Americanah

Americanah_copertinaDi nuovo scrivo di Chimamanda Ngozi Adichie, stavolta del suo terzo libro. Dopo Metà di un sole giallo ho voluto leggere anche gli altri romanzi che aveva scritto. Così la settimana scorsa vi ho suggerito la lettura di L’ibisco viola mentre oggi vi invito a leggere il suo ultimo magnifico romanzo: Americanah.

La Adichie è una giovane scrittrice nigeriana simpatica, intelligente, colta e il 15 settembre prossimo compirà 39 anni. È nata e cresciuta in Nigeria in una famiglia di etnia Igbo, quinta di sei fratelli, nella città universitaria di Nsukka. Il padre è docente di statistica e la madre direttrice amministrativa dell’università, prima donna a ricoprire tale incarico. Lei si iscrive a medicina e farmacia ma dopo un anno e mezzo – durante il quale partecipa alla rivista universitaria La Bussola gestita da studenti cattolici di medicina – si trasferisce negli Stati Uniti all’età di 19 anni. A Philadelphia studia comunicazioni e scienze politiche. Successivamente raggiunge la sorella alla Eastern University del Connecticut, a circa due ore e mezzo da New York, dove prosegue i suoi studi fino a laurearsi con il massimo dei voti e summa  cum laude. Vince poi una borsa di studi alla Princeton University, successivamente riceve un Master of Arts in studi africani alla Yale University. Attualmente vive tra gli Stati Uniti e la Nigeria.

Perché vi ho raccontato tutti questi dettagli della vita della Adichie? Perché questo suo ultimo libro racconta una storia che ripercorre tutte le tappe che avete appena letto e sembra proprio un romanzo autobiografico. La scrittrice non lo presenta come tale e suppongo abbia solamente tratto ispirazione dalle proprie esperienze. Ma quello che leggerete è la storia di una giovane studentessa nigeriana, Ifemelu, che si trasferisce negli USA e scopre un (il) nuovo mondo. La prima e più importante scoperta che fa è l’esistenza delle razze, il loro impatto sulle relazioni sociali, sull’economia e sulla percezione di sé. A dire il vero questa è una scoperta anche per noi europei: ma come sarebbe, un’africana che non aveva mai pensato alla razza prima di arrivare negli Stati Uniti? A quanto pare in Africa sono abituati alle sfumature di colore: ci sono africani nerissimi, africani scuri e africani caffellatte e non è che loro non vedano la differenza fra tutte queste sfumature di colore, e non per questo certe africane smettono di usare creme sbiancanti per sentirsi più attraenti, è che tutto sommato questi cromatismi non fanno razza.

Ifemelu, la protagonista del romanzo, negli Stati Uniti comincia a scrivere un blog intitolato: “Razzabuglio, o varie osservazioni sui neri americani (un tempo noti come negri) da parte di una nera non americana” – tra l’altro questo blog esiste davvero, se siete curiosi andate a dare un’occhiata QUI in inglese si chiama “Raceteenth, or various observations about american blacks (those formerly known as negroes) by a non american black” -.
Grazie al grande successo di questo blog Ifemelu si guadagna importanti occasioni che saprà gestire per uscire dalla sua difficile condizione di immigrata africana.

Il romanzo segue, inoltre, il filo della storia d’amore che Ifemelu ha abbandonato in Nigeria. Per tredici anni resterà in America e condurrà la sua vita con successo sia professionale che sentimentale. Ma poi sentirà il bisogno di ritornare in Africa e cercherà di farlo senza essere “americanah”.

“Questa parola viene usata in Nigeria per indicare qualcuno che è partito per gli Stati Uniti e poi quando rientra in patria è pieno di “maniere”, pretende di non comprendere più i dialetti nigeriani e parla con un accento americano. Ma non è un termine insultante, viene utilizzato più come una scherzosa presa in giro e io ho pensato che fosse allo stesso tempo divertente e interessante intitolare così il mio libro, perché è una parola originale, che non si trova sui vocabolari e visto che le persone non potranno tradurlo il titolo sarà il medesimo ovunque.”

