Le 7 virtù: Speranza

Immagine di Davide Lorenzon

Illustrazione di Davide Lorenzon

 

L’infermiera arrivò di corsa e aprì con impeto la porta dell’ambulatorio. Aveva sul viso un’espressione che cercava di nascondere lo shock sotto la professionalità. Mi guardò senza dire nulla e io capii che si trattava di un’emergenza, pregai il paziente che stavo visitando di attendere un attimo e la seguii fuori dalla stanza. Mi condusse, ancora incapace di parole, attraverso il corridoio dalle pareti azzurrine ingrigite dalla luce fredda del neon, fino a un altro ambulatorio del pronto soccorso. Sulla barella giaceva, privo di conoscenza, un giovane uomo dal viso così pieno di sangue che non non era possibile riconoscerne i lineamenti, se ne intuiva tuttavia la deformità causata da numerose ed evidenti fratture. La bocca era semiaperta in una raccapricciante smorfia, attraverso la quale vidi che gli incisivi superiori e inferiori erano frantumati. Notai che anche alcune dita delle mani erano immobili in posizioni innaturali e da un ginocchio fuoriusciva la tibia attraverso i pantaloni strappati. Il torace, che si intravedeva attraverso la camicia strappata, era pieno di tumefazioni e piccole ferite tonde, c’erano dei rigonfiamenti, probabilmente qualche costola era fuori posto. Era inoltre scosso da singulti che non avevano nessun effetto sul volto, il quale restava immobile nonostante i rivoli di sangue che uscivano dalla bocca e da entrambe le orecchie. Controllai i suoi parametri vitali, già registrati dall’infermiera, e mi resi conto che la situazione era disperata e richiedeva un intervento immediato, quell’uomo era in pericolo di vita. Facendo forza sul mio senso del dovere, cercando di vincere la repulsione che mi aveva attanagliato lo stomaco, mi obbligai ad avvicinarmi a lui. Vidi che il suo polso era segnato da righe violacee livide. Auscultai il respiro flebile che era sporcato dai rumori del sangue che si stava riversando nei polmoni. Un incidente automobilistico? L’infermiera fece di no con la testa. Allertai il chirurgo, chiesi la sala operatoria e una TAC d’urgenza. Se non era stato uno scontro in auto a ridurlo così poteva soltanto essere stato picchiato con grande violenza. Probabilmente era stato anche legato. Quando gli sollevai le palpebre non riuscii a trattenere un’esclamazione che mi uscì come avessi ricevuto un pugno sul diaframma. Un occhio era stato accecato con qualcosa di rovente. Era stata posta grande cura nel farlo, perché le bruciature interessavano esclusivamente la regione orbitale e con la palpebra abbassata non erano visibili. Quel povero essere era stato torturato. Chiesi all’infermiera di tagliare i vestiti dell’uomo per poterlo spogliare. Il corpo era senza scarpe e lei cominciò dai pantaloni. Nel frattempo mi voltai e feci alcuni respiri profondi, non mi ero mai accorto di quanto fosse freddo quell’ambulatorio spoglio, stavo tremando. Guardai fuori dalla finestra cercando di riprendere il controllo, cominciava a schiarire e, nella lattiginosa luce dell’alba, l’aiuola rinsecchita del cortile aveva un aspetto spettrale. Solo allora mi resi conto che nella stanza si era diffuso un cattivo odore, come di escrementi. L’infermiera confermò questa sensazione dicendomi che nei pantaloni erano presenti urina e feci. Mio dio, pensai, se quest’uomo si salva dovrà fare i conti per tutta la vita con quello che ha subito stanotte. L’infermiera liberò la zona genitale dagli abiti macchiati di sangue, lo spettacolo del pene visibilmente segnato dalle torture mi spinse su dallo stomaco conati di vomito che deglutii con disgusto. Com’era possibile sopportare tanto orrore, infliggerlo? Il mio sguardo si posò automaticamente sull’orologio a muro, incredulo mi accorsi che erano passati quattro minuti da quando ero arrivato, mi sembrava di essere lì da sempre, avevo dimenticato tutto in quei pochi momenti. Arrivarono gli infermieri dell’unità chirurgica che presero il paziente ancora non completamente liberato dagli abiti e lo portarono via di corsa. L’infermiera, ancora con le forbici in mano sollevate a mezz’aria, mi guardò con gli occhi spalancati e la bocca socchiusa. Io sentii le ginocchia cedere e mi sedetti sulla sedia. Voltai la schiena alla donna con la scusa di dover scrivere il referto e appoggiai i gomiti sulla scrivania. Richiamai a me tutta la mia freddezza di medico e cominciai a pigiare sulla tastiera del computer. All’ingresso non avevano avuto il tempo di scrivere le cose di base: ora di arrivo, accompagnato da chi… Volente o nolente dovevo parlare all’infermiera, anche se ne avrei fatto volentieri a meno, temevo che volesse sfogare su di me il suo turbamento. Non potevo occuparmi anche dei suoi problemi, non ce la facevo. Cercai di ricordare il suo nome, era lì da pochi giorni e questo era il nostro primo turno insieme. Come diavolo si chiamava? Mi voltai verso di lei e dissi ad alta voce: “Infermiera Maria, mi dica!”. Lei sembrò come riscuotersi, un’ombra passò sulla sua fronte: “Dottore, io sono Arianna.” Ecco come si chiamava. “Bene, Arianna, mi dica, com’è arrivato quell’uomo? C’è qualcuno con lui? Conosciamo le sue generalità?”