El amor brujo

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“Gran parte dell’impunità maschile è dovuta all’ignoranza femminile.” Questa frase è stata scritta da Maria de la O Lejarraga, nata nel 1874 e morta, centenaria, nel 1974. Scrittrice e femminista spagnola fu eletta deputata nel 1933 nelle fila del partito socialista e nominata vice presidente della commissione per la pubblica istruzione. È a lei che va attribuita la scrittura, nel 1915, del libretto dell’opera El amor brujo (in italiano L’amore stregato), firmato invece con il nome del marito Gregorio Martínez Sierra.

Anche a lei toccò infatti soffrire le pene dell’amore tradito e abbandonato, proprio come capita alla protagonista di questa opera breve che dura soli 37 minuti. Suo marito se ne andò con un’attrice cubana e Maria de la O Lejarraga scrisse El amor brujo per dar voce al suo dolore. Chiese poi al suo caro amico Manuel de Falla, importante musicista dell’epoca, di musicare il suo libretto e lui, legato alla scrittrice da un profondo affetto platonico, subito compose la bellissima musica che accompagna le parole di Maria.

La Fura dels Baus sceglie di aggiungere un sottotitolo a questa opera: El fuego y la palabra, il fuoco e la parola, proprio perché nel fuoco del dolore e della rabbia è con la parola che Maria realizza il sortilegio di guarigione. Nella versione originale erano erbe e pozioni magiche ad compiere la magia, per La Fura dels Baus l’esorcismo si attua con la scrittura. Saranno le parole a far tornare l’uomo, lo avrà nuovamente in suo potere. Ma alla fine sarà liberatorio per lei riscattarsi dal ruolo di moglie lasciando che ogni scenografia cada, scoprendo ciò che si cela oltre il fondale, e il pubblico veda cosa si nasconde dietro le convenzioni e le finzioni. Nonostante tutto ciò che è stato messo in scena è questa trovata finale, a mio parere, la più emozionante dell’opera, la scelta coreografica e registica più azzeccata, fortemente simbolica e di grande impatto emotivo.

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La Fura dels Baus è una compagnia teatrale nata in Spagna nel 1979, caratterizzata dalla ricerca di luoghi scenici alternativi, dalla creazione di spettacoli scaturiti dal lavoro collettivo di attori e registi, dall’uso del corpo come strumento di comunicazione totale, dalla presenza in scena di macchine teatrali appositamente costruite per produrre effetti sorprendenti, dalla presenza della musica e da una commistione di nuove tecnologie e teatro popolare. Il coinvolgimento del pubblico, attraverso lo spostamento dell’azione teatrale, la rottura della cosiddetta “quarta parete”, è un’altra delle caratteristiche della Fura dels Baus. Esplorare diversi linguaggi comunicativi e mischiarli, senza pregiudizi. Ecco allora che la Fura dels Baus incide brani come gruppo rock, gira il film Faust 5.0, inizia a lavorare anche nel campo dell’opera con un’altra creazione di Manuel De Falla, Atlantide, e con Il martirio di San Sebastiano di Debussy.

Il Teatro comunale di Bologna è stato uno degli artefici di questa produzione teatrale, che nei giorni scorsi è andata in scena proprio a Bologna e ha visto il tutto esaurito ad ogni rappresentazione. Tuttavia dispiace un po’ dover dire di avere assistito a uno spettacolo frammentato, i cui momenti apparivano slegati tra loro, rendendo difficile al pubblico il sentirsi trascinati nello svolgersi degli eventi scenici. Come se l’abbondanza di materiale teatrale fosse stato utilizzato più per firmare lo spettacolo che per seguirne il senso. Acqua, fuoco, macchine teatrali, proiezione di spezzoni filmati, attori tra il pubblico in platea… trovate che dovrebbero coinvolgere e trasportare dentro ciò che si sta guardando, invece lasciavano gli spettatori di fronte a un’esibizione più furba che intelligente.

Ma la musica, davvero bellissima e magistralmente eseguita, restituiva all’insieme omogeneità ed emozione, portandoci nel mondo passionale e a tratti violento dei gitani spagnoli di un secolo fa.

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