Queste le parole della Adichie in un’intervista rilasciata in Francia che potrete trovare sul blog Raceteenth. Qui di seguito il resto delle sue dichiarazioni sul romanzo Americanah:

“Gli Stati Uniti sono al centro del mio romanzo. È un paese che rappresenta veramente tanto agli occhi di questa generazione di nigeriani che non soffrono la fame, non muoiono di AIDS, di povertà o nelle guerre. Nei loro sogni gli Stati Uniti sono un luogo straordinario dove avvengono cose magiche e tutti ci vogliono andare”

“Uno degli aspetti che mi interessa e una delle ragioni per le quali ho scritto Americanah è la questione delle radici, il fatto di sapere se, una volta partiti, un ritorno sarà possibile. Io credo che molti nigeriani della mia generazione considerino diversi paesi come loro patria. Io penso che i legami di Ifemelu [protagonista del romanzo] siano ancora in Nigeria. Ma è un certo tipo di Nigeria, perché se lei è molto cambiata anche il paese è cambiato. Quando lei è partita la Nigeria era in un certo modo, al suo ritorno, più di dieci anni dopo, entrambi non sono più come erano. Per quanto mi riguarda, io sono partita quattro anni prima di rientrare per la prima volta e, anche in quel momento, ho sentito che il paese era cambiato e che anche io lo ero.”

“Anche io considero la Nigeria come la mia patria e penso che sia possibile considerare patria diversi posti contemporaneamente. La nozione di patria designa il luogo nel quale ci si sente in accordo con se stessi, quello nel quale abbiamo le nostre radici. E per me è la Nigeria. Allo stesso tempo amo l’idea di poter lasciare il paese di tanto in tanto, dunque gli Stati Uniti sono ugualmente una sorta di patria. Ma, sapete, la semplice nozione di patria è una cosa che mi interessa molto, in particolare in tempi di globalizzazione, nei quali siamo tutti connessi gli uni agli altri ma, allo stesso tempo, non lo siamo veramente. Credo che la patria sia uno dei temi principali di Americanah.”

“Volevo scrivere su una serie di temi: una storia d’amore e la nozione di razza, che io ritengo di fondamentale importanza in particolare negli Stati Uniti. Credo anche che sia l’argomento sul quale gli americani si sentono più a disagio. Io ho scoperto la nozione di razza negli Stati Uniti. In Nigeria non avevo mai detto a me stessa di essere nera. È stato arrivando negli Stati Uniti che lo sono diventata. È qualcosa che ho dovuto apprendere ed è stato ancora più interessante il fatto che non si trattava solamente della scoperta di una nuova identità. In Nigeria mi riconoscevo come Igbo, il gruppo etnico al quale appartengo, e come cristiana, queste sono le basi dell’identificazione in Nigeria. Poi negli Stati Uniti in un colpo solo sono diventata nera. Questo cambiamento mi ha interessato perché mi sono resa conto che essere neri significava qualcosa negli Stati Uniti e spesso questo significato non era positivo. Dunque io credo che in Americanah si ritrovi il mio tentativo di comprendere tutto ciò. Ifemelu scopre di essere nera e comincia a guardare, osservare e apprendere poi comincia a scrivere un blog sulla questione razziale. Lei si prende gioco di certe cose e si esprime su molte cose che gli americani non hanno veramente il diritto di dire.”

“Dunque la questione della razza è importante, ma lo è anche quella dell’immigrazione, perché io credo che molte delle storie di immigrazione raccontate dalla maggior parte degli occidentali sugli africani siano quel genere di storie nelle quali gli ultimi della terra fuggono dall’AIDS, dalla povertà o dalla guerra e sono di solito dei rifugiati. Queste sono storie importanti ma non mi sono familiari. Io volevo scrivere una storia di immigrazione che avevo vissuto, cioè quella di gente proveniente dalla classe media che non muore di fame ma che nonostante ciò vuole partire perché pensa che gli Stati Uniti siano un luogo magico dove i sogni si realizzano.”

