Le 7 note – Il professore: DO

DO

Raccontava spesso quell’aneddoto del suo passato nelle serate con gli amici, un po’ per il gusto istrionico di intrattenerli, un po’ perché quella storia apparteneva a un mondo lontano dal quale con fatica si era affrancata.

Al primo piano del suo condominio, quand’era bambina, abitava un vecchio, arcigno professore che si diceva avesse avuto un passato di illustre musicista, ma all’epoca viveva dando lezioni di pianoforte a pochi bambini che venivano da fuori quartiere. Lei si fermava spesso sul pianerottolo ad ascoltare quei suoni che, per quanto stonati da mani inesperte, erano vivi, pieni, reali, non filtrati da radio o televisione. Melodie sconosciute nel suo mondo fatto di musica pop, quindi dense di mistero e fascino. Un unicum in quel palazzo popolare, anzi, nell’intero rione. Più di una volta il professore l’aveva sorpresa seduta sulle scale condominiali ad origliare e un giorno, con tutto il coraggio dei suoi 7 anni, lei gli aveva chiesto di insegnarle a suonare. Il vecchio aveva congiunto indice e pollice e sfregandoli tra di loro le aveva risposto: “Do ut des“. La piccola si era arrovellata per giorni su quella risposta. Il DO era la prima delle sette note, quello chiunque lo sapeva, ma lì si fermava la sua comprensione. Si risolse allora a chiedere all’organista, in chiesa la domenica, cosa significasse quell’UT dopo il DO. Scoprì così che UT era l’antico nome del DO e si convinse che il vecchio professore volesse sottoporla a una prova, una specie di test musicale di ammissione. Per quanto però cercasse di capire il significato del DES non riuscì mai a venirne a capo e la sua etica innocente le impediva, ora che sapeva di esser sotto esame, di chiedere ad altri.
Rinunciò così alle lezioni di pianoforte.

Chi ascoltava la storia s’inteneriva dalla bambina innocente che era stata, ma lei sola sapeva che la faccenda delle parole incomprese, sconosciute, sbagliate, andava ben oltre quel Do ut des, ci aveva messo anni e fatica per risolverla, ma mai del tutto. Perché uscita dal suo piccolo mondo di provincia, si sentiva sempre in debito, in affanno, in rincorsa degli altri o, comunque, sempre in pericolo di inciampare nuovamente in qualche grossolano errore. Nella “parola” lei aveva imparato ad abitare bene, ma non era la sua casa natale.

Già alla scuola elementare aveva scoperto quanto potesse bruciare l’umiliazione di essere derisa per l’utilizzo di termini che, l’avrebbe capito poi, appartenevano al suo lessico famigliare, che soltanto molti anni dopo le sarebbe diventato caro nel ricordo degli affetti: parole straniere pronunciate letteralmente, termini dialettali italianizzati, latinismi incomprensibili ripetuti per assonanza, ma la cui esatta composizione grammaticale era ignota. Il suo era però un quartiere operaio e nessuno, in fondo, ci faceva molto caso a come si parlava, perché esisteva un vocabolario comune e l’errore era diviso sulle spalle di tutti e pesava così molto meno, anzi, a volte diventava vanto di classe, come solo l’ignoranza può vantarsi di sé stessa. Chi tentava di distinguersi in qualche modo veniva sbeffeggiato, isolato, tacciato di superbia… e poi c’erano immigrati che nemmeno l’italiano sapevano, ma solo i loro dialetti del sud Italia e già ci si sentiva meglio di loro e mica era poco…

Quando alla scuola media finalmente ne comprese il significato, a quel “Do ut des” non ci pensava da anni, ma si sentì improvvisamente derubata di qualcosa: di una possibilità. Mandò intimamente al diavolo quel vecchio, borioso maestro di musica che l’aveva privata del suono del pianoforte non tanto per due soldi di compenso, ma per arroganza, per un senso di superiorità mal riversato sull’innocenza di una bambina. Certo non sapeva ancora formulare il suo pensiero in questi termini, ma sentiva di aver subito un’ingiustizia e si ripromise allora di non dare più a nessuno la possibilità di farlo. Avrebbe rincorso le parole.


“7 Note” : testi di Katia Mazzoni
Fotografie di Filippo Maria Fabbri
Progetto I magnifici 7

21 pensieri su “Le 7 note – Il professore: DO

  1. Bello leggerti.Bella storia, non scontata, greve come il DO, sospesa come una speranza, malinconica come un ricordo d’infanzia. Grazie per non esser caduta in un rassicurante buon finale. Buona Festa delle Donne. 🙂

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  2. (e comunque, per come l’hai scritto, non mi avrebbe stupito un finale ancora più spinto nell’ipotesi di un “do ut des” dai confini meno tracciati, più ambigui, da ignobile richiesta di pagamento in natura da parte di satiro con gusto musicale. ma forse lo volevi lasciare sottinteso?)

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  3. “Parole, parole, parole.” Mina
    “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” Nanni Moretti
    “Ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani.” Don Milani
    A quanto pare la giovane protagonista del tuo racconto ha capito fin da subito l’importanza delle parole 🙂

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  4. un racconto piacevole come una cascatella che rimbalza da un masso all’altro, chè anche qui si passa con naturalezza dalla musica al vocabolario, dal mistero della nascita dei suoni (bellissimo quello stare dietro l’uscio come sulla soglia di una magia appena intuita) al mistero delle parole che ci si impiega anni a possedere.
    chissà a cosa alludeva il quel vecchio professore con quelle parole: a una remunerazione che lo manteneva nella grettezza per cui era noto? a uno scambio d’aiuto solidale che per una volta lo avrebbe fatto sentire migliore di quanto appariva? a un progetto immondo che gli aveva attraversato la mente come un lampo e del quale si era subito pentito?
    ml

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    • Grazie Massimo del tuo bel commento. Evidentemente in maniera inconsapevole ho reso questo tristo personaggio del Professore più laido di quanto volessi. Nelle mie intenzioni chiedeva di essere pagato con moneta sonante, ma lascio la libera interpreatzione

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    • Grazie Melania, Il racconto è frutto di fantasia, ospitato da Trattodunione nell’ambito del progetto I magnifici 7. Dopo le mie 7 note ce ne saranno altri di diversi autori. Spero vorrai seguirci.

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