Le 7 virtù: Fortezza (Forza)

Illustrazione di Davide Lorenzon

Illustrazione di Davide Lorenzon

 

Sentivo le risate già dal cancello. I miei amici erano vicino alle scale dell’ingresso e tutto il cortile della scuola era pieno di bambini che aspettavano il suono della campanella. Qualche genitore stava ancora lì ad aspettare che il figlio entrasse dentro l’edificio. Che esagerazione. Io mia madre la fermavo già sul marciapiede, non volevo mica fare la parte del cocco di mamma. Lei mi sorrideva maliziosa e mi diceva con tono da agente segreto: “Presto, salutiamoci qui! Svelto, dammi un bacino adesso finché nessuno ci vede!”. Le piaceva prendermi un po’ in giro ma era simpatica, non mi avrebbe mai messo in imbarazzo. Come al solito, in mezzo al gruppo della mia classe c’era Alberto. Era molto divertente sbeffeggiarlo, perché tutto in lui faceva ridere. La pettinatura, col ciuffo unto ben pettinato e la scriminatura tracciata con il righello. I pantaloni, sempre troppo grandi per lui, che gli davano un’aria da pagliaccio. Sembrava uscito da un fumetto, disegnato apposta per divertirci. Era silenzioso Alberto e non reagiva mai né a parole né a gesti, ma avevamo scoperto il suo punto debole: diventava sempre rosso, con le orecchie che gli prendevano fuoco, se si nominava sua madre, che era ridicola forse anche più di lui: arrivava con un fazzoletto in testa annodato sotto il mento, come ormai non faceva più neanche la perpetua del prete, stava tutta ingobbita quasi avesse un peso sulla schiena, aveva sempre la stessa gonna marrone a mezzo polpaccio e calzava logore scarpe da suora, con i lacci davanti e il mezzo tacco. Sembrava la strega di Biancaneve, anche se l’espressione sulla sua faccia non era cattiva, era solo vuota. Da qualche mese portava con sé anche la figlia appena nata, la teneva dentro una carrozzina con le ruote arrugginite. Quando Alberto tirava fuori la merenda dalla cartella tutta la classe emetteva in coro un suono schifato. Mai che avesse una merendina o una brioche. Sempre un pezzo di pane con del formaggio puzzolente. Si allontanava da tutti e lo mangiava in un angolo come fosse una penitenza. Non si ribellava alle nostre prese in giro, le subiva in silenzio e con la testa bassa aspettava che avessimo finito. La maestra, mai messa in allarme da nessuno scontro, non ci faceva molto caso, solo qualche volta aveva bonariamente rimproverato la classe quando gli schiamazzi contro di lui raggiungevano un volume eccessivo. Il più spavaldo era Mauro, lui ci sapeva fare. Non aveva paura di niente tranne che di suo padre, che era un orco gigantesco e grugniva i suoi ordini al figlio, il quale prontamente li eseguiva. Mio papà era magrino e non aveva quei bei muscoli, ma la sua voce era gentile. Comunque Mauro sapeva come raccontare a tutta la classe quanto fosse ridicolo Alberto, ci faceva divertire, e poi era forte come suo padre, non che avesse dei muscoli, perché era ancora piccolo, ma era molto bravo a comandare.

