Nelle isole estreme

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«Un motivo per cui l’alcol dà dipendenza è che non funziona del tutto. Una cosa che funziona poco non basta mai.»

Quando mi hanno regalato questo libro »ho temuto di trovarmi di fronte a uno di quei romanzi al femminile, nel senso peggiore del termine. Non mi hanno aiutato alcuni termini con i quali viene presentato: libro poetico e coraggioso; paesaggi tempestosi; lo scompiglio di una giovane donna; natura aspra e maestosa. Tutto lasciava presagire un libro scontato e romantico, dove una ragazza sofferente ritorna a casa e lì sì che ritrova se stessa. Oddio…

Perciò è stato con estrema riluttanza e con molti pregiudizi che ho aperto la prima pagina e, già dopo le prime righe ho capito che il battage pubblicitario intorno a questo libro – almeno in Italia – ha cercato di catturare il pubblico femminile con sdolcinate immagini che niente hanno a che vedere con la scrittura, lo stile e il contenuto di questo libro potente. Ecco come inizia:

«In mezzo al turbinio delle pale di un elicottero, una donna in sedia a rotelle con una bambina appena nata tra le braccia viene spinta lungo la pista di atterraggio dell’isola verso un uomo in sedia a rotelle e camicia di forza che viene spinto dalla direzione opposta. Quel giorno i due, entrambi ventottenni, sono stati assistiti nel piccolo ospedale lì vicino. Lei ha partorito la sua prima figlia. Lui, urlante e fuori controllo, è stato immobilizzato e sedato.»

Quei tre sono il padre, la madre e la protagonista appena nata, la quale è proprio Amy Liptrot, l’autrice. Si tratta infatti di un racconto autobiografico, nel quale la scrittrice si mostra senza pudori nel momento più difficile della sua vita: l’astinenza da alcol dopo oltre dieci anni di alcolismo.

Amy Liptrot è nata «a nord del nulla», nelle Orcadi, le isole estreme appunto, situate nella zona più settentrionale della Gran Bretagna, dove l’Oceano Atlantico incontra il Mare del Nord. Spazzate da forti venti, abitate da pochi esseri umani e molte comunità di uccelli, visitata da balene di passaggio e navi che spesso affondano in quelle acque agitate, la sua psiche viene plasmata da questo ambiente naturale, così come lei stessa comprenderà in seguito. Ma nel frattempo, a diciotto anni, si trasferisce a Londra, desiderando essere finalmente al centro e non più ai confini del mondo, fuggendo «il senso di prigionia sullo Scoglio, come gli adolescenti frustrati chiamano le Orcadi».

«Gli anni a Londra erano stati così frenetici da farmi perdere il controllo. La città m’imponeva di rimuovere tantissimo – facce, annunci, eventi, povertà – e la mente aveva esasperato quella rimozione, finché non era rimasto altro che un ronzio in uno spazio vuoto. Ero confusa, incapace di prendere decisioni su dove andare, chi vedere o che opinione avere, e riempivo il vuoto con l’alcol e l’inquietudine»

«Quanto meno l’alcol fornisce una risposta quantificabile alla domanda generica: riempie un vuoto.»

La Liptrot si troverà a un certo punto distrutta. La sua vita non c’è più. Non riesce a tenersi un lavoro né una casa, scacciata da tutti i coinquilini che non reggono il suo squilibrio alcolico. Anche la convivenza affettiva con il suo compagno finisce, lui la abbandona, incapace di ritrovare in quel relitto umano la ragazza della quale si era innamorato. E dieci anni di alcolismo sono tantissimi.

«Non avevo scelta. Certo, potevo cadere ancora più in basso – altri guai, altri rifiuti -, ma per quanto mi riguardava avevo toccato il fondo. Una notte ebbi una specie di rivelazione, fugace ma al tempo stesso grandiosa e ardita, come se per un attimo mi avessero tolto i paraocchi e fossi stata inondata di luce: in quell’istante vidi che una vita da sobria era non solo possibile, ma anche piena di speranza, abbagliante. Mi aggrappai a quell’immagine e mi dissi che era la mia ultima occasione. Se non fossi cambiata, sarei inevitabilmente andata incontro ad altro dolore»

A.A. sono gli alcolisti anonimi ai quali Amy si rivolge in cerca di aiuto: «Però ero sconvolta, spesso confusa e turbata al pensiero di come avessi fatto a finire lì. Ero un’isolana di campagna che dopo un sonno di dodici anni si era svegliata, chissà perché, in un centro di recupero, in una sala dell’esercito della Salvezza o in chiesa, a bere tè da tazze sbreccate con altri disadattati ascoltando gente che raccontava di aver fatto la cacca a letto mentre noi tutti ci sganasciavamo dalle risate»

