L’arminuta

Arminuta_2Quante madri può avere una bambina che non ne ha nessuna? E se non avesse altra scelta che essere lei sola madre di se stessa?

Figlia naturale: di una donna che ha già molti figli e troppa miseria. Figlia regalata: di una donna che non può avere figli e si prende lei, togliendola alla fame e alla sporcizia della casa d’origine, quando è ancora di pochi mesi.
Il cambio le è convenuto. La nuova madre è moglie di un carabiniere che la mantiene in una bella casa e paga i vestiti nuovi anche alla figlia donata.

Siamo negli anni sessanta, in un Abruzzo ancora rurale, se i figli non arrivano è colpa della donna. Poi però, se l’amore chiama e il corpo segue, magari quella stessa donna resta incinta. E allora è di nuovo colpa della donna, che viene ripudiata e se ne deve andare di casa. Che farsene della figlia che le era stata donata dodici anni prima?

Arminuta, in dialetto abruzzese, significa “ritornata”. Perché quella bambina viene restituita al mittente. Il padre carabiniere la riporta al paesello sui monti nel quale era nata. La accompagna nella vecchia, sporca e sovraffollata casa dei suoi genitori naturali, che non la vedevano da quando l’avevano data via. Che lei non conosceva.

Deve abbandonare tutto l’Arminuta, senza spiegazioni, che mica si spiegavano le cose ai bambini allora. La sua città. La sua bella casa. La sua scuola. La classe. La migliore amica. I bei vestiti. Persino il cibo, dato che al paese si fa la fame. Suo padre carabinere, che la lascia senza una parola. Sua madre, che non l’ha nemmeno salutata.

Lei non sa quanto tempo dovrà restare lì, non sa nemmeno perché si trova lì. Forse perché sua madre si è ammalata e non può più prendersi cura di lei? Che di lei potesse occuparsi il padre non è contemplato nella mentalità dell’epoca.

Dovrà imparare di nuovo tutto. Persino la lingua che al paese si usa per comunicare. Il significato degli sguardi, i silenzi, le gerarchie. Cosa è importante e cosa è ridicolo.

Donne, madri, maternità.
Gli uomini in questo libro non hanno parole, perché non hanno bisogno di averle, perché gli uomini hanno le azioni, gli uomini possono. Alle donne resta il lamento o il silenzio. E se la ribellione non è prevista, allora arriva il rifiuto.

Ma rifiutare non garantisce la libertà, rifiutare è una ribellione in catene, scatena ancora più rabbia, risentimento. Rischia di attaccarsi al primo che passa, il rifiuto, al più debole.

Da quando la maternità è diventata di moda? Da quando le madri amano i figli per definizione? Forse da quando abbiamo smesso di soffrire la fame? Forse da quando abbiamo smesso di doverli fare per forza i figli, e possiamo scegliere quando sospendere il contraccettivo, e possiamo scegliere se abortire?

Un tempo, non lontano, non era così. Le donne non avevano scelta, i figli si materializzavano dentro il loro corpo e poi ne uscivano a forza di urla e dolore. Poi bisognava sfamarli, pulirli, crescerli, contenerli. Amarli era una fatica non richiesta. A qualcuna riusciva però, magari solo i figli più simpatici. Amare i figli era una faccenda che restava confinata nell’ignavia dell’istinto.

L’Arminuta passa da una madre riposata e sazia a una madre affamata e stanca. Ma la madre adottiva, quella che non avrebbe avuto motivi per non amarla, la amava davvero? E se sì, come ha fatto a separarsene senza una parola? Senza poi volerla più incontrare? Quali sono le sue fatiche, dov’è la sua fame?

L’amore delle madri è qualcosa di spontaneo? O deve passare sempre e comunque attraverso le strette maglie delle convenzioni sociali? La madre adottiva, di fronte allo scandalo di abbandonare il marito e andare a vivere con l’amante dal quale aspetta un figlio, non tiene con sé la figlietta donata. È forse una punizione che le viene inflitta, quella di non poterla tenere? Forse il nuovo compagno non la accetta e le intima di restituirla?