Finalmente arrivò il giorno del mio compleanno, era marzo e compivo dieci anni. Siccome ormai ero diventato grande abbastanza, mio padre mi fece una sorpresa meravigliosa, mi regalò la bicicletta e, in più, mi diede il permesso di fare qualche giro anche da solo, a patto che restassi sempre sulla pista ciclabile. Ero al settimo cielo, quanto l’avevo desiderata, cominciai subito le mie gite pomeridiane in solitaria. La nostra era una zona molto tranquilla, alla fine della ciclabile cominciava la campagna e l’ultimo edificio del paese era una vecchia casa colonica mezza scassata. Raramente arrivavo fino lì, perché non mi piaceva pedalare su quell’aia fangosa, dove stavano ammucchiati pezzi di legno marcio, ferraglia abbandonata, barattoli imbrattati di vernice secca, una carriola inutilizzata. Quella povera fattoria era disabitata e aveva un’aria di sporcizia e precarietà che mi inquietava un po’. Ma un giorno vidi un bambino che spingeva una carrozzina in mezzo a quel cortile e – non mi potevo sbagliare! – quello era proprio Alberto. Pensai che stesse portando a spasso la sua sorellina e mi avvicinai per parlargli. Indossava una tuta slabbrata con un buco sul davanti e i capelli erano scompligliati e senza la riga. Era strano ma, così disordinato, Alberto sembrava più normale. Vedendomi si fermò, mi guardò con i suoi occhi tristi e io sentii di voler essere gentile con lui. Mi affacciai alla carrozzina e feci qualche complimento alla piccola, “È brava oppure piange sempre? Mia sorella appena nata strillava in continuazione.” Mi rispose con calma “È brava, mangia e dorme”. “La porti a spasso?”, “No, torniamo a casa”. “Dove abiti?”. Indicò con un dito la vecchia casa fatiscente. Ero sbigottito e lo guardai incredulo, con gli occhi spalancati e la bocca stupidamente aperta. Lui non reagì, riprese semplicemente a spingere la carrozzina cigolante verso la porta. Per la prima volta mi accorsi di averlo ferito. Dentro di me scoppiò all’improvviso una smania, una specie di ansia, come quando con la mamma eravamo in ritardo e dovevo sbrigarmi e possibilmente smettere anche di respirare dalla fretta. Sentivo di dover rimediare a quello che avevo fatto. Con una incontrollabile frenesia nelle gambe mollai la bici e corsi dietro al mio compagno. “Ehi, lo sai che io vengo qui quasi tutti i giorni? Potremmo incontrarci qualche volta, giocare insieme”. Questa volta fu lui che mi guardò con incredulità. “Mi farebbe piacere” aggiunsi. “Va bene” fu tutto quello che disse prima di sparire dietro la porta di quella casa. La sua casa.

Il giorno dopo a scuola mi sentivo molto agitato. Non sapevo se salutarlo oppure far finta di niente. Quando un gruppetto lo avvicinò con il solito modo strafottente mi allontanai fingendo di dover fare qualcosa di molto urgente al banco di una bambina. Ma durante la ricreazione non riuscii più ad evitare gli schieramenti: da una parte lui da solo, dall’altra tutta la classe. Mi sentivo malissimo, averlo visto fuori da scuola lo aveva trasformato in un bambino in carne e ossa. Era come se fino a quel momento lui fosse stato solo un personaggio, una cosa finta, senza sentimenti. Però oggi era vero e io non riuscivo più a fargli del male. Andai da Mauro e, sperando di distrarlo, gli domandai “Hai visto la partita ieri?”, ma lui mi rispose con un rapido no, senza smettere di occuparsi dei dettagli di Alberto, che oggi riguardavano la camicia: aveva le maniche talmente arrotolate che i rigonfiamenti della stoffa sembravano dei piccoli salvagenti da braccia. Insistendo gli chiesi “Lo sai che Laura questa estate andrà in barca a vela?”, al che mi lanciò una rapida occhiata sospettosa, stavolta senza neanche degnarmi di una risposta e riprendendo subito a ridere di Alberto insieme agli altri. Sconfitto, non sapendo più cosa dire, andai verso il mio strano compagno e mi fermai davanti a lui, che alzò la testa e mi guardò preoccupato. Non avevo idea di cosa fare ma sentivo che dovevo stare lì, perciò mi sedetti vicino a lui. Tenni la bocca chiusa perché ero pietrificato dalla paura, cosa avrebbero fatto gli altri adesso, avrebbero riso anche di me? Per un immobile momento Mauro rimase come interdetto, sembrava cercasse di capire quel che stava succedendo. Gli altri, sospesi nel suo attimo di silenzio, aspettavano un suo gesto e quando lui, come se non mi avesse visto, fece una battuta sulle scarpe di Alberto, ricominciarono a ridere senza dar segno di aver preso nota del cambiamento. Alberto e io rimanemmo così, semplicemente seduti vicini, lui con il suo formaggio puzzolente e io con la mia girella. Sembrava che nessuno avesse da ridire sulla mia posizione e questo mi rilassò, tanto che mi venne un’idea: potevo chiedere alla maestra di diventare il vicino di banco di Alberto, quel posto era sempre vuoto. La maestra non ebbe obiezioni e subito cominciò la spiegazione di geografia. Una volta a casa raccontai a mia madre quello che era successo. Pensavo che mi avrebbe detto di stare attento, o magari consigliato cosa fare. Invece disse solo che avevo dimostrato un grande coraggio nel seguire il mio spirito. Era orgogliosa di me, avevo avuto la forza di vincere la mia paura perciò era certa che avrei anche saputo resistere alle ostilità degli altri. Io non ne ero per niente convinto, ma la verità è che non avvenne nessuna persecuzione nei miei confronti. Mauro si limitò a sbeffeggiare Alberto con il suo codazzo di fedelissimi e a me venne un’altra idea per aiutare Alberto. Cominciai a portare una girella anche per lui a ricreazione e, non appena si rese conto che lo facevo tutti i giorni, smise subito di portare quel formaggio tremendo. Anche mia mamma ebbe un’idea: visto che era molto mingherlino e più basso di me, preparò un pacco con i miei vestiti smessi che gli portai alla fattoria e che lui fu felicissimo di indossare per venire a scuola. Sua madre accettava molto volentieri questi aiuti, non era per niente offesa. Però non intese ragioni sulla pettinatura, sembrava che per lei fossero imprescindibili quella riga severa e quel ciuffo leccato, necessari per presentarsi degnamente al cospetto della maestra. Mauro decise che a ricreazione si faceva il gioco dei pirati, dove lui era sempre Sandokan e gli altri li suddivideva tra amici e nemici, a seconda dei giorni, dettando ordini precisi.