Durante la riabilitazione compie un viaggio casuale alle Orcadi per rivedere la sua famiglia, ma invece di tornare a Londra dopo poco come previsto, si trattiene lassù. Non è una scelta. La cosa viene da sé. Senza nessuna ragione comincia a fare piccole cose non necessarie: ricostruire un muretto a secco distrutto dal vento, passeggiare nell’Outrun, guardare il mare, la terra. Come in un racconto sfocato, dove lentamente i dettagli emergono dalla nebbia, comincia davvero la sua «ristrutturazione della personalità».

Con incredulità e rigore scientifico Amy Liptrot conta le ore e i giorni di sobrietà, riempendoli di osservazioni astronomiche, partecipando a un progetto di salvaguardia di una specie di volatile in pericolo di estinzione, entrando «nell’eccentrico gruppo chiamato Orsi polari delle Orcadi che tutto l’anno, ogni sabato mattina, va a nuotare nel mare che circonda le isole in posti sempre diversi. L’acqua fredda è catartica. È tonificante come il primo bicchiere: promette trasformazione e fuga come l’ebbrezza, come l’annegamento. Io muoio di sete e di desiderio.» Frenando i costanti rigurgiti di desiderio di bere che le riempiono la mente anche nei momenti più impensati. «Alla gente piace dirmi che sono in forma, ma la sera tardi da sola, a volte il cuore è una ferita aperta e mi chiedo se il dolore smetterà mai di riempirlo fino all’orlo. Non riesco a ricucire la frattura. In questi momenti l’alcol si ripropone come la soluzione. Essere sobri non è un momento dopo il quale tutto migliora, bensì un lento processo di ricostruzione in divenire con regolari intoppi, tentennamenti e tentazioni.»

«In compagnia mi sento ancora inquieta. Sono rimasta ferita dal rifiuto di amici e coinquilini. Quando si è abituati a combinare guai, nascondersi e scusarsi, è difficile scuotersi di dosso la sensazione di aver sbagliato, per cui si adotta in automatico il contegno abbottonato e addirittura subdolo che la dipendenza comporta. Io ho di frequente l’impressione di aver detto o fatto qualcosa di terribilmente fuori luogo.»
«Di notte sono spesso rimasta seduta sul letto a fare il giro dei profili online abbandonati dal mio ex. Su Google Street View vedo che i rami dell’albero davanti all’appartamento che dividevamo sono spogli. Vorrei tanto sapesse che sto meglio, ma non starò davvero meglio finché non smetterò di volere che lui lo sappia.»

Ripercorrere la propria storia, cercare le radici dell’abuso di alcol, rintracciare sentieri emotivi seminascosti, sfrondarli da ciò che li protegge alla vista e accorgersi che i motivi sono quasi banali è ciò che porterà ad Amy delle risposte. «Ogni sbronza è un ciclo di psicosi maniaco-depressiva in miniatura. L’euforia e l’ebbrezza scivolano in un comportamento pericoloso incontrollabile. I postumi del giorno dopo sono l’inevitabile periodo di depressione che segue. Una volta tornata in te, verifichi i danni e i rapporti intaccati, ti scusi e prometti che la prossima volta riuscirai a controllarti, persa nell’autocommiserazione e nell’egoismo.»

Amy Liptrot combatte la sua battaglia e ha spedito in giro per il mondo la sua storia con questo suo romanzo d’esordio, scritto senza sentimentalismi, con una prosa asciutta e senza riguardi. Un libro veramente molto bello.

«Piovi su di me. Colpiscimi con il fuoco. Mi sento un fulmine al rallentatore. Sono profonda un metro e ottanta e contengo l’ignoto. Vibro a una frequenza invisibile all’uomo e sono pronta ad avere coraggio.»

Amy LiptrotNelle isole estreme, Guanda 2017 (prima pubblicazione 2016).

13 pensieri su “Nelle isole estreme

  1. Vorrei davvero capire su che base chi fa le presentazioni di un libro decide che farlo rientrare nel mondo del romanticismo sfrenato e di basso livello paghi di più che descriverlo per quello che è. Nel primo caso io il libro non lo compro e tu di malavoglia ti sei messa a leggerlo. Che brutto servizio fanno ai bei libri

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