Atlante degli abiti smessi

SeminaraCopertinaEri così piena di felicità, la vita ti andava così bene, il tuo corpo era tuo amico, tuo marito una certezza, tua figlia era simpatica e la amavi davvero. Che altro aggiungere al tuo armadio di colori, quello con il quale ricoprivi il tuo io perché fosse più visibile agli altri, con tessuti e modelli a farti da cornice, tu, quadro profumato. Che altro volere. Capita a volte che l’eccesso di sicurezza ci faccia sbagliare, sarà stato questo? Che c’entrava Davide in tutto ciò? Un capriccio, un altro tuo ornamento, tutti ti amavano, anche lui. E allora perché la paura di perderti non rende tuo marito ancora più innamorato? Come mai è in imbarazzo se gli dici che tu stai meglio quando lui c’è? Che significa quella fitta di dolore che ti prende alla tempia quando, senza cedere al fascino della tua gonna lunga e della tua redenta devozione, ti risponde che invece lui sta meglio quando tu non ci sei? E come mai il tuo Davide ti guarda con occhi fin troppo solleciti mentre ti risponde “Come vuoi tu” quando gli dici che lo lasci? Nessuna resistenza anzi forse un sospetto di sollievo e gratitudine.

«Come vuoi tu è la frase più diabolica nel feroce linguaggio delle convenzioni. Si usa per chiudere una partita fingendo che sia stata ad armi pari, o sia comunque la migliore soluzione (dunque, per giunta, onore all’avversario, che l’ha trovata). O per fingersi succubi, dunque generosi. Per debolezza o piccola viltà.»

Sei inspiegabilmente restata sola, come è potuto accadere? Ora sei trascinata verso il fondo. Profondo. Tu che amavi le superfici, accarezzare le stoffe, sentirne le diverse consistenze e leggerezze. Marito, amante, è ancora fattibile superare queste perdite, trovare qualcosa a cui aggrapparsi per cercare di risalire. Ma tua figlia no. Perdere lei non è possibile, non ammette sopravvivenza essere abbandonata da lei. E il tuo dolore diventa puro e così intenso, concentrato, che cominciamo a capirti, nonostante tutto. Ora sei come malata e accettiamo di leggere la tua lista, il tuo elenco di abiti perché in effetti «voce per voce questo armadio sembra l’indice della mia vita» e il disperato tentativo di lasciare qualcosa di te a colei che più di tutti non ti vuole più. Di parlare con lei, anche se non ti sente.

«Vestiti gialli con bordini bianchi. Danno l’idea della freschezza calma, se vuoi instillare questa idea. Ma c’è un prezzo: i bordini su collo e maniche si intaccano e sporcano facilmente, come ogni bordo o pronunciamento troppo netto e chiaro.»
«Vestiti del travestimento. Ci si veste da amici per rimorso, perché hai dimenticato, o per orgoglio, perché non hai dimenticato.»
«Vestiti insigniti di cariche speciali. Fa’ in modo che il vestito non blateri cose diverse da te. Per andare a trovare un mancato suicida è bene usare colori vitali ma non troppo, per non marcare la differenza tra la tua resistenza e la sua resa. Meglio evitare i tacchi per non fare rumore, e anche i gioielli, per non far credere che nel frangente pensi all’apparenza. Attenzione, però, perché la sciatteria può intristire l’altro, o mostrare (erroneamente) che non ritieni la visita degna di tempo e di cura. Insomma ci vuole coscienza e misura, qui come in altri casi. Anzi, come diceva Musil, anima ed esattezza.»

Elvira Seminara – Atlante degli abiti smessi, Einaudi 2015

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3 pensieri su “Atlante degli abiti smessi

  1. La scelta di cosa indossare non è mai casuale, se invece lo è pure questo è indicativo. Certo non riuscirei mai a spiegare razionalmente in modo così dettagliato il perché scegliere un abito piuttosto di un altro.

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