Simona_Vinci_La_prima_veritàSimona Vinci (1970) è l’autrice di questo libro a metà tra romanzo e ricordi autobiografici, vincitore del Premio Campiello 2016.

L’idea del libro nasce quando la scrittrice vede, o per meglio dire, impatta contro una fotografia, quella di una bambina legata a un letto di contenzione dentro un manicomio. I motivi che hanno portato la piccola a trovarsi in quella condizione sono genericamente il fatto di essere eccessivamente vivace, ribelle e disubbidiente, problematica e ingestibile. Simona Vinci, ricordando di essere stata anche lei una bambina difficile, comprende in quel momento una semplice verità: se fosse nata in un’altro luogo, in un’altra famiglia, forse lei stessa avrebbe potuto trovarsi al posto di quella bambina.

Ecco la prima verità, quella che Basaglia aveva ben compreso quando riuscì a fare dell’Italia il primo, e fino all’anno scorso ancora l’unico, paese al mondo ad avere abolito gli ospedali psichiatrici. Quella che gli farà dire: “Il manicomio non serve a curare la malattia mentale, ma solo a distruggere il paziente“. Nei manicomi venivano internati i malati mentali ma anche omosessuali, alcolisti, portatori di handicap, disadattati sociali, orfani, bambini Down, dissidenti politici… tutti gli indesiderabili e ogni anomalia che si discostasse dalla normalità. La verità è che, come scrive la Vinci nel suo libro:

A guardare ogni vita da vicino e con la dovuta attenzione, mi resi conto che si trovavano tracce, più o meno evidenti ed estese a seconda dei casi, di depressioni, problemi dell’alimentazione, manie suicide, paranoie, nevrosi, disturbi della personalità e qualsiasi declinazione possa assumere la malattia mentale.

Simona Vinci, nella prima parte del suo romanzo, ci porta a Leros, un’isola della Grecia, nella quale sorgeva un grande manicomio, il colpevole segreto d’Europa. Ce ne descrive gli orrori: persone abbandonate a se stesse e rinchiuse dietro muri senza porte; persone che sopravvivono tra i propri e altrui escrementi; persone legate per anni; bambini segregati lì dentro per tutta la vita; prigionieri inviati dalla dittatura dei colonnelli del colpo di stato in Grecia, come Stefanos, alter ego letterario di Ghiannis Ritsos, poeta greco che per motivi politici venne deportato sull’isola – da una sua poesia Simona Vinci ha tratto il titolo del libro. Testimone di tutto questo è Angela, una volontaria italiana che cercherà di ritrovare le storie di questi uomini, donne e bambini e i motivi che li hanno condotti a quell’incubo chiamato ospedale psichiatrico.

Nella seconda parte del romanzo la scrittrice si addentra in una serie di ricordi, una sorta di memoir della sua infanzia. Cresciuta a Budrio, in provincia di Bologna, incontrava per strada i pazienti dei due istituti psichiatrici presenti nel paese, i mattucchini, i quali facevano parte del paesaggio umano e delle esperienze dei bambini che giocavano nei parchi e nei cortili. Parla della sofferenza di sua madre: «Ero una ragazzina che stava diventando una donna. Mentre io sbocciavo lei aveva un’involuzione e io non riuscivo bene a capire.»

La prima battaglia impossibile della nostra vita è quella di estirparci la follia delle madri di dosso.

Racconta di un viaggio fatto in Sierra Leone dove visita l’ospedale psichiatrico di Freetown, il più antico dell’Africa e scopre che lì sono rinchiusi anche i tossicodipendenti.
Ecco come si chiude il libro:

Ognuno racconta i suoi bisogni, e i sogni, gli incubi, i desideri, la sua versione dei fatti e hanno tutti ragione perché una prima verità non esiste da nessuna parte. È tutto vero, anche quando non lo è.

Simona VinciLa prima verità, Einaudi 2016