“Io credo che la letteratura abbia molta importanza. Penso che conti più di tutto perché ci ricorda che gli altri sono umani e io credo che, grazie a questo, abbia il potere di cambiare le cose. Se i nostri politici e gli altri uomini di potere leggessero, questo avrebbe un impatto sul loro modo di fare politica, perché non penserebbero solamente in termini di cifre ma avrebbero in mente l’umanità. Una delle cose che amo riguardo la letteratura è che le storie possono prendere diverse forme, i libri, il cinema e anche la musica in una certa misura. La lettura di un libro può modificare la nostra concezione del mondo o lo sguardo che abbiamo su un certo tipo di persone.
Mi rattrista dire che viviamo in un mondo dove la letteratura è relegata in secondo piano ma, malgrado questo, io ritengo che sia davvero molto importante. E non lo dico perché io sono una di quelli che creano letteratura, penso veramente che sia essenziale.”

Lo so che questo articolo è già parecchio lungo, però questo libro è talmente bello che vorrei lasciarvi con un paio di post del blog Razzabuglio tratti dal romanzo:

Capire l’America per Neri Non Americani: il tribalismo americano
In America il tribalismo è vivo e vegeto. Ce ne sono quattro tipi – classe, ideologia, regione e razza.
Prima di tutto, la classe. Facilissimo: gente ricca e gente povera.
Secondo, l’ideologia. Progressisti e conservatori. Non è solo questione di avere idee politiche diverse, ognuna delle due parti ritiene che l’altra sia il male. I matrimoni misti sono scoraggiati e, nelle rare occasioni in cui avvengono, sono considerati fatti eccezionali.
Terzo, la regione. Il Nord e il Sud. Le due parti hanno combattuto una guerra civile e la guerra ha lasciato delle brutte macchie. Il Nord guarda il Sud con disprezzo mentre il Sud porta rancore verso il Nord.
E per ultimo, la razza. In America c’è una scala di gerarchia razziale. I bianchi sono sempre al vertice, in particolare i White Anglo-Saxon Protestants, altrimenti noti come WASP, e i neri americani sono sempre alla base, e chi sta in mezzo dipende dai tempi e dai luoghi. (O come dice quella meravigliosa filastrocca: se sei bianco stammi al fianco; sei marrone? fa’ attenzione; se sei nero: cimitero!) Gli americani danno per scontato che tutti comprendano il loro tribalismo. Ma ci vuole un po’ per entrarci dentro. Quando facevo l’università, venne un professore da fuori, e durante il suo seminario un mio compagno sussurra a un altro: – Oh mio Dio, guarda che faccia da ebreo, – con un brivido, proprio un brivido. Come se essere ebreo fosse una brutta cosa. Ma io non capivo. Per quello che vedevo io, quel tipo era bianco, non molto diverso dal mio compagno di corso. Ebreo, per me, era qualcosa di vago, qualcosa di biblico. Ma imparai in fretta. Dovete sapere che, nella scala razziale americana, un ebreo è bianco, ma anche alcuni gradini sotto il bianco. Ci si confonde, perché conoscevo una ragazza dai capelli color paglia e le lentiggini che diceva di essere ebrea. Come fanno gli americani a capire chi è ebreo? Come aveva fatto quel mio compagno di corso a sapere che quel tizio era ebreo? Ho letto da qualche parte che nei college americani era normale chiedere a chi voleva iscriversi il cognome della madre, per assicurarsi che non fosse ebreo, perché gli ebrei non erano ammessi. Dunque è così che si riconoscono? Dai nomi? Più rimani qui, più cominci a capire.