. Come una statua che per magia cominci a muoversi, abbassò le braccia, roteò gli occhi come se cercasse un punto di riferimento, si sforzava di ricordare. Anche per lei erano trascorsi solo pochi minuti ma mi accorgevo della sua fatica a tornare al tempo presente. Poi lentamente articolò le parole per dirmi che l’uomo era arrivato con l’ambulanza in seguito alla segnalazione di un automobilista, il quale aveva allertato il 118 dopo aver visto il corpo esanime ai bordi di una strada di periferia. Gli infermieri dell’ambulanza avevano trovato il suo portafogli, che era stato appoggiato sul povero corpo inerte. Il portafogli si trovava ora di là, in guardiola, ma lei non aveva avuto il tempo di controllare le generalità. Comunque, spiegò, secondo lei l’aspetto e l’abbigliamento erano quelli di un ragazzo molto giovane, forse nemmeno ventenne. “Questo l’ho visto anche io infermiera!” le dissi severamente. Non so perché la redarguii, è che non ero in me e non volevo mostrarmi debole davanti a lei. “Chiami immediatamente la Polizia”. Lei uscì, le forbici ancora infilate nelle dita. Non usò il telefono che c’era nell’ambulatorio, se ne andò e fui felice di restare da solo. Scrissi brevemente quello che la mia analisi superficiale aveva potuto constatare e annotai le istruzioni che avevo dato per intervenire sul paziente. Quando ebbi finito ruotai sulla sedia e mi alzai per tornare dal paziente abbandonato poco prima. Ma le braccia mi pesavano come fossero di piombo e mi resi conto di volere un caffè. Perciò lasciai che il pensionato in crisi respiratoria mi aspettasse ancora un po’, in fondo gli avevo già prescritto i farmaci, sarei tornato da lui a crisi terminata. Mi diressi verso il distributore automatico di bevande e nel farlo passai davanti alla zona triage dove i tre infermieri di turno stavano parlando concitatamente tra di loro. Sicuramente di quel ragazzo. Mi fermai e chiesi loro ulteriori notizie. Ornella, l’infermiera più anziana mi travolse con una raffica di velocissime parole: “Eh, dottore, quello lì l’han picchiato di brutto ha visto!?! Non è mica stato investito mentre camminava sul bordo della strada, non l’ho mai visto uno ridotto così per colpa di un’automobile. E poi l’Arianna ci ha raccontato delle bruciature, dell’occhio, diodio, ma chi può aver fatto una cosa tanto terribile? Per me non è neanche una questione di mafia, quelli magari ti torturano ma alla fine ti ammazzano anche, non ti lasciano mica vivo, lo sanno tutti. L’Arianna è romantica e dice che forse è una questione di corna, un marito geloso chissà. Ma io dico di no, una crisi di gelosia può essere un raptus, una bastonata, una pistolettata, ti mettono sotto con la macchina. Ma no questo scempio. Eh dottore? Lì ci han preso gusto, gli hanno fatto male con cattiveria. Ma è vero che lo hanno anche legato?” Guardai con durezza la giovane nuova infermiera che, sotto il mio sguardo, arrossì e chinò il capo. Ettore, il più grosso infermiere che avessi mai visto, non mi lasciò il tempo di replicare e aggiunse: “Per me l’era un barbun! Di quelli che dormono in strada con tutti quei cani. L’hanno trovato delle teste calde e ci si sono divertiti a modo loro, quei delinquenti.” Ma subito Arianna precisò: “No, non poteva essere un punkabbestia, aveva dei vestiti costosi, di marca.” E quello allora replicò: “E allora l’era un culattone! Che magari ci ha dato fastidio e quelli hanno reagito!” Dopo quest’affermazione calò il silenzio. Dentro alla mia testa cominciò a scorrere un film terrificante che mi paralizzò per un momento troppo lungo. I tre infermieri adesso avevano gli occhi puntati su di me, come se la mia fissità fosse sospetta. Mi riscossi e, dopo essermi schiarito la gola, domandai dove fosse il portafogli. Ornella me lo porse e ne estrassi il documento di identità. Aveva diciassette anni. Diciassette anni. Mi ripetei mentalmente l’informazione quasi potesse rimettere al loro posto pezzi di puzzle scombinati. Guardai i tre infermieri e capii che loro lo sapevano già, tenevano infatti lo sguardo basso e spiavano di sottecchi la mia reazione. Alle mie spalle sentii uno scalpiccìo e poi un chiaro rumore di tacchi, passi lunghi e decisi. Erano due poliziotti che venivano a prendere informazioni sul ragazzo ferito. Mi presentai, dissi di aver ricevuto io il paziente e spiegai che li avevo fatti chiamare perché ritenevo che il ragazzo fosse stato vittima di un’aggressione. Spiegai che entro breve tempo avremo avuto i risultati della TAC, la quale ci avrebbe fornito dati certi sulle reali condizioni del ragazzo. Vollero il portafogli e, controllate le generalità, misero in moto le ricerche per contattare la famiglia di quel minorenne. Andai a prendere il mio caffè, lo bevvi d’un sorso. Ormai il sole era spuntato e il bagliore del mattino appiattiva colori e oggetti in una immobilità irreale, che quel giorno trovai difficile da sostenere. Tornai dal mio paziente pensionato. Stava meglio e mi sorrideva con gratitudine dopo aver ripreso una tonalità più rosea sul viso. Quando lo salutai mi accorsi che un groppo mi saliva in gola, improvvisamente sentivo di volergli bene a quel vecchietto asmatico, di essere assurdamente legato a lui. Mi aveva stretto un braccio con la sua mano artritica, mi aveva guardato con gli occhi pieni di luce, aveva voglia di tornare alla sua vita, la sua anziana moglie lo vegliava guardandolo con tenerezza e io lì, in mezzo a quegli sguardi, mi ero sentito abbracciato da un calore che ora, uscito dall’ambulatorio mi faceva salire le lacrime agli occhi. La mia razionalità mi disse che anche questa ondata di emozioni eccessive era dovuta allo shock per quel ragazzino, certo mi sarei indurito, ancora un po’ di esperienza e forse in futuro avrei sofferto meno in casi come quelli. Ma in realtà non ero sicuro che se, fosse anche tra vent’anni, avessi dovuto nuovamente aiutare un uomo ridotto in quelle condizioni per mano di un altro uomo, avrei potuto attingere a questa esperienza per restare calmo e freddo, per non sentirmi travolto, come ora, dalla stessa sensazione di perdita. Davvero speravo di poter affrontare tutto ciò senza provare più nulla?


