Ispirato a una storia vera

Gli odori dei legni e della vernice a olio di lino e ambra impregnavano l’aria del laboratorio e per il liutaio erano le tracce olfattive di casa, senza essere diventati per questo abitudine. Li percepiva bene ogni volta che entrava nella stanza, li inspirava, se ne riempiva le narici e da lì andavano dritti al centro del piacere del suo cervello. Ogni volta ricordava la prima, quando, aspirante apprendista, era entrato timoroso, ma spavaldo, nella liuteria del suo maestro, ormai trent’anni prima. Ci aveva messo poco a perdere ogni arroganza davanti a un sapere artigiano che era arte e che solo in molti anni avrebbe fatto proprio, con l’umiltà di chi prende tra le mani una tradizione centenaria. Ogni giorno, aprendo il laboratorio, passava attraverso quegli odori e gli strumenti e gli anni e si metteva il suo grembiule da lavoro.

Quando la bambina entrò in liuteria con i suoi genitori, la vide subito respirare profondamente, sopraffatta dal mix olfattivo, in un’espressione di sorpresa e piacere che negli anni avrebbe mantenuto inalterata ogni volta che sarebbe tornata a cercare un nuovo violino. Quel giorno comprava il suo primo. Il liutaio si attardò prima di andare incontro ai visitatori, per spiare la piccola che si guardava attorno come fosse appena entrata in un luogo incantato. La piccola osservava il banco da lavoro con le morse, gli attrezzi allineati sulla parete, i compassi, le seghe, le lame, le lime, le sagome per piegare il legno, le pialle, le forcelle. Sembrava catalogare tutto. Aggiungeva esperienza alla sua giovane vita. Il liutaio si compiaceva nel vederla staccarsi dal braccio della madre e, con la testa alzata, dimenticare i suoi timori, incantata a guardare le viole, le chitarre appese ai muri, i mandolini e gli scheletri ancora da assemblare di violoncelli e violini: tavole armoniche, fondi, tastiere con i riccioli, fasce… Dopo averle dato il tempo necessario per ambientarsi, il liutaio si alzò per andarle incontro e proprio in quel momento, mentre abbandonava il suo sgabello, dalla stanza attigua il suo apprendista entrò porgendogli una corda ed esclamando: “Ecco il RE!” Lo smarrimento negli occhi della piccola fu così evidente nel trovarsi al cospetto del Re che il liutaio si affrettò a spiegarle l’equivoco e le impartì la prima di tante lezioni sui violini: al set di corde che stava montando mancava il RE, ed ecco che ne era stata recuperata una.

La piccola uscì dalla liuteria felice col suo primo violino sotto il braccio, ma fermandosi sulla soglia si girò e, con un piccolo inchino, salutò quel Re-liutaio, il quale ricambiò con un sorriso complice. Quel loro piccolo rituale si ripeté negli anni tutte le volte che la bambina, poi donna, ritornò a trovarlo, per cortesia o per comprare un nuovo strumento, che la carriera l’aveva portata a girare l’Italia in concerti, ma sempre lì acquistava i suoi violini. Fino al giorno in cui la famiglia del liutaio la contattò per un aiuto nel valutare gli strumenti nel laboratorio, orfani del loro maestro. Lei si rivolse ad un amico, famoso esperto nel settore, che stilò una valutazione senza pretendere alcun compenso e sebbene fosse penoso entrare nella liuteria senza il suo Re, fu con soddisfazione che consegnò la stima alla famiglia: gli strumenti costruiti dal liutaio erano di pregio, lei lo sapeva, e lasciava in eredità non solo un patrimonio, ma una reputazione, una passione, una vita intera dedicata all’arte di costruire strumenti. La famiglia volle ad ogni costo regalarle uno dei violini del laboratorio e fu con imbarazzo che si rifiutò di scegliere tra un elenco a cui lei stessa aveva contribuito a dare un valore. Scelsero loro per lei. E quando uscì con quello strumento in mano, non poté evitare di ripetere quel loro piccolo rituale scherzoso, anche quello parte dell’eredità.


“7 Note” : testi di Katia Mazzoni
Fotografie di Filippo Maria Fabbri
Progetto I magnifici 7