Noi tutto questo non lo sappiamo, il libro non lo spiega. Non lo sa nemmeno l’Arminuta, che si fa le nostre stesse domande e deve sopravvivere all’orrore di un mondo dove nessuno la vuole.

Possiamo solamente immaginare la solitudine estrema dentro il suo cuore. La scrittrice non si addentra in quell’organo imperscrutabile, ma ce la descrive mentre parla con la sorella, quella che non ha paura di niente e bagna il letto tutte le notti; mentre accudisce l’ultimo nato, quello con sindrome di Down che in effetti sembrava un poco strano; mentre riceve le molestie di un fratello che le vuole bene; mentre non reagisce alle aggressioni di un altro; mentre si impegna per continuare a mantenere il piacere dello studio; mentre si sforza di trovare un modo per andarsene.

Madri, nell’anima, nelle azioni, nelle parole. Madri per tutta la vita. E figlie, senza scelta.

Donatella Di PietrantonioL’Arminuta, Einaudi 2017
Vincitore del Premio Campiello 2017.

17 pensieri su “L’arminuta

    • Sì, è una storia molto dura, raccontata però dal punto di vista della protagonista, che mentre vive, vive. La durezza degli eventi a volte ci è più chiara alla distanza. La scrittrice ha reso molto bene questo aspetto e la lettura del romanzo è lieve e veloce.

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  1. Bellissimo post. Davvero. Scritto da dio. Si vede che il libro ti è piaciuto, ma prima di tutto ti ha colpito profondamente. E così fa il tuo post. Noto che hai assunto uno stile diverso (forse è solo una mia impressione) nello scrivere questo post. Diverso da cosa? Non so, non c’è, non hai uno standard. Ma si sente crudezza, asciuttezza. hai trasferito nelle parole la fame e la mancanza di cui parli. La ruvidezza della vita (crudele) che riassumi. E le domande. Tante, infinite. E’ bello che un testo ne faccia scaturire. I tanti punti interrogativi sottolineano la potenza e la ricchezza di questo libro. Da leggere. Grazie.
    Parte poi la riflessione sulla nostra società, molto mutata negli ultimi 50-60 anni, è vero (ma non ovunque, non del tutto). Vista così, la società raccontata nel romanzo sembra non solo distante e inadeguata, ma infinitamente crudele, feroce, mi verrebbe da dire “animale”. Una “società-branco” dove maschio e femmina sono universi lontanissimi e regolati da un istinto cieco e ottuso.
    Tornando al libro, mi piace molto quello che che fai intuire dello stile dell’Autrice: il non spiegare, il non rispondere, il sostanziale non giudicare, ma “limitarsi” a far parlare i personaggi, gli eventi, i fatti, gli agiti. Lasciando al lettore la massima autonomia di pensiero, giudizio e interpretazione.

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    • Caro Paolo, grazie per la sensibilità e l’attenzione che hai messo nel leggere la mia scrittura. Hai ragione, questa volta ho scritto diversamente, con la pancia e non con la ragione, perché mi sono immedesimata. Sì, è vero, la nostra società è cambiata ma non in modo omogeneo, non ovunque, purtroppo. E’ per questo che la storia dell’Arminuta ci tocca e ci riguarda ancora. Sono felice infine di aver saputo, in qualche modo, far passare lo stile dell’autrice di questo libro, e vedo che a te è arrivato perfettamente 🙂

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  2. Il libro è molto bello e la tua recensione gli rende merito e apre giustamente tanti interrogativi non chiusi. Aggiungo a ciò che hai gia descritto benissimo, che il ritorno dell’arminuta sarà salvifico per la sorella minore, unica forse felice di riaccoglierla, unica che le sarà di consolazione. Unico appunto alla tua recensione, non avrei forse rivelato il motivo della restituzione che chi legge scopre verso la fine del libro

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