Il morso della reclusa

Vargas_Reclusa_1Un’indagine approda per puro caso sulla scrivania di Adamsberg, commissario di polizia del 13° arrondissement di Parigi. Ci sono degli uomini anziani che muoiono a causa del morso di un ragnetto piccolo e schivo e assolutamente non mortale: «Si chiama reclusa, ragno eremita, ragno violino. Si chiama Loxosceles rufescens, Loxosceles reclusa nelle Americhe ma rufescens da noi. Ne esistono centinaia di specie. Da loxo, “obliquo”, e per estensione “che non procede dritto”, “subdolo”. E forse da celare, “nascondere”. La subdola che si nasconde?»

In questa indagine, che forse è persino inutile perché probabilmente quegli anziani non sono stati assassinati, niente è come sembra e diverse volte il commissario si trova a un punto morto, in un vicolo cieco e deve cercare un’altra via di accesso alla verità. Un po’ come fece Magellano, che «si smarriva da una falsa pista all’altra.»

«Con il dito sulla cartina Adamsberg seguì il contorno dell’Africa, attraversò l’Atlantico, scese lungo le coste del Brasile e dell’Argentina e si fermò su un punto della costa orientale dell’America del sud. “Questo è il quarantesimo grado di latitudine. Una mappa del tempo indicava che il passaggio tanto cercato verso un ipotetico oceano, il futuro Pacifico, quello che avrebbe dimostrato al mondo e alla Chiesa che la Terra era rotonda, si trovava a questo quarantesimo grado. Ed era una falsa pista. E allora Magellano continua a scendere, sempre più a sud, sempre più a sud, sempre più al freddo. Entra in ogni golfo, in ogni baia, sperando di trovare lo sbocco verso l’altro oceano. Ma i golfi sono chiusi, ma le baie sono chiuse. Si schianta, continua, nella tempesta; nel golfo di San Julián crepano di freddo e di fame, lui e il suo equipaggio. Scende ancora, e solo dopo aver superato il cinquantaduesimo grado scopre finalmente lo stretto che porterà il suo nome. Lui, e il suo equipaggio.”»

Ci sono ragni in questo libro, ci sono uomini morti e uomini assassini, ma, come l’autrice che si nasconde dietro un nome maschile, forse le vere protagoniste di questo romanzo sono le donne:

«Il fenomeno è cominciato nell’alto Medioevo, diciamo a partire dall’ottavo-nono secolo. Donne, spesso giovani, sceglievano di farsi murare vive per il resto della loro vita. Il reclusorio in cui si facevano segregare, detto anche celletta, era un edificio così minuscolo che non sempre la reclusa aveva abbastanza spazio per sdraiarsi. I più grandi misuravano circa due metri di lato. Niente tavolo, niente scrittoio, niente pagliericcio per dormire, niente fossa per gli escrementi e i rifiuti. Dopo l’ingresso della sepolta viva si sigillavano tutti gli accessi, tranne una finestrella, a volte collocata abbastanza in alto perché la reclusa non potesse vedere né essere vista. Era da questa finestrella che la donna riceveva le elemosine della popolazione, farinata, frutta, fave, noci, borracce d’acqua, che le assicuravano o meno la sopravvivenza alimentare. Poiché la finestrella era spesso munita di sbarre non si poteva farci passare della paglia per ricoprire alla meglio le deiezioni. Si sa di recluse sprofondate fino ai polpacci in un fango escrementizio misto a resti di cibo putrefatto. Queste le loro condizioni di “vita”. Vita in genere breve, poiché la maggior parte si ammalava o perdeva il senno durante i primi anni, nonostante l’aiuto di Gesù che le accompagnava nel loro martirio, conducendole senza dubbio verso la vita eterna. Ma alcune resistevano più a lungo, a volte trenta o persino cinquant’anni. Nel periodo di piena espansione del fenomeno ogni città aveva i suoi reclusori, una decina, costruiti contro i piloni dei ponti, contro le mura della città, tra i contrafforti delle chiese, o nei cimiteri, come a Parigi i celebri reclusori del cimitero dei Saints-Innocents. Queste donne erano rispettate, o addirittura onorate, il che non significa che fossero ben nutrite, e il calvario che subivano in nome del Signore era considerato una forma di garanzia, di protezione divina per la popolazione della città. Erano in un certo senso le sante della comunità urbana, per quanto spaventosi fossero il loro aspetto e la loro degradazione.
Quali motivi spingevano le recluse a segregarsi in quelle celle mortifere? Certo, c’era il fervente desiderio di isolarsi dal mondo per consacrarsi a Dio, ma per questo esistevano i monasteri. Quindi?
Si trattava di donne che si trovavano nell’impossibilità di qualunque altro genere di vita su questa terra perché creature indegne che la società aveva bandito. Donne a cui erano negati matrimonio, figli, lavoro, rapporti sociali, rispetto e addirittura la parola, essendo impure. O perché si erano “smarrite” prima del matrimonio o perché la famiglia le aveva cacciate in quanto non maritabili, cadute in disgrazia, handicappate, bastarde. Oppure, nella maggior parte dei casi, perché vittime di uno stupro. Perciò colpevoli di essere state contaminate e avere perso la verginità, mostrate a dito, donne perdute, potevano solo scegliere il vagabondaggio e la prostituzione, oppure il reclusorio. Dove, personalmente convinte della propria colpa, l’avrebbero espiata nella tortura dell’isolamento.»

