L’astragalo

albertinesarrazin_astragaloIl cielo si era allontanato di almeno dieci metri. Inizia così il romanzo di Albertine Sarrazin. È un salto di oltre dieci metri dal muro di cinta della prigione. È la sua evasione. Durante la quale Albertine, diciannove anni, si frattura un osso del piede: l’astragalo. Sarà Julien a prendersi cura di lei, raccogliendola letteralmente dalla strada e proteggendola per mesi durante la guarigione. Julien, biondo, gentile e anche lui ex galeotto, si innamorerà di lei diventando poi il suo amatissimo marito.

Nel 1965, in Francia, venne pubblicato questo libro, che racconta le vicende autobiografiche dell’autrice. Ma soli due anni dopo Albertine Sarrazin morì, a trent’anni, per colpa di una dose errata di anestesia durante un intervento chirurgico nel quale doveva esserle asportato il rene destro. È una vita breve quella di Albertine Sarrazin, un’esistenza da ribelle.

«Per tutta la vita Albertine ha cercato di scoprire l’identità di sua madre. Raccolta dall’Assistenza pubblica di Algeri, dove nasce nel 1937, viene battezzata Albertine Damien. Al momento dell’adozione viene chiamata Anne-Marie. Non ha mai saputo da dove venisse e sicuramente sarebbe stato necessario un esame del DNA per consentirle di progredire nelle ricerche. È la figlia di una giovanissima ballerina spagnola e di un marinaio, oppure è di origini ancora più oscure? Comunque sia, questa commistione di romanticismo e di mistero non poteva che condurre a un’esistenza da emarginata. Creaturina precoce e intelligente, avrebbe dovuto passare la vita suonando e imparando, era infatti portata per il latino, la letteratura e il violino. Ma l’assenza di amore e di protezione familiare e una serie di avvenimenti dolorosi modificarono il suo destino per sempre. A dieci anni viene violentata da un membro della famiglia del suo patrigno. Dopo alcuni tentativi di fuga, i genitori adottivi la mandano nel riformatorio del Bon Pasteur. Un posto sordido dove subisce numerose umiliazioni e dove la obbligano ancora una volta a cambiare nome. A tredici anni tiene un diario in un quaderno a spirale su cui annota tutte le sue osservazioni assai pertinenti: glielo sequestrano un giorno in cui il profumo di mughetto da lei usato viene giudicato troppo forte. Dopo essere fuggita dal Bon Pasteur, sale a Parigi dove conduce una vita da prostituta e da scippatrice. A diciotto anni viene arrestata con una complice, per rapina a mano armata, e condannata a sette anni di reclusione. Fa un ultimo soggiorno di quattro mesi in prigione nel 1963 per aver rubato una bottiglia di whisky. Scrive sempre: innamorata o abbandonata, rinchiusa o libera. La vita è spesso il migliore dei film. La sua finisce tristemente in un ospedale, dove rivolge un ultimo stanco sorriso a Julien, prima di abbandonarsi alle mani di un anestesista negligente. Quali sogni sfilano dietro le sue pesanti palpebre truccate mentre la portano via? Una vita con Julien, un desiderio di tranquillità, di prosperità, di riconoscimento? Tutto è possibile. Si trovano in un momento cruciale della loro esistenza. Si sono sposati, hanno voltato le spalle al passato di delinquenza. Albertine lascia il mondo come vi è entrata, in una nuvola di disinteresse.»
(Dalla prefazione al libro scritta da Patti Smith).