Ai miei amici Neri Non Americani: in America siete neri, cari miei
Cari Neri Non Americani, quando fate la scelta di venire in America, diventate neri. Chiusa la discussione. Smettetela di dire sono giamaicano o ghanese. All’America non interessa. Che importa se nel vostro paese non eravate “neri”? Ora siete in America. Abbiamo tutti i nostri momenti  di iniziazione nella società degli ex negri. La mia è avvenuta in una classe al college quando mi hanno chiesto di dare il punto di vista nero, solo che non avevo idea di cosa fosse. Quindi mi sono inventata qualcosa. E ammettetelo, voi dite “non siamo neri” solo perché sapete che i neri stanno in fondo alla scala razziale americana. E questo non vi va. Inutile negarlo adesso. Come sarebbe se i neri avessero tutti i privilegi dei bianchi? Direste lo stesso: “Non chiamarmi nero, sono di Trinidad”? Non credo proprio. Allora siete neri, cari miei. E visto che siete neri, siete tenuti ad agire di conseguenza: dovete far capire che vi offendete quando espressioni come “mangiacocomero” o “bambino di pece” vengono usate nelle battute, anche se non sapete neppure di cosa cavolo si stia parlando, e dato che siete Neri Non Americani, ci sono molte possibilità che non ne abbiate idea. (Alla triennale un mio compagno di banco mi chiede se mi piace il cocomero, io gli rispondo di sì e un antro compagno gli dice: – Oh mio Dio, ma questa è davvero razzista, – e io, confusa: – Aspetta, in che senso? -) Quando un nero vi fa un cenno del capo in un’area abitata prevalentemente da bianchi dovete rispondere allo stesso modo. Quel gesto si chiama “cenno nero”. È un modo che i neri hanno per dire: “Non sei da solo qui, ci sono anch’io”. Nel descrivere le donne nere che ammirate, usate sempre la parola “FORTE” perché è ciò che le donne nere dovrebbero essere in America. Se siete donne, per favore non esprimete la vostra opinione come siete solite fare nel vostro paese. Perché in America le donne nere determinate sono TERRIBILI. E se siete uomini, siate pacatissimi, non vi agitate troppo, altrimenti qualcuno si preoccuperà, convinto che siate sul punto di estrarre una pistola. Quando guardate la televisione e sentite che è stata fatta una”allusione razzista”, dovete offendervi subito. Anche se pensate: “Perché non mi dicono esattamente cos’hanno detto?” Anche se vorreste poter decidere da soli quanto siete offesi o se lo siete davvero, dovrete in ogni caso sentivi molto offesi. Se si dà notizia di un crimine, pregate che non l’abbia commesso un nero, e se viene fuori che è stato commesso da un nero state lontani dal luogo del delitto per settimane, altrimenti potrebbero fermarvi perché corrispondete all’identikit. Se una cassiera nera è poco cortese con il tizio non nero di fronte a voi, fategli i complimenti per le scarpe, o qualcosa del genere, in modo da compensare, perché anche voi siete responsabili dei misfatti della cassiera. Se siete in un college prestigioso e il tipico giovane repubblicano vi dice che voi siete entrati solo grazie alle “azioni positive”, non sfoderate la vostra bellissima pagella delle superiori. Fate cortesemente presente, invece, che le maggiori beneficiarie delle “azioni positive” sono le donne bianche. Se andate a mangiare in un ristorante, per favore lasciate mance generose. Altrimenti il prossimo nero avrà un servizio pessimo, perché i camerieri si lamentano quando devono servire un tavolo di neri. Dovete capire che i neri hanno un gene che impedisce le mance quindi, per favore, siate superiori a quel gene. Se raccontate a una persona non nera un incidente razzista che vi ha coinvolti, assicuratevi di non essere acidi. Non vi lamentate. Perdonate. Trasformate il tutto, se possibile, in una battuta. Soprattutto non vi arrabbiate. Dai neri ci si aspetta che non si arrabbino per il razzismo. Altrimenti non otterrete comprensione. Quanto detto vale solo con i bianchi progressisti, comunque. Ai bianchi conservatori rinunciate proprio a raccontarlo, l’episodio di razzismo, perché quelli vi diranno che i veri razzisti siete VOI, lasciandovi a bocca aperta per la confusione.

Chimamanda Ngozi, Adichie – Americanah, Einaudi 2014 (prima pubblicazione 2013).

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6 pensieri su “Americanah

  1. Interessante il concetto allargato di patria, che comunque non esclude l’importanza delle radici. Dagli estratti che hai riportato sulla questione razziale, appare come un libro importante, profondo, che stimola diverse riflessioni. Bella anche la tua presentazione, senz’altro invoglia ad approfondire i temi trattati dall’autrice.

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    • Grazie cara, era quello che speravo: invogliare alla lettura e approfondimento di questi temi. Oggi non possiamo più non sapere certe cose. Cullarci sugli allori delle vecchie certezze non solo fa di noi dei vecchi bacucchi tagliati fuori dal mondo, ma oserei dire che fa proprio danno al mondo.

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