Fred_Vargas

Fred Vargas

In quest’ultimo libro Fred Vargas – pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau, scrittrice parigina nata nel 1957, ricercatrice di archeozoologia ed esperta di medievistica – ritorna con una nuova indagine del suo celebre commissario Adamsberg.

Chi ha letto i libri della serie conosce già lo svagato, magrolino e nebbioso Jean-Baptiste Adamsberg, “spalatore di nuvole”, a prima vista incapace di arrivare al dunque nelle sue indagini, sempre distratto da pensieri tangenziali che lo portano a divagare senza un’apparente logica: «Idee sparse e prive di senso giocavano nella sua testa, come minuscole bollicine liberate, riempiendogli la mente di gas tumultuosi che frizzavano senza alcuna preoccupazione di efficienza.»

Ma quello che incanta, in questa falsa inettitudine, è la fiducia che Adamsberg ripone nella propria capacità di mettere in connessione elementi razionalmente lontanissimi tra di loro. Con grande senso di sé rispetta le intuizioni che affiorano alla sua mente e lascia spazio a ciò che altri scarterebbero a rigor di logica. Le idee marginali, arrivate da lontano, approdate per miracolo alla spiaggia della coscienza prima di affondare nelle acque alte dell’inconscio, non vengono respinte ma accolte, perché se ci sono, se esistono e sono arrivate fin lì meritano di essere ascoltate.

Ecco cosa ci ammalia e ci innamora di quest’uomo tranquillo e senza paura, lo spazio enorme che ha dentro e che non respinge nessuno, in lui troveremmo un po’ di posto anche per noi. Perché è così che vorremmo il mondo, vasto, inclusivo, curioso di quello che arriva, capace di coglierne il senso e l’importanza, di convivere in pace con la sua vastità e complessità, senza farsene turbare, senza pretendere di semplificarla, restando umano e rilassato.


Fred Vargas – Il morso della reclusa, Einaudi 2018

14 pensieri su “Il morso della reclusa

  1. Letto da poco, Vargas è una delle mie scrittrici preferite e questo nuovo romanzo mi ha proprio soddisfatto. Mi è piaciuto molto anche il crossover con la serie degli evangelisti, non ricordo se si era già verificato precedentemente. Ho apprezzato molto i personaggi femminili di questo episodio. Bello bello 🙂 A volte mi chiedo se un lettore potrebbe apprezzarne tutte le sfumature senza aver letto i libri precedenti.

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  2. L’ho finito questo fine settimana. Una full immersion. faccio sempre così con la Vargas, non riesco a smettere. Devo dire che questo libro è uno dei più belli della serie, ma anche l’unico di cui avevo intuito il colpevole. Hai ragione, si tratta di donne in questo libro, un filo tra passato e presente che ci mostra come non sia cambiata poi di molto la situazione in cui le donne possono trovarsi a vivere. Recluse per volontà imposta dalle circostanze, recluse per forza, recluse dalla paura (anche di uno sciacquone). E forse anche Adamsberg non è poi immune al considerare alcune donne “cosa sua”

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