“7 Virtù” : testi di Trattodunione
Illustrazione di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

17 pensieri su “Le 7 virtù: Fortezza (Forza)

  1. è un bellissimo esempio di fortezza, di sicurezza di sé e del sapere difendere le proprie idee. sappiamo quanto oggi questi episodi siano frequenti (probabilmente c’erano anche una volta, ma erano più sporadici) e quanto devastanti possano diventare. Uno dei miei figli ha subito delle pressioni negative a scuola, non cose gravissime, ma tanto è bastato per fargli vivere tre anni brutti alle medie, nell’indifferenza totale dei professori. A distanza di anni, credo di potere dire che gli è servito per farsi una bella corazza e credere in sé, però non sempre si risolvono bene queste cose.

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    • Mi fa piacere che tuo figlio ne sia uscito fortificato, peccato però che quei tre anni saranno legati a ricordi anche negativi. L’indifferenza totale dei professori, che come vedi ho rappresentanto anch’io, è purtroppo molto diffusa, ed è l’aspetto più grave della faccenda. La scuola dovrebbe essere un luogo di crescita, di apprendimento e quindi anche di fatica, ma di serenità, se non di gioia. Qualche insegnante con la cosiddetta “vocazione” si trova. Per tutti gli altri vale ancora la legge della giungla.

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  2. La forza non si dimostra con la forza. Il tuo racconto è quanto mai attuale. Quando l’emarginato è altro da noi è facile prenderlo di mira, ma l’incontro con “l’altro” lo umanizza, lo rende simile. I bambini sanno cambiare e insegnare. Un bel racconto

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  3. Pingback: Le 7 virtù | Tratto d'unione

  4. Un bel messaggio, un bell’esempio. Ci vuole una forza incredibile per uscire da determinati schemi, sottrarsi, ammettere. Schierarsi. Invidio l’io di quel ragazzino, che ha imparato presto a farlo. Sono quelle cose che col tempo costano sempre più caro a un animo e una forza di volontà fragili, incartapecoriti, indeboliti dall’indifferenza e dalla paura di prendere posizione, di impegnarsi.
    Mi piace questa rassegna.
    Mi piace lo stile di questi racconti: non ricercato, non lavorato, ma onesto nelle intenzioni, diretto e senza artifici nel dire, quasi si volesse evitare il rischio di un qualsiasi fraintendimento o cattiva interpretazione. E’ una scrittura manifesta e sincera, che non si compiace, non si fregia. E va bene così.

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