Gnanca na busìa

66663-gnanca_na_busiaSeppellito sotto una coltre di povertà inaudita, inconcepibile per noi, l’intelletto di Clelia Marchi ha trovato la via per uscire dalla soffocante condanna al silenzio impartitale dalla sua licenza di seconda elementare. La sua voce si fa sentire in forma di racconto, quello di una vita di fatiche, privazioni e preoccupazioni. Il bisogno di dirla, tutta quella tribolazione senza senso, fa sì che Clelia Marchi scelga una forma altamente simbolica: la scrive su un lenzuolo la sua vita trascorsa insieme ad Anteo, un marito tanto amato che ha condiviso con lei tutte le sofferenze, le perdite, le umiliazioni di una vita da poveri, da sottomessi. Anteo l’ha accompagnata in ogni giorno da far passare, in ogni problema da superare, fino a quando, ormai a un passo dall’anniversario del 50° di matrimonio, ormai sistemati in un appartamento di paese, vicini alle case dei figli, Anteo viene investito e ucciso. Quel lenzuolo non scalderà più le notti di Clelia, non si impregnerà più dell’odore di Anteo. Non ci sarà quell’unico, finale, momento di riscatto, una festa tutta per loro, per la loro lunga vita insieme, per avercela fatta ad arrivare in fondo nonostante tutto.

Nonostante la mancanza di scarpe quando da bambini andavano a badare alle vacche in campagna e per scaldare i piedi li mettevano dentro lo sterco caldo, nonostante la morte di due figli piccoli, nonostante le angherie e la violenza dei padroni, ricchi e senza pietà, nonostante lo sfottò dei medici di fronte alla loro miseria, nonostante tutto ce l’avevano fatta, era ora di festeggiarla quella vita ormai arrivata al momento del riposo, al momento in cui ti volti indietro e tiri un sospiro di sollievo per averla scampata e finalmente ti godi il merito e la pace. Ecco, proprio quella conclusione, che le avrebbe consegnato un trama accettabile, è stata negata a Clelia Marchi, la sua vita le toglie anche questa soddisfazione, Anteo muore senza avvisare, togliendo senso anche a tutto il passato, a tutto il dolore. E allora sul lenzuolo matrimoniale Clelia scrive la sua storia, la sua versione, si interroga sul senso di una vita trascorsa così.
“Ma pure i bambini quando sono piccoli possono anche scappare… pure un mio bambino di .4. anni un giorno c’era il portone aperto… che c’era tanta frutta: che se anche ammarciva non ne davano à nessuno: come pure o detto che il mio bambino di .4. anni si era provato à rampicarsi su ad una pianta di frutta <ma che cosa volete che possa rampiccarsi un bambino di .4. anni??? Il padrone là visto e l’ò strappò e le à rotto in mezzo alle gambine… Piangeva che non l’e dico, il padrone là preso in braccio me l’ò porta in casa che abitavo in una camera solo… l’ò butta sul letto, la preso per i cappelli e lo inzucca nel muro… E mi disse tuo figlio diventerà un ladro: mi sono messa a piangere; guai a dire staremo à vedere: con tanti figli se ti mandava via; non era facile à trovare casa anche se avevi voglia di lavorare”

“Quando Clelia Marchi arrivò con il lenzuolo a Pieve Santo Stefano, l’Archivio diaristico nazionale era nato appena da due anni. Questa nuova istituzione si proponeva di raccogliere in una sede pubblica, e quindi protetta, ogni corposo elemento di scrittura popolare autobiografica: diari, memorie, epistolari che di solito vengono lasciati in qualche cassetto o in fondo a una cassa, in cantina o in granaio, a morire di morte naturale, con il tempo e con i topi e l’umidità.”

Clelia, MarchiIl tuo nome sulla neve : gnanca na busìa, Il saggiatore 2012 (scritto dal 1982 al 1985)

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