La vegetariana

Vegetariana_copertinaQuesto libro è stato scritto da Han Kang (prima il cognome e poi il nome, secondo l’uso orientale), nata nel 1970 in Corea del Sud. Quella coreana è una società che produce innovazione e spinge i suoi rami verso il futuro, ma affonda le radici in un presente ancora patriarcale e gerarchico. “Nella società coreana ancora oggi arrivare single a quarant’anni incoraggia la pratica di noleggiare fidanzati da presentare ai familiari, per scongiurare non tanto la diceria di essere una zitella quanto quella di essere una iettatrice, per rinnegare la lenta trasformazione e combustione del proprio corpo in quello della strega, anche se la donna in questione vive in un techno-park.” (Claudia Durastanti)

La protagonista del romanzo è una giovane donna, Yeong-hye, la quale improvvisamente un mattino decide che non mangerà più carne. Non sa spiegare per quale ragione non voglia più introdurre nel suo corpo la carne di altri animali, dice però di aver fatto un sogno. Un incubo grondante sangue, sangue in bocca, vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle: «Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita.» Questo è l’evento scatenante attorno al quale ruotano tutti i personaggi del libro.

Un padre ex militare, il quale ha cresciuto le sue due figlie utilizzando la violenza, pienamente consapevole di esercitare un suo sacrosanto diritto. Quel padre che, durante un pranzo di famiglia, inferocito dalla decisione di Yeong-hye, cerca di infilare con brutalità un pezzo di carne nella sua bocca.

Una madre che sa come deve comportarsi una moglie, non reagisce alle violenze del marito, limitandosi a manifestare la sua preoccupazione per la salute della figlia vegetariana, insistendo affinché mangi carne e cercando di ingannarla offrendole zuppe di verdure che in realtà contengono anche carne.

Un fratello collerico e violento come il padre, che lo aiuta bloccando Yeong-hye mentre lui cerca di farle aprire la bocca per ingoiare un pezzo di carne. Un fratello che giudica stupida e senza senso la scelta della sorella, che non fa nessuno sforzo per capirla e sa solo suggerirle di fingere davanti al padre per evitare di farlo arrabbiare.

Un marito, che l’ha scelta come moglie proprio perché assolutamente scialba, del tutto insignificante, timida e silenziosa, remissiva e docile. Che l’ha sposata per opportunità sociale e per pigrizia, dato che una donna così non lo avrebbe fatto sentire inadatto a causa della pancetta, della poca virilità o della propria mediocrità.

Una sorella più grande, la quale ha sposato un videoartista che non guadagna nulla, ha un figlio piccolo, gestisce una profumeria e, pur restando all’interno del ruolo codificato della consorte umile e paziente, ha una vitalità e una concretezza che alla protagonista mancano del tutto. Una sorella che condanna, in coro con la famiglia tutta, la scelta vegetariana, ma resta in contatto con Yeong-hye preoccupandosi sinceramente del suo stato di salute fisica e mentale.

Il cognato videoartista per un attimo sembra l’unico ad afferrare l’aspetto spirituale di quel corpo che aspira a diventare albero. La fragile ma potente bellezza di una consistenza carnale che ha perduto però l’essenza stessa della carne: «Quello che aveva davanti agli occhi era il corpo di una bella ragazza, convenzionalmente un oggetto di desiderio, eppure era un corpo dal quale era stato eliminato ogni desiderio. E non il rozzo, crasso desiderio carnale, non nel suo caso: ciò a cui la cognata aveva rinunciato, o così sembrava, era piuttosto la vita stessa che il suo corpo rappresentava.»

Il romanzo è suddiviso in tre capitoli. Nel primo la voce narrante è quella del marito, il quale, sbigottito dall’improvviso manifestarsi di una volontà nella moglie, è parecchio infastidito dal suo mancato ossequio alle convenzioni sociali. Non porta più il reggiseno senza il minimo imbarazzo in caso di trasparenze, non mangia quasi niente durante una cena con i datori di lavoro di lui, costringendolo a giustificarsi dicendo che sta seguendo una dieta imposta dal medico. Non capisce la moglie, soprattutto non gli interessa capirla. Da quando non gli cucina più quei deliziosi piatti a base di carne, che preparava con grande bravura, è diventata un problema per lui.

Nel secondo capitolo il cognato si avvicina pericolosamente a Yeong-hye, ammalato di desiderio per quella donna sublimata e vegetale. Ossessionato dagli aspetti simbolici della sua scelta estrema, finirà per confermare ancora di più il senso di orrore paralizzante che la protagonista prova verso gli esseri umani.

Infine, nel terzo capitolo, è la sorella a raccontare Yeong-hye. Ad accompagnarla nel suo percorso finale, internata in una casa di cura per problemi psichiatrici, alimentata a forza e contro la sua volontà. Per la sorella diverrà impossibile continuare ad ignorare ciò che ha condotto Yeong-hye a quella scelta estrema, come ad esempio il loro passato di violenza familiare: “La violenza inappariscente del quotidiano, quella che si annida negli affetti domestici, nelle famiglie all’apparenza coese, nello scorrere uguale delle giornate, ha un potere metamorfico, ci trasforma, ci sottrae umanità, ci spoglia della nostra individualità.” (Roberto Gilodi)

Sono gli altri a raccontare Yeong-hye, ciascuno dal suo punto di vista, ciascuno a partire dai propri bisogni. Sappiamo molto poco di cosa prova o cosa pensa. Anche noi lettori la osserviamo da lontano e la interpretiamo secondo parametri solo nostri. Ecco a questo proposito le parole dell’autrice: “I libri non devono affatto spiegare tutto. Mi piace lasciare uno spazio vuoto al centro delle mie storie. È anche il motivo per cui non ho voluto usare un metodo di scrittura tradizionale per La vegetariana. La protagonista è sempre vista dagli altri, a cominciare dal marito. Il fatto che venga sempre vista dagli altri la rende soggetta a continui malintesi, anche da parte del lettore. Tutti gli sguardi in contrasto tra loro falliscono quando vogliono dirci la verità su qualcuno o qualcosa.”

