l’unica parola che le uscì dalla bocca con gioiosa e determinata allegria fu: SUKA!


“7 Note” : testi di Katia Mazzoni
Fotografie di Filippo Maria Fabbri
Progetto I magnifici 7

13 pensieri su “Le 7 note – La passeggiata: FA

  1. quasi ci stava bene un “FA…nculo” 😛
    scherzi a parte, lavoro in uno dei tanti luoghi dove la maggioranza dei lavoratori è donna ma i posti dirigenziale parlano ampiamente al maschile. senza arrivare ai “suca” per la torta in pasticceria, se anche solo si avesse la forze di rispondere ai tanti piccoli, minuscoli, sessismi quotidiani (anche in maniera non maleducata ma tale da evitare di compromettere il rapporto lavorativo o il buon vivere) sarebbe davvero già una grande conquista.

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  2. colpisce per realismo la stravagante, imperiosa, richiesta del passaggio in pasticceria come fosse un atto dovuto.
    intenerisce, per la sua dimensione utopica, la risposta ribelle e tagliente.
    credo sia il sogno di ogni sottoposto vessato riuscire ad articolare una risposta del genere.
    ml

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