La Sarrazin non appartiene al bel mondo delle lettere e inventa un proprio stile, usando un linguaggio molto particolare, utilizzando spesso il gergo della piccola criminalità di quel periodo, rendendo non facile il compito dei traduttori. Di sé l’autrice dice: «Se il mio desiderio di scrivere risale all’infanzia, esso non si è certo concretizzato seguendo le vie ordinarie: l’ispirazione, la fantasia, il silenzio, i litri di corposo vino rosso scolati davanti a una macchina da scrivere usata, i prati incolti di una seconda casa in campagna sui quali si medita, distesi senza preoccupazioni a succhiare l’erba, l’ambiente dei letterati, zeppi di carte, telefono e feticci, io non li conosco. La fantasia? Non ne ho. Il bel mondo letterario francese? Lo ignoro e ne sono ricambiata. Il materiale per scrivere? Un foglio di carta da mensa su cui si trascina una Bic, trascinata a sua volta da dita, che si trascinano dietro parole. Intorno a me erano il meraviglioso e il sordido, il tempo volato via da riacciuffare rapidamente, l’oblio istantaneo da superare in fretta, il niente da strappare al nulla.»

Simone de Beauvoir ha scritto della Sarrazin: «È la prima volta che una donna parla della sua vita di carcerata. Vi è in lei, a tratti, un tono splendido, uno stile sconvolgente.» Leggere le sue pagine è stato come fare un tuffo mortale carpiato triplo con avvitamento all’indietro, ritornato, raggruppato, teso. E rovesciato. Suppongo ci sia un unico modo di leggere la Sarrazin: dimenticarsi completamente di tutto e immergersi totalmente in lei fino alla fine. Vi consiglio questa dimensione se volete apprezzare davvero la sua strabiliante prosa. Della quale vi faccio un esempio:

«Man mano che verso lentamente l’acqua nel bicchiere, il liquido si intorbida. È il mio bicchiere da pittura: mi sono divertita a ripassare all’acquerello giallo il bistrot e i tavoli; lascio in bianco le giacche dei camerieri e le camicette delle ragazze, spruzzo di colore il resto: gamma immobile delle bottiglie sui ripiani, fantasmagoria di etichette, toni scuri dei bagagli e delle pelli abbronzate, toni chiari degli abiti.»

Traduzione: è in un bar e ha chiesto un liquore, il Ricard, che va diluito in acqua. Albertine Sarrazin non ha tempo da perdere in spiegazioni, va dritta al cuore delle cose. È questo che è piaciuto molto a Patti Smith, la quale ha firmato nel 2013 la prefazione alla riedizione di questo romanzo. Ecco cosa dice del suo amore per questo libro:

«Può forse sembrare disdicevole parlare di se stessi scrivendo di un’altra persona, ma mi chiedo proprio che ne sarebbe stato di me senza Albertine. Senza la sua guida, avrei fatto la sbruffona nello stesso modo, avrei fronteggiato le avversità con la stessa tenacia? Senza L’astragalo come libro prediletto, le mie poesie giovanili sarebbero state così mordaci?»

Da questo libro è stato tratto un film nel 1968, per la regia del francese Guy Casaril e con l’interpretazione di Marlène Jobert (attrice con Lelouche, Godard, Chabrol, Malle) nel ruolo di Albertine e Horst Buchholz (il medico nazista fissato con gli indovinelli de La vita è bella) nel ruolo di Julien.
Un secondo film tratto da L’astragalo è del 2015, per la regia di  Brigitte Sy, attrice e regista francese, con Leïla Bekhti nella parte di Albertine e Reda Kateb in quella di Julien.

Vi lascio con un brano tratto dal libro, una riflessione che Albertine fa su di sé e che mi ha colpito molto, considerando che colei che così si descrive è stata una bambina abusata, una ragazza senza famiglia, una donna che conosce la devianza, l’emarginazione, l’abbandono, la solitudine:

«Quando la corazza è troppo spessa, come da Pierre per esempio, non cerco di interessare le persone: dopo qualche approccio accolto male o interpretato alla rovescia, mi chiudo nell’imbronciata indifferenza in cui loro stesse mi lasciano. Non per disprezzo, ma perché non so forzare le orecchie e i cuori: devono venire a me. Vado nel senso delle persone, indifferente al loro disprezzo, fiduciosa nella loro sollecitudine, sorridente nella loro allegria.»

Albertine Sarrazin – L’astragalo, Bompiani 2016 (prima pubblicazione 1965).

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