“7 Virtù” : testi di Trattodunione
Illustrazione di Davide Lorenzon CRT2
Progetto I magnifici 7

14 pensieri su “Le 7 virtù: Speranza

  1. dopo aver letto, sono tornato alla presentazione delle 7 virtù perché avevo bisogno di ricordare la premessa: quanto sia borderline la speranza e quanto sia più o meno lecito abusarne. alla luce di ciò, mi ripeto: chapeau a come l’hai reso. ciò rende il racconto ancora più interessante, dato che al cuore della narrazione (al di là dei risvolti legati alla vicenda in sé, su cui ci si può sbizzarrire, o sui pregiudizi da orticaria che mi ricordano tanto quelli su aldovrandi, cucchi, uva…) c’è l’assuefazione da relazione di cura, la risposta alla quale non può né deve essere delegata alla speranza.
    ri-cito un pensiero a cui sono molto, molto legato, di wu ming: “Armarsi di: pazienza, ossigeno, immaginazione. Speranza no, quella è controproducente. Scarponi e zaino semivuoto, camminare domandando.”

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    • Grazie ADP, sono contenta che ti sia piaciuto. La speranza è come una droga, non dà mai una vera risposta e rimanda a domani ciò che non si avvera oggi. Ci sono situazioni nelle quali sembra impossibile far senza un po’ di speranza. Ci sono persone che non ne hanno bisogno. Io ho cercato di dire la mia spostando la riflessione sulla responsabilità che comporta “nutrire” speranze. Perché se è vero che queste sono virtù allora non sono né innocue né neutre.

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  2. Molto efficace la scrittura di questo racconto: avvincente, intenso, appassionante. Trovo un po’ troppo didascalico il finale, ma è solo il mio gusto personale per la narrazione in cui si lasciano le considerazioni finali parzialmente inespresse a farmi esprimere questo giudizio. Un bel pezzo 🙂

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  3. Pingback: Le 7 virtù | Tratto d'unione

  4. il racconto turba, molto. come un coltello nella carne, ti apre e ti fa sanguinare. ti apre anche la mente, che comincia a macinare pensieri… cosa è giusto sperare? ma, poi, come mi sembra tu lasci capire, ha senso la speranza? a me piacciono i finali aperti, o almeno quelli che finiscono col punto di domanda… bel lavoro!!

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  5. Molto potente e ben scritto. Complimenti! Interessante la psicologia e la reazione di autodifesa del protagonista, che è travolto, aggredito e minacciato dagli eventi.
    Come la Fede, anche la Speranza sembra originare da un istinto di sopravvivenza che porta l’essere umano a evolvere nella formazione (forgiatura) del proprio carattere e della propria determinazione.

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