Questo libro ha vinto nel maggio del 2016 il Booker prize ottenendo così il successo e la fama internazionale. Era stato pubblicato per la prima volta nel 2007 nella Corea del Sud – dove Han Kang è da tempo una scrittrice di successo – e adesso che anche in occidente possiamo leggerlo alcuni critici parlano di capolavoro. Si paragona la protagonista del romanzo ad altri personaggi letterari rimasti celebri: come il Bartleby di Melville che si limita a dire “preferirei di no” senza dar ragioni o spiegazioni, proprio come fa Yeong-hye che non sa dire perché ma ripete “ho fatto un sogno“; come il Mersault di Camus, che ne Lo straniero agisce apparentemente privo di motivi o sentimenti. Si spolverano antichi miti greci sulla metamorfosi come quello di Atteone, o quello di Filemone e Bauci, trasformati da Zeus in alberi, a richiamare la delirante volontà della protagonista di potersi nutrire solo di sole e acqua proprio come un vegetale. Citando La metamorfosi di Kafka. Scomodando il Simposio di Platone a ricordare l’impianto strutturale del romanzo.

Ma, a parte tutti i giochi intellettuali che si possono fare su questo testo, esso è più di ogni altra cosa un libro che parla della violenza, non necessariamente fisica, e delle sue conseguenze. “Un percorso di annullamento che diventa potente affermazione, in pagine che portano a chiedersi quanto sia netto il confine fra sanità e squilibrio mentale. Una vicenda permeata dalla ricerca dell’identità, dalla determinazione nell’essere se stessi.” (Elena Masuelli)

Han KangLa vegetariana, Adelphi 2016 (prima pubblicazione 2007).

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16 pensieri su “La vegetariana

      • Letto.
        Particolare. L’effetto che fa. Concordo con le vostre osservazioni relative ai moti alternati e contrastanti che suscita.
        I tre capitoli, i tre narratori sono mondi a sé. Il primo è il più prevedibile e “qualificabile” (l’ignoranza e insensibilità del maschio protagonista; la ricostruzione di un rigido e incatenante sistema socio-familiare; la violenza…). Il secondo (capitolo e protagonista narratore), il mio preferito, è per me un viaggio. Attraversa una follia e te ne fa partecipe. Bello, molto. Poteva risultare scontato e prevedibile a sua volta, ma l’autrice è riuscita, a mio avviso, a portare sensazioni e pulsioni sulla pelle, a renderle vive, palpabili. A deformare e trascinare la visuale emotiva del lettore. Notevole. Sembrerà strano, ma io non ho avvertito violenza (non sulla donna al centro del romanzo, la “vegetariana”, quanto meno). Il terzo è il più enigmatico e disorientante. Qui si avverte il vuoto. Manca tutto. Riferimenti. Conquiste emotive, capisaldi, conferme. Nulla. Si viene trascinati nel nulla, materializzato nel deperimento più totale, disumano. La visuale della sorella è la più deformante e meno comprensibile, meno prevedibile. A tratti, pare lambire e sovrapporsi a quella della “vegetariana”, per poi scostarsene e rimbalzare, cieca, senza appigli. Tuttavia, il terzo capitolo rivela un “dettaglio” importante: la trasformazione psico-fisica (in parte percepita e vissuta anche dall’io narrante) della figura al centro del romanzo.
        L’oggetto del romanzo, infatti, a mio avviso non è affatto il “vegetarianesimo” (ma una parola con la stessa “radice…). Assolutamente. Né l’anoressia. Bensì questa possibilità che ha la mente umana di mutare a visione del reale, il corpo… Ognuno dei protagonisti narratori ha una sua visione e vive una propria distorsione e mutazione (o non-mutazione; vedasi capitolo-protagonista narratore N. 1).
        Uno di loro, infatti, vive in pieno una “trasformazione” ed è in grado di tracciarla, testimoniarla, darne una rappresentazione “artistica”. La sorella, invece, che è la persona se vogliamo più vicina, prossima, più simile al personaggio al centro del romanzo, intuisce cosa stia succedendo alla cosiddetta “vegetariana”, la vede e in parte la vive anche, credo. Quindi la racconta.
        Basta, non dico altro, ho già spoilerato abbastanza i tuoi lettori…
        Il romanzo in tre atti, i tre racconti sono leggibilissimi e scorrono senza intralcio alcuno. Sono scritti bene e senza particolari superfetazioni. Si punta all’essenziale emotivo e descrittivo. C’è un’arte particolare nel riuscire a tratteggiare efficacemente con pochi tratti i volti femminili.
        L’opera nel suo complesso è a mio avviso riuscita nel suo intento – se davvero l’ho inteso.
        Grazie di avermelo fatto incontrare.
        Paolo

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