The revenant

Revenant_1Alejandro González Iñárritu, cinquantaduenne messicano regista di questo film, è senz’altro uno che sa il fatto suo. I suoi film, (Babel, 21 grammi, tra gli altri) sono sempre molto forti perché intensi sono il senso e lo stile. Ma stavolta vien da chiedersi che cosa ci volesse raccontare con questo film, ennesimo western fuori tempo massimo. Ce ne sono stati altri negli ultimi anni di film che rispolveravano il genere, ma salverei solamente Django unchained, il bellissimo western che Quentin Tarantino ha diretto nel 2012 (non ho ancora visto il suo ultimo, ancora western, The hateful eight). Girare un western oggi implica rinnovare anche la visione che di quel periodo storico dobbiamo avere. Per molto tempo ci è stata propinata la favola dell’indiano cattivo e dei coloni vittime di crudeli atrocità da parte dei selvaggi pellerossa, però anche questo lo abbiamo superato, ormai tutti sappiamo che le tribù indigene difendevano i loro territori e la loro stessa vita da un invasore molto più violento di loro. Perciò che forza dare oggi a un racconto che di nuovo si rivolga a questa vecchia storia? Che questo film sia parzialmente ispirato a un uomo realmente vissuto sembra non bastare mentre seguiamo lo svolgersi degli avvenimenti.

Fin da subito la crudezza delle immagini è evidente, quasi fastidiosa. Gli schizzi di sangue e i morti vengono mostrati senza lasciare niente alla fantasia. Tarantino ci ha già abituato a questo iperrealismo, ma il suo linguaggio è diverso, nei suoi film la violenza è quasi metaforica, carnevalesca, i suoi schizzi di sangue seguono traiettorie alla Pollock. Qui la faccenda è diversa, qui il vero vuole essere verosimile. Lo comprendiamo del tutto quando il protagonista, interpretato con grande bravura da Leonardo DiCaprio, viene attaccato da un’orsa. Nessun graffio, nessun morso ci viene risparmiato, è persino faticoso vedere le immagini che mostrano come la carne si laceri, come si strappi tra le fauci della bestia. È questo episodio che ci dà la chiave di lettura di tutto il film. Il protagonista sopravviverà allo strazio delle sue carni, ma noi dovremo guardare come sia stato ricucito, come si infetti, come soffra atrocemente per riuscire a muoversi strisciando sulla terra. Ma, come questo non bastasse, dovrà ancora lottare per la sua vita, ferirsi e soffrire: sopravvivere al gelo dell’inverno in Nord Dakota, salvarsi da un gruppo di indiani Ree, salvarsi da un gruppo di cacciatori francesi, ancora salvarsi da un gruppo di indiani Arikara, sopravvivere alla caduta in un burrone, sopravvivere al gelo della notte sventrando un cavallo morto e dormendo nella sua carcassa. Insomma, nutrito solo dalla volontà di vendicarsi, sopravviverà al tormento del corpo, al digiuno e al freddo. Poi si vendicherà e forse raggiungerà nel paradiso degli indiani la defunta moglie Pawnee mai dimenticata.

Perché un regista come Iñárritu ci vuole raccontare questa storia che non ha nulla di nuovo da dirci sul lontano west? Perché, apparentemente, scopiazza lo stile di Tarantino? Se abbiamo apprezzato le sue  opere precedenti dobbiamo chiedercelo e dargli un minimo di credito.

Io credo che la novità del western di Iñárritu stia proprio nel cercare di aderire quanto più possibile alla verità dei rischi e delle sofferenze fisiche patite dagli uomini che si avventuravano in quei territori all’inizio del 1800. Durante tutto il film noi assistiamo al susseguirsi dei fatti, ma senza riuscire ad immedesimarci, perché è proprio Iñárritu che non ce lo permette. Noi dobbiamo restare spettatori e comprendere, rimanendo lucidi e distaccati, ciò che stiamo vedendo. Quando la camera si avvicina a DiCaprio per dettagliare meglio qualche altro supplizio, il vetro dell’obiettivo si appanna a causa del suo fiato caldo raggelato dal freddo, oppure si sporca di schizzi di sangue. È tipico dei documentari accettare che in qualche momento si spezzi l’illusione e che la cosiddetta ‘quarta parete’ si intrometta tra lo spettatore e l’azione. Nel film di Iñárritu questo succede più volte, lasciandoci decisamente fuori, dietro, noi non siamo quell’uomo, lo osserviamo e capiamo quanto sia stata dura quella vita, quanto fosse una pazzia sceglierla e, forse, cerchiamo di afferrare quali motivi potevano spingere quegli uomini a vivere così.

Anche il finale del film sancisce che noi non siamo stati chiamati a partecipare, ma solo a presenziare, infatti nell’inquadratura finale DiCaprio alza gli occhi e guarda in camera, un camera-look che però non ha niente a che vedere con quello reso celebre da Stanlio e Ollio (Laurel & Hardy) i quali, con lo sguardo in macchina, cercavano la complicità dello spettatore. Qui noi ci sentiamo guardati da una grande distanza, da così lontano che ci sentiamo grati delle calde e morbide poltroncine sulle quali siamo seduti.

Aggiornamento successivo.
Agli Oscar 2016 questo film, candidato con 12 nomination (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista, miglior fotografia, miglior scenografia, miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, migliori costumi, miglior trucco e acconciatura), ha vinto il premio per:
– miglior regia, Alejandro González Iñárritu;
– miglior attore protagonista, Leonardo DiCaprio;
– miglior fotografia, Emmanuel Lubezki.

Alejandro González IñárrituThe revenant, USA – durata 156′ – genere western/biografico/drammatico – 2015

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7 pensieri su “The revenant

  1. Per questo film il pubblico si è proprio diviso… ho notato che è una di quelle pellicole che si ama o si odia, senza una via di mezzo, però credo che la bravura interpretativa di Di Caprio sia indiscussa! Passa a trovarci su collettivod.wordpress.com

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  2. Ciao, è la seconda recensione che leggo di questo film, dinuovo una recensione non positiva, indipendentemente da Di Caprio, che, a detta di tutti, ha finalmente vinto questo Oscar con pieno merito (benchè lo meritasse già per altre performances). Non ho ancora avuto modo di vedere nè questo, nè l’ultimo Tarantino. Se riesco proverò a dedicarmi ad entrambi. E poi ti dirò.

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    • È il remake di un film del 1971, diretto da Richard Sarafian, intitolato Man in the wilderness (Uomo bianco, va’ col tuo Dio). Anche quello si basava sulla vita di Hugh Glass, cacciatore/esploratore realmente vissuto nella prima metà del 1800 e diventato famoso per essere sopravvissuto all’attacco di un orso Grizzly, proprio la storia che viene raccontata nel film.

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